Archivio

Archivio Agosto 2015

Personaggi della prima luce d’un giorno d’estate

Tempo d’estate, il giorno comincia a levarsi, la prima luce invade la stanza filtrando attraverso la trasparenza della tenda. Tempo di ripassare qualche testo, un libro, un ritmo, un’immagine. Scorre la quinta sinfonia di Gustav Mahler (Kalischt 1860 – Vienna 1911), il penultimo movimento, il quarto, il più noto, otto minuti ma qualche direttore d’orchestra lo prolunga fino a quattordici. Qui l’Autore è al punto apicale del sentimento che lo lega ad Alma Schindler; la sposò nel marzo del 1902 nell’interludio della composizione a cavallo fra due estati. Alma, vent’anni più giovane, conoscerà Walter Gropius, brillante e giovane architetto, suscitando la gelosia e (sollecitando) la depressione di Gustav che – sarà proprio Alma a convincerlo – ricorrerà a Freud, incontrandolo finalmente a Leida, in Olanda (Q. Principe, “Mahler. La musica tra Eros e Thanatos”, 2002). Mahler sarebbe morto l’anno successivo. 

Risuonano note di jazz ma è un’altra cosa: si tratta dell’improvvisazione nei postriboli di Storyville, d’uno spiritual che canta la nostalgia, la terra lontana come il profondo della coscienza, la stanchezza d’un lavoro che sfianca. Oppure si tratta d’un blues, la«manipolazione» della nota blu, come in Gershwin; oppure ancora dell’oscillazione dello swing o del bop nel sax di Charlie Parker o nella tromba di Dizzy Gillespie al crocevia della 52ma strada di New York. Ritmi di musica nuova, «è solo l’ascolto che illumina il neofita».

Compaiono finalmente, come viventi, «personaggi della notte» come Jay (Gatsby) e Daisy, oppure come Noodles e Deborah, entrambe le coppie nel loro primo atto d’amore. Poi Daisy sposa un famoso giocatore di football; Deborah invece sceglie un senatore. Si rincontrano, anni dopo: «Otto anni a ottobre. Gatsby, emblema di un’America ruggente e triste», oppure: «Ricordi, tu che mi leggevi il Cantico dei cantici? La bellezza, la poesia, la violenza. In una parola: C’era una volta in America. In questa ricerca del tempo perduto, la grande storia dell’America metropolitana».

Un valzer di Strauss, in un offuscato documento d’epoca, accompagna la biografia di Isadora Duncan (San Francisco 1878 – Nizza 1927), «l’artista americana considerata una delle fondatrici della danza moderna: […] abolì le scarpette a punta e i rigidi costumi indossati dalle ballerine dell’Ottocento, preferendo danzare a piedi nudi con indosso semplici tuniche di velo drappeggiato» (conferenza, “Isadora Duncan: la leggenda della danza nella città culla del Rinascimento, con proiezione di materiale iconografico”, Firenze, Libreria delle donne, 19 febbraio 2012).

Personalità, quella della Duncan, in qualche modo simile a quella di Giacinta Pezzana (Torino 1841 – Aci Castello 1919), ciascuna d’esse a modo proprio donne d’avanguardia, artiste originali, un’esistenza cosmopolita: l’una danzatrice ribelle alla disciplina della tradizione; l’altra “grande vagabonda, irrequieta, insofferente” (L. Mariani, “Storia di Giacinta Pezzana”, Firenze, 2005). Anche Giacinta fu «donna emancipata, sobria, elegante, dotata di fisico statuario». Si ritirò ad Aci Castello realizzandosi nella maturità accanto a Pasqualino Distefano, un garibaldino e repubblicano catanese, amico ritrovato nel 1886. «Andata a vivere con lui, l’unione fu salda per il resto della vita». A ricordarla, il busto marmoreo sotto il Castello e un monumento funebre. Aveva conosciuto e istruito la giovane Eleonora Duse, intuendone il talento. Aveva preceduto Sarah Bernhardt nei panni di Amleto en travesti.

Torniamo a Isadora Duncan. La rievoca Carla Fracci eseguendo l’Ave Maria di Schubert, anch’essa a piedi nudi, quasi sospesi da terra, lunghi capelli sciolti sulla schiena che ondeggiano piegandosi sulle spalle fragili, minute, discrete; vestita di semplice tunica come da donna greca; movimenti che vibrano nello spazio come l’acqua del mare d’Aci Castello s’adagia appena mossa sugli scogli della costa. Perfetta esecuzione, che in tempo d’ozio estivo possiamo pure definire divina.  

Categorie:Cultura Tag: , , ,

Sentinella, quanto rimane della notte?

 

Ha ragione Buzzati o Mr Campari? Per l’uno c’è un deserto, il deserto desolato che circonda la FortezzaL’altro invece vede una sorgente, poi un sentiero, più in là una sentinella. Seguiamo Mr Campari. Fra tante immagini che scorrono – insipide sciocchine a volte volgari – ce n’è una che si distingue, attrae l’attenzione, distoglie dal fastidio, è leggera ma non è superficiale, la sua leggerezza ha il peso delle piccole cose di valore. L’immagine dà forma a un’idea. E’ una pubblicità del piccolo schermo, decanta il gusto d’una bevanda, un aperitivo, che è poi un drink che con piccole varianti puoi prendere anche di pomeriggio in terrazza, in giardino o nel salotto consumando una pastina da dessert.

Il contesto scenografico, come segnalano alcuni post, è modesto ma il testo che accompagna lo spot trasmette con garbo l’invito a una riflessione: «In fondo – è l’invito – non è forse vero che l’attesa del piacere è essa stessa il piacere?». La domanda, che è retorica, formula un assunto, la perifrasi è immediata breve semplice, ha la leggerezza delle cose di rara bellezza per quei rimandi d’autore che contiene, si tratti dello stralcio d’una pagina filosofica o d’un brano narrativo oppure della confessione sul lettino psicanalitico. E infatti il concetto non è nuovo, l’hanno formulato in tanti ed espresso in vari modi, alla maniera di Buzzati, Kafka, Beckett, oppure di Lessing, Kierkegaard, Wharton, Freud, Isaia. Lo ritrovi fra le pagine di libri non più usati, esposti in bancarelle o catalogati in teche polverose, negli appunti di scrivani appartati.

Il pensiero dice dell’attesa, che è cosa incomprensibile per i questuanti, patetici veterani del «carpe diem» nella sua versione naïve, quelli che «meglio un uovo oggi che una gallina domani» e simili . E per quegli altri, meno primitivi, ma sempre questuanti di felicità come Jep Gambardella nel «vortice della mondanità», l’attesa è come la rinuncia, la sconfitta, la resa, cioè è una cosa che ha dell’assurdo come il semaforo che incontri lungo il viottolo d’un bosco o il sorriso arcaico nell’età dell’innocenza quarant’anni dopo.

Ci sono gli altri, infine, quelli più «pesanti» che all’angoscia aggiungono il dubbio, la domanda – «[…] quanto rimane della notte?» – si tratti della depressione dell’agrimensore K che non riesce a giungere al Castello seppure sia lì, a portata di sguardo e di linea d’aria. Oppure della rassegnazione dei vagabondi che invano aspettano l’arrivo del Signor Godot. Infatti.

Infatti, anche nell’attesa di salire al Castello… c’è l’onda lì sotto che lambisce la roccia, lì sotto c’è la piattaforma di pietra lavica, balera d’anni lontani, per salire sono quarantotto i gradini, devi superare un cancello di ferro, sulla colonna laterale c’è una targa, indica i giorni e l’ora in cui puoi andare su, c’è chi vuole inerpicarsi e chi resiste all’impulso e all’invito, si ferma alla balaustra lì sotto, osserva l’infinito e la plenitudine che sono irraggiungibili come l’assurdo.                

Edith Wharton racconta d’un personaggio della società newyorchese di fine Ottocento. Scrive di Lui che «provava una soddisfazione più sottile nel pregustare un piacere di quanta non gliene desse la realtà concreta». E’ immerso in un ordine di pensieri che, come il pendolo d’un orologio, oscilla fra irrequietezza e monotonia, all’apparenza non ha e non dà pace, vive e comunica inquietudine, una sorta di indecisione nella scelta fra l’uno e l’altro capo ma, come quella del pendolo, la sua è un’oscillazione che, a ben guardare oltre l’apparenza, dà sicurezza – come la sentinella di Isaia – cioè senso di ciò che rimane oltre lo scorrere del tempo. Lui ripete il movimento con indefettibilità, resiste poiché s’è fatto forte, dissetato nel deserto alla sorgente, irrobustito al cammino nel sentiero, rassicurato infine nella veglia alla Fortezza: «Sentinella, quanto rimane della notte?». 

C‘era una volta, una sera a Santa Marina Salina

La sera a Santa Marina Salina, nella piazzetta semilluminata dove un’orchestrina intona la melodia di Bacalov, la sera è proprio uguale a quella di Santiago del Cile. I panorami esteriori non sono paragonabili, il paese lungamente “sottile”, la maestosità di Plaza de Armas, la sua luminosità ascendente verso le guglie della Chiesa contrastano con la miniatura eoliana fertile d’acqua, d’uva e capperi, con la luce corta che sfuma a mezz’altezza sulla facciata gialla eoliana. Eppure succede che certe atmosfere si rassomiglino, richiamandosi reciprocamente, attratte da qualcosa di sotterraneo che le lega, come per esempio dal refrain d’una melodia. Suona Bacalov e rivedi il postino di Neruda. Metafore. Metafore? “Parli di una cosa paragonandola a un’altra… per esempio: il cielo piange e dici che sta piovendo”. Così Neruda al suo postino.

Quarantadue anni fa, nel mese di settembre, Pablo Neruda, “il Poeta”, moriva pochi giorni dopo il colpo di stato militare del generale Augusto Pinochet. Tumore o assassinio politico? Accadeva a Santiago del Cile. Neruda era stato perseguitato negli anni Cinquanta da Gabriel González Videla, uno di quei politici voltagabbana, eletto a sinistra virato poi a destra fino a solidarizzare con Pinochet. Neruda l’aveva aiutato a vincere a sinistra, poi Videla, eletto presidente, perseguitò comunisti e operai. Neruda lo contestò e dovette scappare. A Marina di Salina ricordano “il Poeta” in esilio, ispiratore e cantore della relazione d’amore fra Mario, il postino, e Beatrice.

Neruda insegna al suo postino parole e metafore per Beatrice. “Metafore! E chi t’ha detto mai di parlare accussì difficile? Quando un uomo comincia a toccarti con le parole – è l’avvertimento subito da Beatrice dalla zelante zia – arriva lontano con le mani”. Il potere delle parole. Ne ha scritto Jean-Paul Sartre, le parole come veicolo del pensiero oppure come maschera e mistificazione di cui Jean-Paul fu maestro. Le parole, dice Neruda, alla fine vincono, vincono sulle dittature, sulla violenza, sull’ignoranza, sull’indifferenza. Come la musica. Ma poi entrambe, parole e musica, richiedono un pubblico, qualcuno che ascolta e capisce. L’assunto – le parole, la poesia, il linguaggio vincono sulla violenza, sull’ignoranza, sull’indifferenza – è controverso, è solo un punto di vista. Le parole sono a seconda di chi le usa e di chi le ascolta. Sono come le democrazie, colte e benigne oppure manipolate e turpi.

Salina come Santiago, Plaza de Armas come Piazza Marina: è solo un’immaginazione fantastica. La parola e la musica, per chi le possiede, sono metafore, evocano eventi, ricostruiscono atmosfere, disegnano profili. L’una e l’altra danno forma alla coscienza, aiutano nella percezione del tempo, il tempo è una musica oppure è una parola, aiuta a ricomporre panorami interiori che sono fatti di tempi, luoghi, date…

L’atmosfera è leggera la sera a Santa Marina Salina, nella piazzetta semilluminata dove un’orchestrina intona la melodia di Bacalov, più in là svolti l’angolo e suonano Morricone, “c’era una volta”, come in una favola tutto sembra sfumare fra flashback e dissolvenza, l’atmosfera si fa greve… Vedi lo sguardo svanito di Noodles, il sorriso arcano, la coscienza addormentata, lento scivolare dove non hai più da interrogare il testo, decifrarlo, spiegarlo, dove il movimento quando entri è già sospeso e non hai da interrompere o sospendere nulla, perché tutto è stato già sospeso, dove la musica non ha note non ha ritmi non ha pause, ma solo un suono lieve come un filo d’acqua che ti sospinge senza che te ne accorgi, dove le pagine non hanno parole che devi leggere o scrivere, dove la nave oscilla e tu riesci a restare in piedi, puoi bere e bere e bere ancora senza ubriacarti, puoi ascoltare la tua musica senza udire nient’altro che la tua musica e i suoi ritmi, le sue pause come quelle della vita liberata dai sensi, dalla memoria, dalla coscienza, dall’intelligenza che non ti serve più.