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Archivio Settembre 2015

Accadde a Donnafugata, l’attesa d’un apocalittico passato

Tomasi di Lampedusa col celeberrimo Gattopardo (Feltrinelli, 1958) ha trasmesso efficacemente la suggestione d’un affresco del tempo passato. Ma, con analoga efficacia, ha offerto altresì alla coscienza attenta a non attardarsi sull’immediato, una nuova consapevolezza, quella cioè di un passato che, seppure immobile nei suoi dati di fatto, può rivelarsi tutt’altro che una monade, come viene invece percepito. Il passato, come il futuro, a volte assume il dinamismo d’un work in progress, perciò all’origine,  quando ciò accade, di stato d’inquietudine, senso d’oscillazione, ansia d’attesa.

Lo fa attraverso la narrazione di Concetta Salina, figura più tragica che infelice perché vittima di se stessa, delle sue virtù, dei suoi pregiudizi, degli equivoci che non seppe (o volle) sciogliere. L’infelice figlia del Principe di Salina abbandona il suo sogno di desiderio verso Tancredi, il giovane ed esuberante cugino, nella sera in cui Angelica, l’adolescente voluttuosa figlia del rampante Calogero Sedàra, fa il suo in­gresso nel palazzo di Donnafugata.  

Angelica, alla quale il collegio fiorentino aveva dato una grazia tutto sommato sufficiente, siede «con l’appetito dei suoi diciassette anni» ma soprattutto con «l’invinci­bilità della donna di sicura bellezza», alla tavola ricca di presente e di passato del vecchio, antico, disingannato Principe:

«[...] Concetta sentiva, animalesca­mente sentiva, la corrente di desiderio che correva dal cugino verso l’intrusa [...]; notò la grazia volgare del mignolo destro di Angelica levato in alto mentre la mano teneva il bicchiere [...], notò il tentativo, represso a metà, di togliere con la mano un pezzetto di cibo rimasto fra i denti bianchissimi [...] ed a questi particolari, che in realtà […] erano insignifican­ti perché bruciati dal fascino sensuale, si aggrappava fiduciosa e disperata come un muratore precipitato si aggrappa a una grondaia di piombo; sperava che Tancredi li notasse anch’egli e si disgustasse dinan­zi a queste tracce palesi della differenza di educa­zione. Ma Tancredi li aveva già notati e ahimè! senza alcun risultato [...]».

Tancredi si diffonde nella narrazione di alcuni episodi dei «gloriosi fatti d’arme di Palermo» e si sofferma sulla vicenda accaduta «la sera del 28 maggio» quando, alla ricerca di un posto di vedetta, egli e alcuni suoi compagni d’arme violano le porte segrete di un convento di clausura:

«[...] Un gruppo di suore si era rifugiato nella cappella [...]; chissà cosa temessero [...]. Era buffo vederle [...] “niente da fare, sorelle, abbiamo da badare ad altro; ritorneremo quando ci farete trovare le novizie” [...]. Se ci fosse stata lei, signorina – dice Tancredi ad Angelica – non avremmo avuto bisogno di aspettare le novizie [...]».

Al racconto crudo, all’apo­strofe quasi volgare di Tancredi, Angelica ride nell’immaginazione di quella «possibilità di stupro», la sua risata sale di tono quando diventa «l’oggetto di un doppio senso lascivo»; mentre l’introversa, ritrosa, infelice Concetta – «Tancre­di, queste brutte cose si dicono al confessore; non si raccontano alle signorine a tavola; per lo  meno quando ci sono anch’io» - si allontana dai commensa­li, volge  le spalle a Tancredi, abbandona il suo sogno verso il cugino che ha osato violare così spudoratamente le regole orgogliose del sano senti­re.  

Ma quando l’infelice Concetta, tanti anni dopo, apprenderà che quell’episodio che le aveva sconvolto il cuore e la mente era stato solo il frutto di un’invenzione audace del fantasioso cugi­no, in quel momento Concetta piangerà i suoi lunghi anni di solitudine consumati sul filo di quella e di tante altre sensazioni giovanili ahimè! così fallaci, menzognere, funeste. Ripensando amaramente ai suoi anni giovanili, a quel destino malvagio ch’ella attribuiva alla malvagia volontà degli altri, tardivamente comprese che lei stessa, e solo lei, era stata l’artefice della propria infelicità:

«[...] Fino  ad  oggi, quando essa, raramente, ripensava a quanto era avvenuto a Donnafugata in quella estate lontana, si sentiva sostenuta da un senso di martirio subito, di torto patito [...]. Ora invece questi sentimenti [...] si disfacevano [...].  Non vi erano stati nemici, ma una sola avversaria, essa stessa; il suo avvenire era stato ucciso dalla propria imprudenza, dall’impeto rabbioso dei Salina; e le veniva meno, adesso, pro­prio nel momento  in cui dopo decenni i ricordi ritornavano a farsi vivi, la consolazione di poter attribuire ad altri la propria infelicità, consola­zione che è l’ultimo ingannevole filtro dei dispera­ti [...]».

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Il racconto tomasiano, suggestivo e breve ma intenso, avverte circa la possibilità della rivelazione d’un passato ignoto, spesso per lo più conculcato, esemplificando le discontinuità possibili delle trame narrative della vita, esposte a variazioni in progress come nell’esecuzione, nell’improvvisazzione, nell’arrangiamento d’una partitura musicale, come nella coreografia d’una danza di Martha Graham.

Quest’oscillazione e le altre – tra il chiaro e lo scuro, il giorno e la notte, la compagnia e la solitudine – s’insinuano nella coscienza, quando s’insinuano, con ineso­rabile prepotenza. Allora la coscienza oscilla, spaesata come un pendolo impazzito, all’interno di questo continuo mutamento di colori, di luci, di apparenze. Tutte le combinazioni della natura sembrano incerte, imperfette, dominate dal caos, immerse nel disordine, frammentate come i riflessi d’un caleidoscopio.

La coscienza perde, in questa multiforme scansione, il senso dell’orientamento, la capacità di volere, la volontà di agire – Je pense constamment à ce sentiment d’incertitude. Oui, j’ai peur – e si abban­dona spesso alla casualità, alla superficialità delle emozioni, rifugiandosi nelle apparenti certezze dell’esistente ovvero nelle nostalgie passatiste. Avverte un pessi­mismo ora indifferente ora cinico e sem­bra rinchiudersi in se stessa, attanagliata fra lo smarrimento dell’attimo fuggente e ­la paura d’un apocalittico passato.

 

 

 

Letture di fine estate, Micòl e Mariana

Letture di fine estate. Tempi difficili  dello scrittore brasiliano Jorge Amado (1912-2001), romanzo scritto nel tempo dell’esilio, a Dobris in Cecoslovacchia, dove Amado s’era rifugiato dopo la messa al bando del partito comunista e la fuga da San Paolo. Esso fa parte, con Agonia della notte Luce in fondo al tunnel, della trilogia I sotterranei della libertà, pubblicata nel 1954 a Rio dopo il rientro dello scrittore in patria in seguito al suicidio del dittatore.

L’altra lettura: Il giardino dei Finzi-Contini (1962), di Giorgio Bassani (1916-2000), il romanzo di Ferrara, noto al grande pubblico grazie anche alla trasposizione cinematografica ad opera di Vittorio De Sica. 

La coincidenza “oziosa” accomuna pure la narrazione del tempo: la lotta popolare in Brasile contro la dittatura imposta (1937) da Getulio Vargas, nel racconto di Amado; il destino tragico di una famiglia ebrea dopo l’introduzione in Italia delle leggi razziali (1938), in quello di Bassani. Ma ciò che incuriosisce maggiormente è l’incrocio delle trame che legano due giovani donne, distanti e diverse, Micòl e Mariana. 

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Oltre il cancello d’ingresso, all’interno della casa un viottolo conduce il passo dell’ospite fra viali segnati da muri di pietra a mezz’altezza, interrotti da fontane incastonate in cavità rocciose. La pietra porta i segni di un’antica lavorazione, d’una preziosa mano, forte d’ingegno creativo. Un lampione di vetro opaco proietta una luce che viene assorbita dal ricettacolo concavo della fontana, conferendo una strana luminosità al colore del prezioso manufatto sul quale si riflette pure la lucentezza che, dal lato opposto, sale dal declinante abitato collinare.

Lungo il viale, il passo di Micòl Finzi-Contini abbracciata dal suo scialle rosso, i capelli trattenuti, raccolti dietro la nuca, qualche filo disordinato sul viso composto, si fa lento sino quasi a fermarsi attardandosi nel compiacimento, nel gusto di quella tenerezza di forme opache e di colori tenui, nell’ascolto del gocciolio lieve quasi sussurrante del filo d’acqua che scorre dalla fontana, mentre una «vecchia melodia dimenticata, romantica e melanconica» le sollecita un pensiero:

«Lo intuiva benissimo: […] più del presente contava il passato, più del possesso il ricordarsene […]. Nella vita, se uno vuol capire, capire sul serio come stanno le cose di questo mondo, deve morire almeno una volta. E allora, […] meglio morire da giovani, quando uno ha ancora tanto tempo davanti a sé per tirarsi su e risuscitare… […]. Certo è che quasi presaga della prossima fine, sua e di tutti i suoi, Micòl ripeteva di continuo […] che a lei del suo futuro democratico e sociale non gliene importava un fico, che il futuro, in sé, lei lo aborriva, ad esso preferendo di gran lunga ‘le vierge, le vivace et le bel aujourd’hui’, e il passato, ancor di più, ‘il caro, il dolce, il pio passato’ […]».

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In quegli stessi anni, in un’altra parte del pianeta, un’altra donna, partigiana comunista, Mariana de Azevedo – testimone principale dei Tempi difficili dello scrittore brasiliano – «in una notte rischiarata dalla luna, traboccante di stelle» ascolta una voce:

«[…] le mostrava dalla finestra le stelle del cielo. Diceva il nome di ognuna, la distanza che le separava dalla terra, la loro superficie, raccontava di come ognuna di esse era il centro di un universo con tanti mondi più grandi del nostro, e tutto quello che diceva sembrava una fiaba. […] Il Partito le ricorda il mare, l’infinito mare azzurro che ha visto a Santos […]. Come il mare oceano non ha frontiere, si estende nella vastità del mondo […], un mare sotterraneo che un giorno si solleverà in onde colossali, lavando via dalla superficie del mondo l’ingiustizia e il marciume […]. La notte scendeva, era una notte rischiarata dalla luna, traboccante di stelle, il cielo profondo e distante, da qualche parte una chitarra piangeva».

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Micòl, aristocratica ed ebrea, Mariana operaia e comunista; la prima, consapevole d’un futuro che non verrà per lei poiché impedito, annientato per lei e per tutta la sua razza dalla follia nazista; è piena di vita nei suoi ventidue anni nei quali raccoglie la sua totalità, la gioia del presente, la memoria del passato – «Anche le cose muoiono, caro mio. E dunque, se anche loro devono morire, tant’è, meglio lasciarle andare» – senza desiderio di futuro né volontà d’amore. La seconda, essa pure giovane erede d’una tradizione antica, «cerca i luoghi di un passato remoto ma ancora recuperabile, non ancora perduto» tuttavia anch’esso destinato a non diventare futuro; condensa la sua esistenza in un presente vivificato dall’impegno coerente, da un senso di certezza assoluta che dissimula nostalgia e desiderio, timidezza e ansia, stanchezza e paura; «il suo amore abbraccia le frontiere di tutti i sentimenti, è la vita in tutta la sua pienezza e significa gioia, fiducia, un amore che la illumina e le dà forza […]».

Micòl e Mariana: immagini che si sovrappongono e si completano. Mariana la ventiduenne operaia comunista brasiliana, Micòl la ventiduenne aristocratica ebrea ferrarese, giungono a comporre un profilo umano d’alta suggestione, entrambe su di un «piedistallo di purezza e di superiorità morale» con le loro fragilità, le loro assenze, il «senso arcano di rimorso» che provocano in chi le offende o le turba, la venatura crepuscolare del volto eppur «deciso, maturato dalla vita, pieno di luminosa bellezza». La pioggia che scende giù a inumidire l’aria calda di un’estate tropicale offesa da una delle tante dittature latino-americane si specchia nella «magica sospensione di immobilità dolcemente vitrea e luminosa» che accompagna un autunno della bassa emiliana offuscato dall’antisemitismo fascista.

 

 

 

Taobuk: «Le nuvole? Straziante meravigliosa bellezza del creato»

C’è qualcosa d’antico, anzi di nuovo oggi nell’attraversamento di Taormina alla vigilia dell’itinerario proposto da Taobuk, festival internazionale del libro in programma nella settimana a cavalier d’autunno.  

Non è solo nostalgico amarcord, nonostante l’ambiguità che è presente nelle cose. Per tanti, sopraffatti dalla suggestione dei ricordi e dal fascino di fotografie ingiallite, Taormina è il luogo di un mondo perduto, c’era una volta… l’antiquario Panarello e i suoi amici – Greta Garbo e tanti altri, da Truman Capote a Bertrand Russell, da Henry Faulkner, a Tennessee Williams; c’era il chiacchiericcio letterario-ridanciano di Ercole Patti, Enzo Marangolo, Vitaliano Brancati al bar Mocambo; c’era il Kursaal Casinò in villa Mon Repos del cav. Guarnaschell, che padri o nonni di questa tarda generazione siciliana ebbero modo di frequentare, in ostentata vanteria di contiguità con Marlene Dietrich,  Audrey Hepburn, Gregory Peck, Amalia Rodriguez e tant’altri… C’era il «bel mondo internazionale» nel clima d’una «dolce vita» sul crinale del tramonto.

Ma la memoria, ancorché piena di fascino e di suggestione, da sola non basta, forse neppure a ricostruire il passato, tanto meno a renderlo contemporaneo, se non viene elaborata attraverso gli strumenti che la modernità offre e l’intelligenza è in grado di utilizzare e selezionare.  Ciò che conta di ciò che è stato, infatti, si tratti di luoghi cose o persone, è per l’appunto la «longevità» a merito di chi si preoccupi di conservarne la bellezza, riprodurne l’esistenza, restituirne la contemporaneità.

In questa prospettiva, il tuffo nel tempo trascorso – «le passeggiate tematiche ideate da Taobuk sui luoghi della letteratura e del cinema dove le muse si sono fermate» – diventa atto virtuoso ed elemento vitale nell’intreccio con l’attualità e la complessità.

Questa virtuosità è percorsa da Taobuk attraverso diversi itinerari. Per esempio, i «dialoghi» proposti dalla fondazione Brodbeck vedono «l’abbinamento di tre artisti con tre intellettuali «mediterranei» coinvolti in «uno scambio virtuale tra due ambiti contemporanei, quello dell’arte visiva e quello della scrittura, volti entrambi a indagare l’oggi, seppur con strumenti differenti». A conferma, ove necessario, che la società complessa impone ineludibile interdisciplinarità. Spesso, troppo spesso, le analisi politologiche, sociologiche o economiche che leggiamo anche nei maggiori mass media risentono della ristrettezza prospettica dentro la quale si muovono i rispettivi autori (anche quelli d’alto lignaggio!) che all’idea della «contaminazioni» non riescono ad adeguarsi. 

A tale idea è poi coerente la mostra fotografica “Rompere il muro del silenzio” di Letizia Battaglia, «cronista, attraverso le immagini, in una città come quella di Palermo, di tutte le contraddizioni in un microcosmo impastato di magnificenza e miseria». E lo è pure quella antologica “Che cosa sono le nuvole” ispirata alla figura di Pier Paolo Pasolini dal cui cortometraggio (1967) prende titolo e nella quale la continuità di diversi stilemi linguistici, lungo le sale di Palazzo Corvaja, consente  di vedere la realtà da diversi punti di vista, col surrealismo di Magritte, la metafisica di De Chirico o la tela violata di Fontana.

“Gli ultimi muri” è il titolo – augurale! – di Taobuk. Per l’appunto ancora a ricordare, ove necessario, che l’intelligenza delle cose non conosce muri, a dispetto delle aberranti idee che circolano diffusamente in tante parti del mondo e delle violenze che vi si praticano. Ma, come giocatori al tavolo verde d’un immaginario casinò, c’è chi assume il rischio di scommettere sulla speranza – «niente al mondo di ciò che è possibile diventerebbe reale, se non si tentasse continuamente l’impossibile» (M. Weber, e altri) – con la fiducia che essa prevalga sulla paura, come ha scritto il compiano Pietro Barcellona.

Qui a Taobuk è ben tracciato il segno del margine, il confine fra paura e speranza, tra il conformismo parolaio, volgare, stridulo, violento e l’impervia strada d’un’altra frontiera verso territori poco frequentati. Ne sono testimoni alcune personalità, fra gli altri Orhan Pamuk,  insignito del premio Nobel per la letteratura (2006) mentre in patria veniva processato per avere violato il divieto di dire del «genocidio degli armeni» perpetrato dai suoi connazionali turchi; Tahar Ben Jelloun, scrittore marocchino, che ha fatto della «contaminazione» fra culture una delle cifre della della propria opera letteraria; Antonio Di Grado, autore da ultimo di “Cruciverba italo-franco-belga”, un’indagine letteraria intorno a personaggi e sensibilità tanto differenti fra loro, «la limpida laicità di Sciascia, il tormentato cattolicesimo di Bernanos, la scontrosa diffidenza di Simenon».

Contaminazioni fra identità, come nella fotografia di Rossella Pezzino De Geronimo «scatti fotografici pregni di simbologie tutte da identificare, frammenti d’identità attraverso diverse popolazioni, dall’India all’Etiopia dalla Birmania alla Dancalia»; oppure nella musicalità di Noa, l’inimitabile interprete di  “Life is beautiful” la quale, «figlia di ebrei yemeniti costretti a fuggire a Tel Aviv, crede nel potere che ha la musica di unire i popoli».

«Nuvole»  sul cielo di Taormina. «Che cosa sono le nuvole? Straziante meravigliosa bellezza del creato».

Il mondo perduto di Taormina – a suo tempo «internazionale», a modo di quel tempo – così rivive, ma di nuova vita, nella contemporaneità del panorama suggestivo di questo festival che si rispecchia nella suggestione d’un contesto che, il tempo, sembra accoglierlo tutto dissolvendone, in apparenza, ambiguità turbolenze inquinamenti. In apparenza, per l’appunto; tuttavia con la capacità di suscitare «la speranza contro la paura».

Rebecca al pozzo e le sue metamorfosi

Come in un’astrale coincidenza si sono incrociate l’occasione di una visita in una piccola chiesa locale e, a pochi giorni, la circostanza dell’apertura “fuori calendario” della Pinacoteca di Brera.  L’evento ha avuto due compagni, Eliezer (Eleazaro) e Ribqah (Rebecca), cioè Eleazaro da Canaan e Rebecca da Paddan-Aram, un confronto muto, fra gesti e colori. Dentro o fuori il libro della Genesi? Il discorso s’appunta sul romanzo d’amore di Giovanni Battista Piazzetta, uno dei più originali: Rebecca al pozzo, olio su tela, 1740 ca.

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Il racconto dell’incontro di Eliezer e Rebecca al pozzo (cm. 147×197,5), attribuito a un improbabile Pietro Ligari, probabilmente della prima metà del ’700, acquistato nel 1997 a un’asta Sotheby’s, incarna lo spirito biblico. Eliezer è il servo di Abramo, come tale piega il suo corpo all’inchino verso di Lei che gli concede ristoro d’acqua al pozzo di Carran e benevola attenzione.

Analoga la rappresentazione antecedente d’un secolo (1640 ca., cm. 92,3×182,8) presso la Pinacoteca nazionale di Cagliari, di Domenico Fiasella o quella del genovese Valerio Castello.

In tutti, Ribqah è il fulcro della scena ch’essa domina, è sovrana nella forma e nell’espressione, nell’insieme e nei particolari come in alcuni vezzi d’abbigliamento, nel passo che conduce verso Eliezer, nella postura che accentua la distanza fisica da lui mentre la mano si distende accondiscendente ad accettare il pendente d’oro inviatole da Abramo. E’ la sposa promessa di Isacco.

Lo stesso modulo è evidente in altra raffigurazione (1720-1722 ca., cm. 85×129) di scuola veneziana con traccia autografa di Tiepolo. Ribqah sovrasta Eliezer.

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La narrazione appare diversa nella variante iconografica introdotta da Giovanni Battista Piazzetta. Il dubbio è che sia estranea al testo d’origine, che l’evento sia stato reinterpretato. Come spesso avviene nell’esperienza storiografica.

La storia è un’intelligenza dinamica, non solo conserva la memoria del passato, ma la elabora; contiene i geni del futuro, e li alimenta. Nei suoi spartiti c’è una musicalità che inumidisce l’aridità degli eventi e delle date, sciogliendone la staticità apparente. I labirinti storiografici sono tortuosi e insicuri e questa insicurezza, in fondo, è lo specchio dell’esistenza, cioè della realtà delle persone, si tratti dell’incertezza di cui scrive Pierre Carniti ovvero delle varie solitudini, quella del cittadino globale di Bauman o della monade di Pietro Barcellona. La narrazione storica è esposta alla variazione delle trame, la molteplice interpretazione del reale riguarda infatti – ce lo insegna la scuola psicanalitica – pure il racconto di ciò che è già avvenuto.

Karl Raimund Popper sottolineava, a proposito della società liberale, che “il futuro è aperto”, aperto di fronte alle aporie del presente, alle fragilità dell’occasione contingente. In tal senso, non solo il futuro sviluppa il presente storico, ma nel divenire del tempo è lo stesso passato a presentarsi incerto. Ha scritto Dan Diner, studioso israelita: «Benché le realtà del passato non possano essere cambiate, tuttavia, senza nulla togliere all’effettività di ciò che è accaduto, si trasforma l’immagine storica del passato». Ce lo insegna la scuola psicanalitica, applicabile alla vita individuale come a quella collettiva. Una scoperta archeologica oppure un nuovo documento all’attenzione dello studioso oppure una nuova intelligenza dei fatti storicamente fondata cambiano le acquisizioni maturate ed apparentemente consolidate.

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Anche l’episodio di Rebecca che incontra Eliezer al pozzo sul far della sera è soggetta a questa essenziale aporia. Il volto di Rebecca è cangiante. Ne ripercorriamo il raffronto. Da un lato – per l’appunto, nelle tele di Pietro Ligari o della scuola veneziana di Tiepolo – la sua figura è quella sacra della scrittura biblica; con la sua forma fiera, a tratti fredda, Rebecca è sovrana, è la sposa promessa di Isacco. Poi c’è l’altra Rebecca, quella raccontata da G.B. Piazzetta.

Il testo è uno dei più originali, controverso, una sorta di romanzo d’amore, Rebecca al pozzo, olio su tela, 1740 ca., cm. 102×137, nella sala XXXV di Brera. Di fronte alla figura imponente di Eleazaro, la forma fiera, a tratti fredda, di Rebecca sfuma, assorbita dall’assalto d’una evidente emozione. Rebecca, nell’attimo, è, sì ancora, al centro della scena ma la sua immagine è declinante, s’erge d’altro cippo, nella pienezza della sua femminilità; le altre figure, le ancelle, i cammelli, quasi scompaiono. Scompare ogni aggiunzione simbolica, come la bambina in veste bianca di Tiepolo.

Il gesto della sua mano che tende ad accogliere il dono è timido, quasi nascosto, è come sopraffatto dalla domanda inespressa che, incredula, rivolge a Eleazaro, fissandone gli occhi che la guardano con sfumatura d’incanto profano. La donna ne coglie il messaggio, si difende; turbata da Eliezer spinge all’indietro il suo corpo, sensuale ne mostra con l’impronta fiamminga della seminudità del seno la fragilità amorosa. Rebecca ed Eleazaro, adesso, sono soli entrambi, in un insieme allusivo che oltrepassa lo stilema della tradizione sacra.