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Archivio Novembre 2015

A Fossa dell’Acqua, la biblioteca è nostra… la nostra vita all’incontrario

[Prova d'autore]. Ho conosciuto Jasmine e Joachim a Roma per una strana coincidenza… ma questo per ora poco importa. Abbiamo trascorso alcune ore insieme… Poi ci lasciammo con una promessa di rito: à bientôt. Ma non è stata una promessa di rito.

Sono trascorsi l’inverno e la primavera, l’estate volge al tramonto. Mi raggiungono a Fossa dell’Acqua, facilmente individuabile lì dove il tornante comincia a inclinarsi lievemente e dove, lungo il suo leggero pendio, scorre per alcuni metri un alto muro d’intonaco giallo curato d’antico.                                                                            

La facciata è interrotta da finestre incorniciate di pietra e attraversate da inferriate incastrate nel mezzo del piano di marmo che sporge arrotondato sulla via. Un portone massiccio di legno, due battenti d’ottone invecchiato, s’apre al campanello sul cortile dell’ingresso la cui sistemazione è stata appena completata, con muretti a mezz’altezza che delimitano piccoli viali accompagnati da soffi di luce, lampioni di ferro e luci a muro la cui luminosità si stempera al tocco della pavimentazione rinnovata in mattonelle di cotto.

Tutt’intorno, rampicante cadente si distende sulla parete di confine, ma lascia aperti interstizi che mostrano chiazze d’intonaco vecchio e nuovo mentre al suolo aiuole fra finestroni sulle stanze s’alternano a gradini d’accesso verso piccole terrazze. Rinasce, dov’era un tempo, il gelsomino verso il tegolato.

 Jasmine, d’origine francese, è nata nell’Algeria nordoccidentale, nella sua capitale dell’ovest, Oran, la città della “Peste” di Camus [...]. Ancora bambina, si trasferì a Parigi, al tempo della rivolta per l’indipendenza, perché il padre decise di abbandonare il Paese. Voleva garantire alla sua famiglia, e vivere egli stesso, una vita di stampo occidentale, aperta e cosmopolita. Era il ’57. L’anno dell’ “Isola di Arturo” di Elsa Morante, ricorda Jasmine, lo leggerà alcuni anni dopo, col rimpianto di suo padre.

Jasmine è piccola di statura, scura, dinamica, occhi vivi ed espressivi, impegnata nel suo lavoro, collaboratrice di riviste scientifiche e di costume. Dice con entusiasmo della sua attività.

Joachim invece è poco loquace, riservato, quasi timido. E’ ebreo; anch’egli, bambino, racconta, ha abbandonato il suo Paese, Gerusalemme, per l’ostilità che la famiglia aveva maturato presto nei confronti dello sciovinismo nazionalista che cresceva in Israele al tempo della crisi del canale di Suez (1956). 

Joachin racconta:
«Ci siamo conosciuti a Parigi, frequentavamo lo stesso corso all’Università Paris X Nanterre, condividiamo la passione per l’arte italiana. Roma è per noi una meta frequente.

Circa dieci anni dopo – la lunga pausa – ci siamo rincontrati per l’appunto a Roma, era un pomeriggio estivo con il cielo scuro e qualche goccia di pioggia che cominciava a cadere su di noi, lei restava seduta su uno dei sedili di ferro nel chiostro della pensione delle Suore Camaldolesi, sull’Aventino, che ci ospitava entrambi.
Sotto la protezione d’una piccola tettoia, consultava l’indice di alcuni libri, libri visibilmente nuovi, appena acquistati, ai quali visibilmente si stava accostando per la prima volta. Quel gesto dell’approssimarsi alla scoperta d’un libro nuovo lo conoscevo, ne coglievo il gusto particolare che precedeva, come un rito ossessivo, la lettura. Poi sarebbe seguita la ricopertura del libro in modo che non se ne macchiasse la copertina, per difesa dall’impressione dell’impronta, dalla macchia d’una distrazione.

Glielo dissi, che avrebbe rivestito il libro – come faceva al campus parigino – e fu l’inizio della nostra nuova conversazione. Sarebbe rimasta a Roma ancora qualche settimana. Qualche settimana mi trattenni anch’io.
Siamo diversi, abbiamo costruito comuni abitudini, tentiamo di costruire un racconto comune.

La piccola colazione è un’occasione destinata alla condivisione del progetto quotidiano. Ci incontriamo nuovamente la sera, per il nostro dopo-cena nel quale profondiamo una cura particolare; il piccolo tavolo quadrangolare di rovere ci vede l’uno accanto all’altra, tanto accanto da poterci quasi sfiorare la mano, preparato con l’attenzione reciproca, con la spontaneità della delicatezza decisa e tenera che le appartiene, col mio atteggiamento indefinibile come quello d’un «pescatore di sogni», fra quello che sono e ciò che vorrei essere, che mi spinge ad apparecchiare con scrupoloso (e rassicurante) tradizionalismo.

Siamo diversi e stiamo bene insieme. La biblioteca è nostra… la nostra vita all’incontrario. Poi Jasmine s’allontana, dimentica… D’un tratto sembra che viva senza ricordi, dice del passato come d’un giorno di vacanza, la spensieratezza, la tenerezza, la gioia di quel momento… niente di più, il suo volto si corruccia, la fronte si contrae, rughe indulgenti ne tradiscono un’inquietudine ormai amica. Aggiunge: «E’ troppo tardi per levare le vele e prendere il vento».

Il muro di Berlino e l’effimero “trionfo dell’Occidente”

Quel soldato dell’Est che fugge verso l’Ovest, attraversando un punto debole della fortificazione appena da qualche giorno iniziata, 13 agosto 1961, è una delle tante memorie che ritroviamo nell’album storico del Muro di Berlino. Per ventotto anni, un graffito inciso su quel muro ha sorretto silenziosamente la speranza: “Prima o poi ogni muro cade”. E’ avvenuto. Accadeva in quella notte del 9 novembre 1989 l’inizio d’un picconamento che rivelava rabbia e dolore per la violenza sofferta, ma anche gioia e speranza, immagini impensabili, fino a qualche giorno prima, che le televisioni del mondo libero diffondevano nelle case, le maree umane d’ungheresi, tedeschi, cecoslovacchi che corrono verso il mondo libero, i vopos che sorridono e lasciano passare.

Quel tempo d’autunno fu “la primavera dell’Ottantanove”.

Il Muro era stato il simbolo della “cortina di ferro” – secondo la celebre locuzione di Winston Churchill (1946) – cioè della divisione dell’Europa e del mondo in blocchi contrapposti, in sfere d’influenza politico-militari. La divisione si materializzava a Berlino, lungo quella che sarebbe diventata una “striscia di morte”.

A quel tempo, c’erano John Kennedy alla Casa Bianca, Krusciov al Cremlino, Giovanni XXIII in Vaticano. Il sindaco di Berlino è Willy Brandt, che il 16 agosto del 1961 si rivolge ai suoi concittadini: “Noi facciamo appello ai popoli del mondo per la condanna di un’ingiustizia che grida vendetta”. Nel giugno del 1963, in visita a Berlino Ovest, Kennedy pronuncia davanti al municipio di Schöneberg, al fianco di Brandt, uno storico discorso. Fu un discorso controverso: criticato ad ovest, perché venne inteso come riconoscimento dello status di Berlino Est; contestato ad est, per quella sfida che il presidente statunitense lanciava all’Unione Sovietica: “Tutti gli uomini liberi, ovunque essi vivano, sono cittadini di Berlino e quindi, come uomo libero, sono orgoglioso di dire: sono cittadino berlinese”.

Oggi, nei pressi della Porta di Brandeburgo, i fantasmi del passato incrociano lo sguardo attonito dei visitatori che attraversano il Checkpoint Charlie, sacrario della memoria. Di lì, nell’Ottantanove, il tracciato della vicenda planetaria prendeva una nuova direzione. Si concludeva un’era storica.

Il puzzle concluso svelava l’esatto incastro dei suoi elementi, alcuni dei quali pure controversi come la strategia del dialogo – “lo spirito di Helsinki”: il cambiamento attraverso l’avvicinamento reciproco – che guidò l’azione diplomatica del Vecchio continente, e non solo: dalla Ostpolitik di Brandt, cancelliere della Germania Ovest, e del suo successore, Helmut Schmidt, alla Conferenza per la sicurezza e la cooperazione in Europa; dalla “diplomazia della pazienza” di Paolo VI al pontificato missionario di Giovanni Paolo II, il papa polacco. Il muro è crollato per varie ragioni: per la coraggiosa “confrontation” con l’Urss avviata dal presidente statunitense Ronald Reagan; per l’insostenibile situazione economica nell’Urss e nei paesi satelliti, Polonia, Ungheria, Germania dell’Est; per un declino che progressivamente ha avviluppato il socialismo reale, svelandone l’impotenza politica, culturale, etica. L’Urss si sarebbe dissolta per implosione, scompariva nel Natale del ’91.

Il Muro è crollato perché un Papa venuto dall’est non solo ha avuto fede che il mondo potesse cambiare, ma ha pure intuito l’occasione storica, la tracimante sofferenza degli oppressi, le rivendicazioni operaie del Baltico, gli scioperi ai cantieri navali di Danzica (1980), l’azione rivoluzionaria guidata da un operaio polacco, Lech Walesa, leader del sindacato Solidarnosc. Quel muro è crollato sulla spinta di una rivoluzione “europea”, inaspettata, repentina, pacifica – il secondo Ottantanove europeo, dopo il 1789 – perché un ateo di buona volontà, Mikhail Gorbaciov, assurto dal Caucaso ai vertici della gerarchia sovietica (1985), è riuscito a dare concretezza politica e forza storica all’ideale della “casa comune europea”: disarmo nucleare, rifiuto della “sovranità limitata”, diritti dell’uomo, libertà religiosa. “La Russia- egli disse – è parte dell’Europa, ne condivide la storia, la filosofia, la religione”. Gorbaciov piccona – con la perestrojka e la glasnost – il regime sovietico, incrociando il messaggio di Giovanni Paolo II: “I popoli d’Europa si sentono chiamati a unirsi per vivere insieme, dall’Atlantico agli Urali, dalla Scandinavia al Mediterraneo”. E’ l’inizio della fine dell’impero sovietico che – per quei paradossi con i quali talora la storia s’arricchisce d’apparenze inesplicabili – travolgerà il suo stesso artefice, Mikhail Gorbaciov, il quale aveva suggellato con Reagan – a Ginevra (1985), Rejkiavik (1986), Washington (1987) – il patto della nuova era di distensione. Poi sopraggiunse la primavera dell’Ottantanove.

A poco meno di un anno, il 3 ottobre del 1990, la Germania  avrebbe recuperato, con Helmut Kohl, l’integrità della nazione.

E la storia voltò pagina. Comincia ad essere percepita come lezione diffusa la considerazione che la Storia, a partire dagli avvenimenti del biennio rivoluzionario 1989-1991, abbia intrapreso una via nuova, innervando un trapasso epocale, qualcosa di simile a ciò che è avvenuto con la Rivoluzione nordamericana (1774-1789) e con la Rivoluzione francese (1789-1799) le quali, anticipando l’Ottocento, hanno segnato convenzionalmente l’inizio dell’era storica contemporanea e, per l’Europa, la rottura con la modernità umanistico-rinascimentale. Il Novecento – con il primo conflitto mondiale, il bolscevismo, i fascismi, il nazismo, la guerra fredda – esaurisce  la parabola illuministica. La Rivoluzione del Secondo Ottantanove europeo è all’origine di un mutamento radicale della geografia politica euro-asiatica, degli equilibri geopolitici mondiali, delle categorie filosofiche e ideologiche, dei segni semantici (il linguaggio) ed assiologici (i valori) in maniera così decisa da realizzare un trapasso epocale esaurendo la fase della storia “contemporanea”.

*   *   *

A ridosso di quegli eventi un giovane e audace politologo statunitense di origine giapponese, Francis Fukuyama, ne proponeva una lettura enfatica – la fine della storia – quale esito di un processo che, con la caduta del comunismo e il trionfo del liberalismo, sanzionava l’affermazione del migliore dei mondi possibiliLa cronaca s’incaricò presto di smontare quell’enfasi e lo stesso autore ebbe modo di correggere il tiro dell’originaria intuizione (Fiducia, 1996). 

I fatti che seguirono – l’abbattimento delle Torri Gemelle, la guerra in Afghanistan, in Iraq… fino alla nuova grande migrazione fino al neo razzismo e ancora dal fondamentalismo del mercato a quello islamista… – piuttosto che di fine della storia parvero segnare il momento d’una decelerazione se non d’una retrocessione del cammino di progresso dell’umanità. La speranza d’una primavera si affievolì, la mitezza della luce cedette il passo all’”iperchiarezza” del “trionfo dell’Occidente”. Altre polarità – come avvertiva Samuel Huntington, riflettendo sul rischio dello scontro delle civiltà – verranno a costituirsi: fra capitalismi in economia di mercato, fra migranti e nativi, fra occidentalizzazione del mondo e risveglio islamico.