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Archivio Dicembre 2015

Miscellanea: il jazz, il viaggio, la chiave

IL JAZZ

[...] Un tardo pomeriggio d’estate, evento di gala (di mezza gala) nella terrazza con vista sul litorale d’una costa illuminata. Cala il tramonto con effetti disgreganti sull’immobilità apparente dell’insieme, quanto meno dell’insieme di natura e di luoghi, frutto dell’incrocio fra riverberi naturali e illuminazione artificiale. La disgregazione è strumento del convegno d’uomini e donne in espansione cinetica, ma la disgregazione è anche nelle cose di quel pomeriggio d’estate di mezza gala nella terrazza con vista sul litorale della costa illuminata. Il Nostro rimane in disparte in quel convegno d’uomini e donne in espansione cinetica e, mentre li osserva, segue il pensiero che ritorna su personaggi già incontrati (in prima approssimazione) – si tratta di Jay (Gatsby) e Daisy, gli uni, di Noodles e Deborah, gli altri, tutti quanti «personaggi della notte» - ma adesso, l’osservazione sull’insenatura immobile, il tema della trama si amplia, si sviluppa oltre la prima approssimazione. Gli scorrono davanti – con sovrapposizione di reale e immaginario – scene di relazioni umane, tempi di vita vissuta, e narrazioni fantastiche, pagine di romanzi o frammenti di pellicole, in gran parte fra loro sovrapponibili.

S’erano incontrati otto anni prima, o forse più, poco importa, poi Daisy – il Nostro l’ha già annotato nel suo diario – aveva sposato un famoso giocatore di football americano di Chicago, Tom Buchanan; Deborah invece aveva scelto il senatore Bailey.

Il tempus acti è quello d’allora, d’anni prima, otto anni prima, «otto anni a ottobre. Gatsby emblema di un’America ruggente e triste»,  oppure: «Ricordi, tu che mi leggevi il Cantico dei cantici? [Song of Songs, Song of Solomon]. La bellezza, la poesia, la violenza. In una parola: C’era una volta in America […]. In questa ricerca del tempo perduto […] la grande storia dell’America metropolitana» [C'era una volta in America, film di Sergio Leone, musica di Ennio Morricone, 1984].

Il passato torna ma non si ripete. Quando si pensa di ripeterla, la storia fallisce perché il cammino dell’uomo s’arresta.

«Non è vero! Il passato si può ripetere!», insiste enfaticamente «il grande Gatsby» inseguendo l’ossessione di una mitica ascesa verso ciò che non gli appartiene. Arrivismo cinico. Poi c’è l’altra faccia ed è la solitudine tragica di Gatsby, è il gangsterismo infelice di Noodles: entrambi, forma dell’America dei «ruggenti anni Venti», ambiziosa e corrotta, confusa fra le suggestioni di una società appariscente e il dominio d’una oligarchia criminale. C’era una volta in America! Ed è pure l’altra faccia di Gatsby, sognatore solitario! «Non si deve mai tornare su una storia d’amore finita […]. Perché se ti volti indietro, se rifai la strada al contrario la prima cosa che incontrerai, di quell’amore, è la sua morte» [Vila-Matas: “Solo i romanzi dicono la verità”, di E. Stancanelli, in “la Repubblica”, 30 luglio 2012].

Il Nostro osserva: Lei celebra un frammento del suo mondo; Lui, in disparte,  la guarda mentre l’eco d’un ritmo sale da sotto verso l’alto insieme a frasi d’un racconto, da sotto fino alla terrazza con vista sulla costa illuminata: 

«[…] “mi misi a suonare”. Lui […] mi chiese: “-Cos’era?”. Risposi: “-Non lo so”. Gli si illuminarono gli occhi [e disse]: “-Quando non sai cos’è, allora è jazz. […] Ci vanno matti, per quella musica, lassù”. Lassù voleva dire sulla nave. […] E suonavamo il ragtime, perché è la musica su cui Dio balla, quando nessuno lo vede. Su cui Dio ballava, se solo era negro». [A. Baricco, Novecento. Un monologo, Feltrinelli, 1998]

IL VIAGGIO

Cambia la location, dalla terrazza alla nave, ma la trama del Nostro continua. Il personaggio non è più Jay Gatsby e neppure Noodles il gangster, ma un uomo che è nato su quella nave e si chiama Novecento. Su quella nave – il Virginian – che l’accoglierà fino alla morte, Novecento, pianista straordinario, respira l’esistenza che non gli appartiene, la lontananza prefigurata dagli addii, la timidezza malcelata degli inizi, l’emozione d’una musica nuova; la paura dell’infinito come d’una «[…] donna [che è] troppo bella», la paura d’una terra che è troppo grande e dove ti perderai, d’un paesaggio senza confini che non puoi afferrare con lo sguardo, la paura dei desideri, della malinconia, della nostalgia – «Ho detto addio alla meraviglia […], ho detto addio ai miracoli […], ho detto addio alla rabbia […], alla mia musica, […] alla gioia» – la paura di tutto ciò che è domanda di vita, attesa d’un incanto che sembra non avrà un inizio.

«Io […] per salvarmi sono sceso dalla mia vita. Gradino dopo gradino. E ogni gradino era un desiderio. Per ogni passo, un desiderio cui dicevo addio […]. I desideri stavano strappandomi l’anima. Potevo viverli, ma non ci sono riuscito […]. E a uno a uno li ho lasciati dietro di me […]. Ho disarmato l’infelicità. Ho sfilato la mia vita dai miei desideri. Se tu potessi risalire il mio cammino, li troveresti uno dopo l’altro, incantati, immobili, fermati lì per sempre a segnare la rotta di questo viaggio strano che a nessuno mai ho raccontato se non a te […]» .  

Angoli nascosti di spazi inconsueti, cunicoli abbandonati, le pietre consumate dal mare, la valle-verde da qualche parte, il figlio mai creato, erano la fantasia e diventavano i ricordi di Novecento come conservati in un cofanetto di legno, erano le note della sua musica come i versi d’un poeta; pensò che quella fantasia e quei ricordi potesse realmente viverli, oltre la sua musica, scendendo la scaletta di quella nave verso la terra.

LA CHIAVE

Si vestì elegante: «Cappotto cammello, cappello blu, una grande valigia. Poi scende il primo gradino, il secondo, il terzo […]», ma oltre, lì sulla terra, altro non vide che l’inafferrabile, infinita, straniera esistenza che non aveva mai vissuto – «[…] una donna, una, la pelle trasparente, le mani senza un gioiello, le gambe sottili, […] quando si alzò non fu lei che uscì dalla mia vita, furono tutte le donne del mondo” – e si fermò, tornò indietro… [La leggenda del pianista sull’Oceano, film di G. Tornatore, 1998]». Non scenderà, continuerà a suonare su quella nave la sua musica «assurda e geniale». 

Gli mancava la chiave per scendere, la chiave del cofanetto di legno, la chiave di Guido – «”Buongiorno Principessa… ma allora questo scrigno c’è la possibilità di aprirlo e farsi dire sempre di si” – “E’ più facile di quello che pensi, basta avere la chiave giusta!”» [La vita è bella, film di R. Benigni, 1997].

Gli mancava la chiave di Neruda: «[...] il tuo sorriso sale al cielo cercandomi ed apre per me tutte le porte della vita [...]»; la chiave alla finestra di Naomi Ginsberg, comunista e pazza: «[...] Io ho la chiave – scrive al figlio Allen – [...] sposati Allen non prender droghe, la chiave è tra le sbarre, nella luce del sole alla finestra» [A. Ginsberg, Kaddish, 1957-1959]».

Restò lì fermo, sino alla morte, nella nave che l’aveva visto nascere. Il Virginian «[…] se n’era tornato a pezzi, dalla guerra […]», l’avevano messo in disuso e così fatto saltare pieno di dinamite e con la nave, con quella sua nave che non aveva voluto abbandonare, era saltato pure Novecento. Il secolo era giunto al giro di boa.

*   *   *

Il tardo pomeriggio d’estate è declinato. I «personaggi della notte» sono svaniti nell’incominciamento della notte, erano in tanti all’inizio ma quando quell’evento s’affievolì s’accorse che erano rimasti in pochi, il Nostro s’era allontanato, la disgregazione s’era compiuta. Lesse lo stralcio d’un appunto: «[…] Quand’ero giovane avevamo grandi sogni [...]. Era un’epoca di speranze, mentre oggi non è più così [...]. La promessa messianica [...] si è infranta [...]. Personalmente preferisco essere un vagabondo. Vivo [come fossi] in esilio. Tutti i terrificanti discorsi […] sulle radici non hanno senso. Gli alberi hanno radici, io ho le gambe. Ed è molto meglio, credetemi […]». Non era proprio vero, pensò, che le radici non avessero senso. Ma andava bene lo stesso per quella sera, per la conclusione di quella sera d’estate di mezza gala nella terrazza con vista sulla costa illuminata. 

Ricordi d’una gentildonna, donna Franca Maria Cucinotta dei Grassi Voces

Prefazione

Donna Franca Maria Cucinotta, in una recente foto

Nell’estate d’un decennio addietro – in occasione di uno studio che avevo condotto sull’epica battaglia elettorale del 1913 ad Acireale che vide contrapposti per il seggio alla Camera del Regno il giovane barone, trentenne, dott. Giuseppe Pennisi di Santa Margherita (Acireale, 1880-1965) e l’on. avv. Giuseppe Grassi Voces (Acireale, 1869 – Fiumefreddo di Sicilia, 1942) già deputato nelle ultime tre legislature del Regno – in quell’estate, dicevo, ebbi modo di contattare e conoscere, intervistare e apprezzare una rara, antica gentildonna, la signora Franca Maria Cucinotta sposata e vedova Caltabiano, che era nipote dell’on. avv. Grassi Voces, figlia della di lui figlia Mariannina, e depositaria di ricordi, di aneddotidi affetti  che mi raccontò trasmettendo più  d’un che del clima dell’epoca, insieme alla spossatezza che t’assale nel rovistamento della memoria.

Quell’intervista, al tempo, non superò l’esame del revisore della rivista alla quale la proposi – insufficienza valutativa cui non contrapposi alcunché per non innescare polemiche da cui mi tenni lontano allora e la cui distanza mantengo tuttora. 

L'on. avv. Giuseppe Grassi Voces alla sua prima legislatura, 1900-1904

L’occupazione delle attuali ore oziose quasi per caso, scorrendo vecchie carte riposte in disordine, mi ha ripresentato all’osservazione quelle parole allora consegnatemi dalla signora Franca Maria Cucinotta, insieme ad alcune fotografie che la gentildonna ebbe la generosità di far ricavare in copia e regalarmi, forse nella speranza di vederle pubblicate a segno dei sentimenti di lunga durata presenti nel suo animo gentile, sorridente, gaio nel ricordo  di tanti anni addietro.

La pubblico adesso, quell’intervista, commentata e corredata anche delle fotografie datemi da Donna Franca Maria (e d’altre tratte da album familiari) e la pubblico giovandomi dei mezzi della modernità – blog, facebook – che mi consentono d’essere, come sono (per lo meno in tali piattaforme), revisore unico di me stesso (ch’è un privilegio che rivendico all’età)…  seppure revisore molto poco indulgente.  

La pubblico, l’intervista, sia in omaggio a questa cara e dolce signora verso la quale sono debitore sia per liberarmi di quel peso che si dice magone e che da allora sento in qualche modo gravarmi.

Intanto quella gentildonna – Franca Maria Cucinotta nipote di Grassi Voces, sposata e vedova Caltabiano – non c’è più, venuta a mancare il 5 aprile del 2013.

[Il resoconto annotato di quell'incontro che qui di seguito trascrivo con qualche aggiunta e precisazione risale al luglio del 2005]. 

*   *   *

1. Fra bigottismo e trasgressione

Franca Maria Cucinotta, nipote di Grassi Voces, con Maria Pennisi di Santa Margherita

Giovane e bella! Esclamazione a vista, apprezzamento su d’una diciassettenne che ti sta di fronte… seppure solo in foto, in una foto d’epoca, si tratta dell’estate 1941 (o 1942). Un topos della banalità? Forse. Ma è anche un topos dell’esistenza che, in apparenza, corre spesso uguale a se stessa distinguendosi, invece, nella specificità irripetibile degli uomini e delle donne che ne sono attori (di alcuni di loro, per lo meno). 

Lei è Franca Maria Cucinotta, nipote dell’on. avv. Giuseppe Grassi Voces, candidato alla Camera, come s’è detto,  e sconfitto nella leggendaria battaglia politica cittadina del 1913 che lo contrappose al vincente barone Giuseppe Pennisi di Santa Margherita. Il suo vissuto, la memoria che Donna Franca Maria mi comunica evocano un’atmosfera quasi letteraria, a volte accecante, senza mezze stagioni, fra bigottismo e trasgressione, altre volte luminosa con la gioiosa memoria d’un momento del tempo, altre volte tenue con la tenuità del tramonto… una storia che non è scritta nelle pagine d’alcun libro ma rivive nella dinamica del racconto orale.

2. «I signori di Sant’Alfio, come la principessa del Montenegro»

Donna Franca Maria Cucinotta col marito Giuseppe Caltabiano

Una villetta lungo il corso, d’architettura anni Cinquanta, delimitata da un muro di cinta ad altezza d’uomo, in tal modo esposta allo sguardo del passante: villa Caltabiano, dal cognome del marito, Giuseppe (+1999), che era nipote di mons. Pelluzza e che era di Sant’Alfio, come tutti i Caltabiano «i quali -preciserà più tardi Donna Franca Maria con sornione sorriso –  sono signori di Sant’Alfio come la principessa del Montenegro la quale, recita un aforisma di queste parti, “seppur del Montenegro, sempre principessa è”»! L’humor di Donna Franca eguaglia la sua singolare e arguta semplicità.

Al di là del muro un piccolo viale conduce all’ingresso della villa. Arrivo con qualche minuto d’anticipo rispetto all’ora concordata per quell’appuntamento; mi trattengo sulla strada ad osservare, o forse piuttosto a fantasticare intorno agli itinerari percorsi da tre generazioni nel corso d’un secolo e mezzo; sono ancora dentro lo spazio dell’«eterno umano», il «sempre degli uomini – vivrai “sempre” nel nostro cuore, si dice; è come dire vivrai (nel nostro cuore) un secolo, due secoli. Così Lampedusa: “il sempre umano, beninteso, un secolo due secoli…; e dopo sarà diverso, ma peggiore. Noi fummo i Gattopardi, i Leoni: chi ci sostituirà saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti, gattopardi, sciacalli e pecore continueremo a crederci il sale della terra”! Cosa dice, Principe, cosa dice? Non capisco! gli si rivolge implorante e attonito il povero Chevalley!». Recita bene Donna Franca Maria, senza essere implorante né attonita.

3. Un ritratto a olio di Giuseppe Grassi Voces

Ritratto a olio dell'on. avv. Giuseppe Grassi Voces, 1922

Suono il campanello e un gentile signore, calvo (o rasato, come usa oggi) mi viene incontro, gentile, sportivo, occhi vivi; accanto a lui una giovanissima donna, sua figlia, con un’esilità di corpo che le conferisce uno slancio non solo fisico verso l’alto, uno sguardo solare. La loro gentilezza non nasconde la curiosità, un interrogativo sul visitatore, questo sconosciuto che è venuto ad incontrare la loro rispettiva mamma e nonna.

Qualche secondo dopo il mio ingresso in villa, compare Lei; ci siamo parlati due o tre volte a telefono, la sua voce è gaia e così mi appare adesso, gaia e sorridente, Lei, Donna Franca Maria Cucinotta, nipote di Giuseppe Grassi Voces, un uomo «dannato dalla storia».

La stanza – dove entro e si svolge la nostra conversazione – è un salotto il cui arredo ha l’impronta dell’habitat di primo Novecento, sobrio e accogliente, quasi invitante. Alle pareti osservo subito – è anche questa la mia curiosità – una serie di volti; chiedo l’identità dei personaggi. 

Andrea Romeo, pittore

E così uomini e donne di cui ho sentito parlare e di cui ho cercato di scrivere assumono

Caricatura di Giuseppe Grassi Voces

finalmente sembianze, contorni, espressioni, quasi rivivessero, quegli uomini e quelle donne.

C’è un piccolo olio che raffigura il Nonno di Donna Franca Maria ed è una novità, quelle poche fotografie di Giuseppe Grassi Voces che ho visto pubblicate sono altre (per lo più, caricature risalenti ad inizio secolo XX, per la mano graffiante del geniale Andrea Romeo, partigiano di Santa Margherita); qui è l’uomo austero d’età matura, che conserva la severa dignità del signore nonostante le lunghe traversie. Quel volto, quell’espressione, me li sottolinea tanto, Donna Franca Maria!

4. Mons. G.B. Arista Vigo (Palermo, 1862 – Acireale, 1920), il buon Pastore

Mariannina, la figlia primogenita di Giuseppe Grassi Voces e Maria Mola

Alla parete c’è pure un’altra foto, è Mariannina, figlia primogenita dell’onorevole, classe  Novecento (16 di ottobre); si sposa nel settembre del ’22, poco prima della marcia su Roma – da questo matrimonio, due anni dopo, nascerà Franca Maria – e quel matrimonio in casa Grassi Voces è ancora uno squarcio d’epoca, ne parla la Polemica”, organo della Lega Democratica acese, che è il giornale politico del «controverso» onorevole. Sono in tanti, ma non in troppi (è solo per il «recente lutto» che ha colpito la famiglia, di cui  riferisce la Polemica”?), mancano in tanti, non ci sono gli «scioani» (i santamargheritiani, nemici storici dell’onorevole).

Non c’è neppure il Vescovo Arista, che quella sua amicizia con l’on. Grassi Voces l’ebbe, eccome!, a pagare. Eppure egli, sì, ci sarebbe stato se fosse stato ancora in vita (era morto due anni prima); quel buon Pastore – che aveva «subìto» la sospensione vaticana del non-expedit in favore del barone di Santa Margherita  – in casa Grassi Voces l’aveva avuta la sua influenza. I rapporti con l’onorevole erano stati, sì, a volte burrascosi; l’onorevole aveva rappresentato un’anomalia sia per quelle sue scelte «democratiche» (così erano apparse, allora!) sia (e soprattutto, forse) per la  turbolenta vicenda sentimentale con l’affascinante ed esuberante figlia d’un alto militare di marina napoletano, Maria Mola che, non  sposata, gli aveva dato tre figli! Gli altri due verranno dopo il matrimonio. 

Come poteva essergli amico il Vescovo – mormoravano in tanti ad Aci-Reale! – per quella «vita di scandalo» e poi mentre «qui da noi, ad Aci-Reale, s’atteggia ad “amico” del Vescovo, lì a Catania, in Consiglio provinciale, s’accorda coi socialisti dell’on. De Felice Giuffrida»!

Eppure, in tanti, in Aci-Reale e dintorni, uomini donne e famiglie di autentica fede, erano in consuetudine di frequentazione con don Peppino Grassi Voces.   

Giuseppe Grassi Voces, al centro in seconda fila, in piedi alle sue spalle Francesco Seminara Tropea, in prima fila Giuseppe Seminara Mauro (col fucile), intorno al 1910

In realtà, alla Chiesa l’on. avv. Giuseppe Grassi Voces era stato comunque vicino,  poca pratica religiosa ma una sensibilità che gli faceva apprezzare la libertà religiosa (e fors’anche qualcosa di più) perché, poi, Giovan Battista Arista Vigo, l’ex direttore del Collegio San Michele d’Aci-Reale che spesse volte s’era rivolto all’amico onorevole per limitare i danni dell’eversione ecclesiastica, in fondo quell’uomo lo conosceva bene.

Mons. Arista conosceva bene l’animo di don Peppino Grassi Voces, dove pure trovava una qualche ospitalità (e forse più) se riuscì ad ottenere – nei pressi della sua nomina (1904) a Vescovo di Aci-Reale – che don Peppino accogliesse, sia pure tardivamente, il sacramento del matrimonio.

L’onorevole, infine, accondiscese non mancando tuttavia di sbalordire ancora, perché quel sacramento –  celebrato da don Angelo Rocca  – egli lo assume il giorno di ferragosto del 1907, un mese (e un giorno!) inusuale per un matrimonio! Quasi lo avesse voluto mantenere paradossalmente riservato (era piuttosto suo interesse farlo conoscere) – «denuntiationibus omissis ex licentia…» – gabellando i suoi censori i quali ancora nel ’13 (sei anni dopo il matrimonio) gli rimproverano la «vita di scandalo»! .

Il Vescovo, da parte sua, per ragioni di prudenza – per non rinfocolare le critiche di partigianeria che gli provenivano dai partigiani del barone di Santa Margherita, la cui concorrenza politica con Grassi Voces era già viva a quel tempo – si astenne dal celebrare quel matrimonio, cui provvide don Rocca «ex mandato supradicti Rev.mi Vic. Capitularis D.ni Joannis Baptiste Episc. Titularis». Di quest’avvenimento di riconciliazione religiosa il buon Arista di certo ebbe a gioire, ma anche questa gioia gli sarà imputata a colpa!  

Quell’amicizia venne rimproverata al buon Vescovo con un

Giuseppe Pennisi barone di Santa Margherita

accanimento che raggiunse il suo punto apicale nella competizione elettorale del ’13 – che è pure il punto apicale di quella concorrenza politica. Il vescovo fu accusato di non ottemperare alla consegna della Santa Sede – la sospensione del non-expedit in favore di Santa Margherita – astenendosi da un impegno diretto a sostenere quest’ultimo contro Grassi Voces. Non provata (anzi contraddetta), quell’accusa tuttavia era riuscita ad insinuare il sospetto verso Arista di disobbedienza al Papa, l’accompagnerà per tutta la vita, quell’insinuazione calunniosa, e fu motivo di grande dolore per lui; lo perseguiterà anche post mortem, poiché verrà utilizzata contro di lui anche nel processo di beatificazione perciò efficacemente rallentato.    

5. La «musica proibita»  di Giuseppe Grassi Voces

Maria Mola maritata Grassi Voces

Un’altra foto è quella dell’affascinante, esuberante napoletana che tanto fece tribolare familiari, amici e conoscenti del suo futuro marito, avendone violato le regole rigoriste, Maria Mola, la compagna dell’onorevole Grassi Voces, ch’egli porterà con sé nella sua casa.

Un evento precursore: nel 1936 Edoardo VIII avrebbe rinunziato al trono d’Inghilterra per Wallis Warfield Simpson, giovane signora del cabaret americano, due volte divorziata. Era la tracimazione di quel clima neo-romantico – la melodia del tempo come l’aria della Musica proibita di Stanislao Gastaldon – che induceva la supremazia della passione sulle regole dell’ordinario conformismo. 

Per la giovane Maria Mola, cantante d’operetta, figlia di Emmanuele e di Giulia Cuomo, don Peppino Grassi Voces perse il suo “trono”, che significò pure la damnatio memoriae! Ebbero cinque figli, Mariannina (l’abbiamo già incontrata),  Michele,  Emanuele, Marco e Giulia.

Mariannina, Michele e Marco: il trasgressivo onorevole mantenne ai suoi figli, secondo

Michele Grassi Pasini, senatore del Regno (1905-1913)

l’uso degli affetti, la continuità del prenomen familiare, della mamma (Mariannina Voces), del papà (Michele Grassi Pasini, anch’egli deputato poi senatore del Regno), del fratello Marco; poi, per Emanuele e Giulia, del papà e della mamma di Maria, la sua compagna. Non fu di certo, per Giuseppe Grassi Voces, l’adempimento di un dovere sociale in ossequio al dominante conformismo (lo aveva ben violato!) ma il tenero adagiarsi sul corso lento dei sentimenti che non urlano, che chiedono senza pretendere.

6. Maria Mola maritata Grassi Voces e il capitan giustiziere

Mariannina (ne abbiamo già detto), la primogenita di don Peppino Grassi Voces, sposa Michele Cucinotta fu Nicolò: sono i genitori di Donna Franca Maria. 

Giuseppe Grassi Voces con i nipoti, Nicola e Franca Maria, figli di Mariannina

La quale frequenta il collegio Santonoceto, gli anni del magistrale. Ricorda fra gli altri suoi insegnanti mons. Francesco Pelluzza, lo zio del suo futuro marito. Al Santonoceto, sì, ma il sabato a casa da nonno Peppino. Lei correva ad abbracciarlo e lo osservava mentre scendeva lungo l’ampia scala del palazzo appoggiandosi al bastone; «pirchitta, mi chiamava», forse per quell’uso infantile della domanda di senso, «perché…?».

Mons. Francesco Pelluzza

«Mia nonna – racconta ancora Donna Franca Maria – aveva una grande camera detta la “capanna”» dove andava a rifugiarsi, nelle sere trascorse in attesa del marito impegnato al Parlamento del Re, atterrita dalle ombre dei fantasmi che sentiva aleggiare in quella casa avita. La sovrastava in special modo la leggenda d’un Grassi capitan giustiziere ch’era stato uomo inflessibile e le pareva

L'anziana Maria Mola Grassi Voces

di udire, nell’impatto del vento sul vetro d’un finestrone o nell’urto d’una porta lasciata incautamente socchiusa, l’eco degli improbabili lamenti delle povere fantasticate vittime  di quel capitan d’arme raffigurato in una statua marmorea che dal cortile sottostante s’ergeva a sovrastare la sua fantasia.

Quella di Maria Mola, maritata Grassi Voces, era una fantasia radicata pure nella propria esperienza giovanile per quell’audace militare di Marina ch’era stato suo padre Emmanuele anch’egli attore della storia del suo tempo, «grande giocatore»… e per la «tenerezza» della madre, Giulia – mamma Giulia l’aveva raggiunta ad Acireale qualche anno dopo la morte del marito Emmanuele – che aveva il diploma e la passione del pianoforte e che «lavorava ad uncinetto…» come la ricorda Donna Franca Maria.

 7. Scampoli di spensieratezza a Santa Maria La Scala

Franca Maria Cucinotta fra il piccolo Tatà, Maria (a sx) e Rosa (a dx) Pennisi di Santa Margherita

La memoria corre, si sofferma sul tempo felice delle vacanze, lungo il viale del noccioleto di Passopisciaro o le «rasole» della vigna di Santo Spirito con la manovalanza messinese, i canti della ciurma che tornavano sulla casa lontana e l’odore del piatto fumante di pasta e fagioli… e poi quella proprietà di «Ficaredda» prima di Mascali, la fioritura dei verdelli su quei quindici tumuli d’agrumeto in dote alla madre Mariannina.

Corre ancora il racconto di Donna Franca Maria, qualche lustro… e ancora l’estate, il mare, la villeggiatura a Santa Maria la Scala, quand’è possibile perché c’è la guerra e le notizie dal fronte diventano sempre più drammatiche. Resiste, con la spensieratezza (o quasi) della gioventù, la fiducia nel futuro; il gesto dell’amicizia coglie Franca Maria, diciassettenne in una gioiosa e assolata giornata, in simpatica posa coi giovani compagni sugli scogli della costa.

Col peso degli eventi del tempo, infatti, il passato s’è allontanato come s’è stemperata nelle giovani generazioni la rivalità – solo una nube da spazzar via dal proprio orizzonte – che aveva contrapposto don Peppino Grassi Voces – muore nel luglio del ’42, a Fiumefreddo, nella casa del cugino (e sodale politico) Mariano Voces, il «barone rosso» (questa locuzione del tempo la dice lunga!) – a don Peppino Pennisi di Santa Margherita in quell’ormai lontana e sfocata epopea cittadina del 1913. 

Maria Pennisi di Santa Margherita, Jolanda rampolla belga, Franca Maria Cucinotta

Era stata anche una rivalità fra le famiglie, una divisione all’interno delle stesse famiglie, oltre che in città fra partigiani accaniti e irriducibili dell’una e dell’altra parte, «baiocchi» (grassivocesiani) contro «scioani» (santamargheritiani). Sono trascorsi quasi trent’anni (siamo nel ’41 o ’42): con Lei, Franca Maria, rampolla dei Grassi Voces, adesso, nella costa di Santa Maria La Scala, ci sono Maria e Rosa Pennisi di Santa Margherita… e tanti altri! Tutti quanti in età d’innocenza, freschezza, giovinezza, con rancori inimicizie brutture alle spalle, con la mente libera (o quasi) volta a costruire la nuova storia, quanto meno quella personale. E’ questo il ricordo che Donna Franca Maria vuole trasmettermi (e ci riesce, eccome!). C’è Jolanda, giovane rampolla belga che ospiterà in casa propria per tant’anni Giulia, ultimogenita dell’onorevole Grassi Voces… 

Quella posa – senza la gonnella –  quante volte non Le fu rimproverata, alla giovane Franca Maria!

Passa la grande storia anche da Acireale, gli eventi bellici, lo sfollamento, «la famiglia si disperde»… I bombardamenti su Acireale. Franca Maria ricorda che «una scheggia penetra in una stanza del Collegio Santonoceto» e colpisce, conficcandovisi, un’immagine del Sacro Cuore: «L’ha presa Lui per noi», commenta la Suora e queste parole tornano nel ricordo di Donna Franca Maria Cucinotta dei Grassi-Voces… Il Nonno è morto, termina la guerra, inizia il dopo-guerra… quel mondo dei primi decenni del secolo non c’è più, s’è esaurito, è finito. Spengo il registratore, pure la conversazione è finita. 

Amarcord (e non solo). Terza edizione della Rassegna d’arte contemporanea di Acireale (1969)

Rassegna internazionale d’arte contemporanea di Acireale (1969). Un resoconto, con l’aneddoto d’una sera a cena a Milano cui parteciparono il giovane Enzo Coniglio che ce ne fa il racconto, mio padre Francesco Grasso Leanza, Guido Ballo e Franco Russoli. Dedicato a mio padre, nel centenario della nascita (1915) che della Rassegna dal suo inizio (1967) – quale presidente, prima, dell’Azienda delle Terme, poi del Comitato organizzatore del Comune di Acireale - fu patron per vent’anni. L’ultima edizione della Rassegna da Lui organizzata fu quella denominata “Erratici percorsi” (1986-1987) curata da Achille Bonito Oliva («critico mediterraneo»). Ne seguì un’altra due anni dopo, l’ultima.

I PRECEDENTI IN SINTESI (1967-1968)

"Quadro" di P.P. Calzolari, 1967

Era nata nel ’67, all’insegna dello sviluppo turistico-termale di Acireale. La sua struttura agli inizi fu quella del “Premio”. Varrebbe la pena tornare a quei primi passi. Lo faremo in altro momento. Ma intanto, per dare un’idea, trascrivo l’impressione che allora annotò Marcello Venturoli, magna pars di quella prima edizione: «[...] posso dire – scriveva l’illustre critico – che in tanti viaggi in arte, questo per Acireale sia stato il più rapido e fruttifero, nei limiti di tempo che ci erano concessi, meno di un mese: un miracolo».

La Commissione composta da: avv. Francesco Grasso Leanza (Presidente) e da: Maurizio Calvesi, Cristoforo Cosentini, Filiberto Menna, Gino Morici, Renata Negri, Marcello Venturoli (componenti) e da Turi Sottile (segretario senza diritto di voto), assegna il 1° premio (ex aequo) a Pier Paolo Calzolari con “Quadro” per «la coraggiosa invenzione, il vivace e giovanile ottimismo» e a Sandro Somaré con “In una tiepida sera” per «la maestria, mai disgiunta dal caldo sentimento poetico dello spazio». 

La seconda edizione si svolse l’anno dopo, nel 1968. La Commissione composta da: avv. Francesco Grasso Leanza, presidente, e da: Umbro Apollonio, Mirella Bentivoglio, Silvio Branzi, Silvano Giannelli, Irving Lavin, Nunzio Sciavarello, Rosario Tornatore Scaccianoce (segretario senza diritto di voto) assegna il 1° premio (ex aequo) a  Giovanni Korompay (Venezia, 1904 – Rovereto, 1988), con “Chiaro di luna” (olio su tela), e a Maurizio Nannucci (Firenze, 1939), con “Modello scalare n. 1” (sintetico); il 2° premio (ex aequo) a Gino Morandis (Venezia, 1915-1994) con “Immagine n. 326” e Donald Aquilino con “Donna con cane”. Espongono proprie opere “fuori concorso” Rosario Tornatore Scaccianoce (segretario della Commissione) e Turi Sottile, pittori di Acireale.

Nel contesto della Rassegna, è organizzata pure una “Personale di Salvatore Fiume” [Comiso 1915 - Milano 1997].

EDIZIONE 1969: «RASSEGNA D’ARTE  ”ACIREALE TURISTICO-TERMALE”»

Non più  “premio”, cambia denominazione. Art. 1 del Regolamento della Rassegna: «Sotto l’alto patronato del Presidente della Repubblica e col patrocinio dell’Assessorato al Turismo della Regione siciliana, l’Azienda Autonoma delle Terme di Acireale in collaborazione con l’E.P.T. di Catania, col Comune di Acireale, con l’Azienda Autonoma della Stazione di Cura, con la S.R.I. Pozzillo, indice la 3a Rassegna d’Arte “Acireale Turistico-Termale” a carattere internazionale».

[Per memoria: il presidente della Repubblica è Giuseppe Saragat; l’Assessore regionale al Turismo, l’on. Salvatore Natoli; mio padre è presidente dell’Azienda delle Terme; l’avv. Filippo Jelo, presidente dell’E.P.T.; sindaco di Acireale è il prof. Stefano Scandurra; l’Azienda di cura è retta dal commissario dott. Ernesto Grimaldi; la “Pozzillo”, dal cavaliere del lavoro Salvatore Puglisi Cosentino]. 

Mons. Sebastiano Musmeci, "chierico" colto e aperto di Acireale, l'avv. Francesco Grasso Leanza, il senatore Mario Scelba, 1969

L’edizione del ’69 con l’abbandono della «forma premiale» e della «natura informativa» delle prime edizioni della Rassegna (1967 e 1968) ne segna l’evoluzione verso una struttura più complessa – non più una mostra seriale a tema libero – quale si realizzerà più compiutamente nelle edizioni successive.

La Rassegna viene inaugurata dal senatore Mario Scelba [Caltagirone, 1901 – Roma, 1991], da qualche mese presidente del Parlamento Europeo.

UNA COLLETTIVA INTERNAZIONALE

Numerosa la partecipazione e internazionale la rappresentanza. Per un totale di 187 opere, sono presenti  110 artisti – fra cui pure due scultori, Carmelo Cappello e Vincenzo De Grazia – provenienti dai seguenti Paesi: Austria, Brasile, Cecoslovacchia, Cina, Ecuador, Francia, Germania, Giappone, Regno Unito di Gran Bretagna, Grecia, Italia, Jugoslavia, Romania, Spagna, Svezia, Stati Uniti. In luogo del “premio”, la Giuria ha proceduto alla segnalazione di ventidue fra le opere esposte, ritenute di maggiore rilievo.

LA GIURIA

La Giuria è composta da: Presidente: avv. Francesco Grasso Leanza, presidente delle Terme. Membri:  prof. Guido Ballo, docente di Storia contemporanea presso l’Accademia di Brera; prof. Giuseppe Bellafiore, docente di Storia dell’arte presso l’Università di Palermo; prof. Friedrich Lampe (Germania), critico d’arte; prof. Ottavio Morisani, docente di Storia dell’arte presso l’Università di Catania; prof. Pierre Restany, critico d’arte (Francia); prof. Franco Russoli, direttore della Pinacoteca di Brera. Segretario  (senza diritto di voto): sig. Turi Sottile, pittore.

DIETRO LE QUINTE…

2015 …quarantasei anni dopo. L’ANEDDOTO d’una sera a cena a Milano: Francesco Grasso Leanza, Guido Ballo,  Franco Russoli e il giovane Enzo Coniglio… che oggi racconta.

Enzo Coniglio

Enzo Coniglio ha avuto un ruolo importante, ancorché poco noto, nella vita della Rassegna (per lo meno finché è rimasto in Italia), una presenza amichevole e costante anche in anni successivi. L’ha fatto per cultura e per sensibilità, con disinteresse e generosità. Peraltro, oltre ad essere oggi fine commentatore di politica internazionale, è stato  capo sezione del Ministero degli Affari esteri (Internazionalizzazione delle Università e settore cultura) cioè in una posizione che gli ha consentito di accreditare senza indugi in sede estera la Rassegna di Acireale, allora ai suoi primi passi, come avvenne per esempio qualche anno dopo presso l’ambasciata americana.  Spero che il Suo racconto continui.

Ha scritto di recente  su piattaforma “facebook” (23 novembre 2015), ricordando proprio quell’anno (1969) in una lettera pubblica a me diretta:

Guido Ballo

«[…] Una rassegna d’arte contemporanea avrebbe creato un autentico “terremoto” ad Acireale che avrebbe potuto nuocere allo stesso papà [ndr.: a mio padre]. Franco Russoli lo disse con estrema chiarezza a cui si associò lo stesso Guido Ballo che però propose iniziative intermedie più comprensibili, da associare eventualmente. D’altronde, aggiunse Russoli, se ripetiamo ad Acireale il déjà vu, la Rassegna perderebbe molta della sua importanza in ambito nazionale ed internazionale. 

La domanda che teneva tutti in sospeso era: “l’Avvocato Grasso Leanza accetterà di correre il rischio di diventare impopolare almeno nelle prime edizioni a casa sua?”

Il dibattito si protrasse tra le righe alcune settimane fino ad un successivo viaggio a Milano. 

Il papà, in quella occasione, guardò con aria ironico-bonaria Franco Russoli negli occhi, poi abbassò lo sguardo e con un sorrisetto a mezze labbra, disse: “Ma io non sono un politico, non devo far carriera… E in fondo le Terme che io rappresento, hanno sempre avuto una vocazione di qualità a livello internazionale… Acireale deve ritornare a quei livelli, quelli dell’Hotel des Baines…”.

Franco Russoli ne rimase colpito ed ammirato e da quel giorno divenne il vero ambasciatore della Rassegna e un autentico parafulmine. 

Io invece ero giovane, inesperto e preoccupato per l’immagine del papà e avanzai delle riserve. Ottenni una forte pacca sulla spalla e un gran sorriso indecifrabile e il dibattito finì con una cena offerta come al solito, dal generoso papà. Forse vorresti sapere come visse le incomprensioni notevoli a tutti i livelli..? Come chi sta compiendo una missione importantissima per la sua Città, perché la vera scommessa non era quella di creare una rassegna internazionale d’arte ma di internazionalizzare Acireale, sprovincializzarla». 

OPERE SEGNALATE DALLA GIURIA

In quell’edizione del ’69, all’unanimità la Commissione segnala  i seguenti artisti:

Turi Sottile, in una recente foto

Richard Antohi (sperimentale-incastro di immagini in alternanza), Artuto Bonfanti (informale), Peter Brüning (simbolismo-traffico paesaggio), Nino Calos (cinetica), Michele Canzoneri (cinetica sperimentale-senza movimento), Carmelo Cappello (scultura), Jürgen Claus (informale), Aldo Corbellini (informale), Dino Cunsolo (optical), Romano De Filippi (neofigurativo), Marcello De Filippo (cinetica), Antonio Freiles (informale), Bruno Gambone (strutturalista), Enzo Indaco (informale, materica), Ante Kuduz (serigrafia astratto-geometrica), Manlio Mangano (informale, materica), Leone Minassian (informale), Rosario Murabito (informale), Lilli Romanelli (pop art).

La Giuria menziona in modo particolare:

-l’opera cinetica di BRUNO CONTENOTTE [Mantova, 1922-1992], l’espressione più avanzata nella Rassegna del ’69 del rapporto tecnologia-arte;

-la partecipazione «fuori concorso» di TURI SOTTILE con “Struttura di una realtà ontologica”.

ARTISTI NATI E OPERANTI IN SICILIA PRESENTI ALLA RASSEGNA

Oltre ai già menzionati – Canzoneri, Cunsolo, Indaco, Sottile – espongono: Matteo Barretta, Pippo Bonanno, Salvatore Bonanno, Giovanni Bonaventura, Gianni Busà, Dino Caruso, Maurilio Catalano, Cesare Di Narda, Michele Dixit, Clelia Francaviglia, Adriana Gallo, Salvo Giordano, Resy Mantineo, Carmelo Marchese, Gigi Martorelli, Paolo Montalbano, Ines Panepinto, Lia Pasqualino Noto, Giuseppe Pavone, Raffaello Piraino, Giovanna Rasario, Rosa Rigano, Giuseppe Sciacca, Giacomo Scilla, Paolo Scirpa, Carmelo Signorelli, Michelangelo Spampinato, Giacomo Taccia, Rosario Tornatore Scaccianoce, Domenico Tudisco, Marcella Tuttobene, Giuseppe Vanadia Bartolo, Lorenzo Viviano.  

Renato Guttuso con Marta Marzotto

Fuori concorso insieme ad altri, espone pure Renato Guttuso la cui opera, insieme a quella di Maurizio Nannucci – si legge nel catalogo – «all’atto di andare in macchina, per motivi tecnici non ci è possibile riprodurre». 

LA GALLERIA D’ARTE MODERNA DEL COMUNE DI ACIREALE E L’ACCADEMIA ZELANTEA

1. In occasione di questa edizione della Rassegna viene formalizzata la proposta dell’istituzione d’una Pinacoteca comunale. Si legge nel Regolamento: «Art. V – L’organizzazione mette a disposizione della Rassegna un monte acquisti di Lire 2.500.000. Gli acquisti saranno effettuati tra le opere segnalate dalla Giuria […]. Art. VI – Le opere acquistate con il monte acquisti resteranno di proprietà della Galleria d’Arte Moderna del Comune di Acireale».

Della Galleria d’arte moderna del Comune di Acireale si constata ancora – a quasi cinquant’anni! – l’evidente assenza, segno d’un disinteresse peraltro di resistente durata inversamente proporzionale all’interesse e al credito che la Rassegna andava acquisendo e acquisiva anno dopo anno (in parte conservandolo ancora) non solo nel circuito colto dell’arte ma anche nei segmenti più consapevoli e avvertiti di pubblico.

La sede della Biblioteca Zelantea

2. Aggiungiamo incidentalmente (il discorso richiederebbe infatti altro specifico e più approfondito intervento), che essa,  come Sezione specifica d’arte  potrebbe essere costituita all’interno della struttura dell’Accademia Zelantea la quale, sperimentata nel tempo – con la prestigiosa Biblioteca, la Pinacoteca, la raccolta archeologica, i preziosi manoscritti, disegni, etc. etc – e corroborata nei risultati, retta e assistita da professionalità e competenze, sarebbe in grado, con i necessari supporti di personale e un’integrazione di struttura edilizia, di assumerne la guida e la gestione, di realizzare economicità di scala, sul piano finanziario oltre che su quello organizzativo, e profitto senz’altro immateriale (di cui la città avrebbe urgente bisogno). Che se poi ci si convincesse che «anche con la cultura si vive» il ritorno per la città sarebbe pure di profitto materiale.       

Le Terme di Acireale

3. Di diverso segno, invece, rispetto alle negatività segnalate, è quanto è avvenuto in tempi recenti nel corso del processo di smantellamento delle Terme e a seguito, in particolare, di due furti perpetrati a danno delle stesse. Intendo riferirmi  alla pregevole iniziativa che – a dispetto di invidie, rancori e affini – ha trovato ancora una volta l’Accademia Zelantea e le sue istituzioni al centro (e a servizio) dell’interesse culturale di Acireale.

In seguito ai predetti furti e per evitare ulteriore depauperamento del patrimonio materiale e immateriale della città, l’Accademia Zelantea nella persona del suo presidente dott. Giuseppe Contarino e le Terme nella persona del dott. Claudio Angiolucci allora presidente del Consiglio di Amministrazione, concorsero al salvataggio di circa 20 opere nel tempo acquisite come sopra detto al patrimonio termale.

Venne concordata la concessione di tali opere in comodato alla predetta Accademia affinché, finalmente sottratte all’indecente indifferenza accumulatasi nei decenni, venissero salvate dallo smantellamento dell’Azienda termale e custodite dall’unica istituzione acese idonea alla bisogna, ove esse adesso si trovano. 

CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE SULLA RASSEGNA DI ACIREALE , EDIZIONE 1969

Insieme alla consuete resistenze di ambienti legati al tradizionalismo figurativo, la Rassegna tuttavia registra quell’anno una maggiore attenzione rispetto alle precedenti edizioni da parte dell’opinione pubblica.

Non si può rendere conto dell’impatto con i media nazionali, perché non c’è traccia della raccolta della rassegna-stampa.

Valga il ricordo (e la testimonianza) della curiosità e, perché no, anche dell’attrazione che suscitò la Rassegna intanto per evidenti ragioni d’immediata e inusitata percezione visiva, a merito della «transluminazione» di Contenotte [Mantova, 1922-1992], della proiezione cioè di luce colorata in movimento, attraverso apposite diapositive in dispositivi elettronici d’avanzata tecnologia, sui prospetti della Chiesa Cattedrale e della Basilica di San Pietro: l’architettura barocca (o quasi) aggredita o esaltata, a seconda dei punti di vista, dall’avanguardia tecnologica. 

La «rappresentazione» di Contenotte – l’artista creatore della «metafisica quantica» (P. Restany) – è titolata “Spazio metamorfico” come quella che egli ha già sperimentato a Milano e Martina Franca e cui anche la Rai-Tv ha dedicato un servizio speciale nella rubrica Tv/7. Essa «supera l’oggetto, incide sull’architettura, ne modifica la staticità con il movimento delle luci, utilizza la tecnologia nella sperimentazione estetica.  Si può affermare – è stato scritto – che Contenotte sia riuscito dove i futuristi non sono stati capaci, cioè fare l’arte in movimento». 

In prospettiva generale, questa terza edizione è chiave di volta della Rassegna di Acireale. Non tanto o non solo perché,  abbandonata la sua originaria forma premiale, essa inizia ad assumere una struttura tecnicamente più idonea alla complessità del tempo.

Ancor prima, il punto fu un altro. O forse erano più d’uno i punti di perplessità correnti nel circuito colto dell’arte – da parte del pubblico più avvertito o della critica, dei galleristi o degli stessi artisti – quali il perimetro di autonomia della Rassegna, il target di comunicazione, il bacino di consenso, le condizioni di sostenibilità…

Mondanità "colta" nel palco delle Terme di Acireale al tempo della Rassegna

Certo, quel “primo premio” della 1a edizione (1967) assegnato allo «scandaloso» Calzolari – che scontenta o spiazza molti, i benpensanti, i tradizionalisti, i figurativi… – è un’auto-rappresentazione della Rassegna, una sorta di manifesto di per sé idoneo ad aprire un varco nella diffidenza o quanto meno nella corrente perplessità.

E tuttavia non basta. La manifestazione è solo ai suoi primi passi, peraltro in un contesto generale in subbuglio e nell’affollamento tumultuoso di presunti o reali talenti nascosti in microcosmi periferici! Come scrive bene Enzo Coniglio, la perplessità è diffusa,  «[...] reggerà alla lunga?» è la domanda che si pongono Guido Ballo e Franco Russoli e non solo loro; «l’Avvocato Grasso Leanza accetterà di correre il rischio di diventare impopolare almeno nelle prime edizioni a casa sua?».

Mondanità "leggera" nel parco delle Terme di Acireale al tempo della Rassegna

La Rassegna con la pretesa di rappresentare e/o realizzare «sperimentazione» sarà in grado di assorbirne la forza d’urto…  le neoavanguardie, i nuovi linguaggi, la smaterializzazione dell’opera o il suo contrario, la presenza invadente della materia… ? 

Scrive Enzo Coniglio: «Franco Russoli […] divenne il vero ambasciatore della Rassegna e un autentico parafulmine». Al di là della singolarità aneddotica (della quale, per il ricordo di papà, sono grato a Enzo), significativa nella sua carica simbolica, a distanza di tanto tempo è possibile affermare che è stata questa in nuce forse, anzi è stata senz’altro anche questa una delle circostanze che ha reso agibile alla Rassegna l’itinerario nel circuito colto dell’arte. Una rete di relazione umana e intellettuale, una rete ante litteram – allora un passaparola – ma non solo una rete, poiché ad essa si aggiunse anno dopo anno il vissuto di un’esperienza per alcuni indimenticabile, comunque seria.

RICONOSCIMENTO ALLA MEMORIA D’AMICIZIA CON LA RASSEGNA

1. GUIDO BALLO (Adrano, 1914 – Milano, 2010, critico e poeta).

Pierre Restany e Guido Ballo

Insegnante al Liceo Artistico e all’Accademia di Brera (dove dirigerà l’Istituto di Storia dell’Arte),  all’Accademia Albertina e all’Università di Torino. Antifascista e membro della Resistenza, nel dopoguerra frequenta l’ambiente che fa capo a Elio Vittorini. Scrive come critico d’arte nelle pagine dell’Avanti e del Corriere della Sera, interprete in particolare delle tendenze dell’arte degli anni Cinquanta e Sessanta «tra i primi a riconoscere oltre che Fontana, anche il lavoro di Scanavino, Baj, Arnaldo e Giò Pomodoro, Tadini, Pozzati, Aricò e poi ancora di Novelli, Alik Cavaliere, Gianni Colombo, Consagra, Dorazio, Turcato, Santomaso, Azuma e Sottsass». Si dedicò anche con passione e costanza alla scrittura di poesie che raccolse nel volume Il muro ha un suono. Poesie 1940-1990  (1994). (Cfr. Lorella Giudici, Guido Ballo: idea per un ritratto. Nel centenario della nascita,  http://www. doppiozero. com/ma teriali/biblioteca-00/luomo-idea-un-ritratto).

2. PIERRE RESTANY (Amélie-les-Bains, 1930 – Parigi, 2003), critico, fondatore del Nouveau

Pierre Restany e Andy Warhol

Réalisme e «mentore di Yves Klein». E’ un gigante della critica d’arte del Novecento. Fonda a Parigi (1960) il movimento del Nouveau Réalisme con Arman, Dufrêne, Hains, Klein, Raysse, Spoerri, Tinguely e Villeglé. César e Rotella […] si uniscono in seguito come faranno anche Niki de Saint-Phalle, Christo e Deschampes». Il suo interesse è attratto dall’industrializzazione del dopoguerra e dal dibattito sul confronto fra «astrazione lirica e astrazione geometrica». Segue le correnti che si vanno quindi esprimendo, dall’Arte Meccanica o Mec-Art alla Body Art all’Art Sociologique, con «una riflessione sull’equilibrio tra natura e cultura, [fra] estetica ed urbanistica, tra fra arte e cultura post-industriale». Dal 1984, fu direttore della rivista italiana D’Ars, dopo la morte di Oscar Signorini. Dal 1999 al 2003, Restany è presidente del Palais de Tokyo, punto di incontro dell’arte contemporanea a Parigi (cfr. Frittelli Arte Contemporanea – Firenze,  http://www.frittelliarte.it/curatori; Lorella Giudici, D’ARS,  anno 55/n. 221/autunno 2015).

3. FRANCO RUSSOLI (Firenze, 1923 – Milano, 1977), critico, direttore della Pinacoteca di Brera.

Vice direttore e poi direttore della Pinacoteca di Brera, egli fu pure soprintendente ai Monumenti e alle Gallerie prima di Pisa poi di Milano. Collaboratore del Corriere della Sera nella pagina settimanale  dedicata  alle cronache dell’arte,  dirige la Storia dell’Arte moderna dell’editore Fabbri. Cura il restauro dell’Ultima Cena di Leonardo nella chiesa di S. Maria delle Grazie (Mi), la catalogazione delle collezioni del Museo Poldi Pezzoli (Mi) e della Pinacoteca dell’Accademia Carrara di Bergamo. Fu curatore di importanti mostre d’arte (Bonnard,  Modigliani, Picasso, Sutherland) e autore di monografie su Picasso, Modigliani, Berenson, Marino Marini, la scultura del Rinascimento, Andrea del Castagno (cfr. Valentina Balzarotti, Il fondo “Franco Russoli” presso la Fondazione Federico Zeri a Bologna, http://www. fondazioneseri.unibo. it).

Un café d’orge, s’il vous plaît


[Prova d'autore]. Il Nostro, son quasi due mesi che è diventato ansioso, inquieto, irrequieto, che 
s’è alterato, ha perso il suo aplomb, l’equilibrio della maturità compiuta. S’è rarefatto dal circuito mondano, d’accademia o d’altro tipo; s’è allontanato da quelle frequentazioni e le proposte, gli inviti, le occasioni di partecipare a eventi vari, a impegnati congressi o ameni salotti o esilaranti convegni, li rifiuta, li evita, li declina. Avverte che gli manca qualcosa, cioè – egli dice, formulando da sé la diagnosi del proprio male  - «una compensazione al disagio interiore, l’impegno quotidiano, lo stress, la prova d’un esame da sostenere, una donna da contrastare, la domanda di “perché” d’un bambino…». 

Un tempo era stato diverso, l’intelligenza attiva, la mente impegnata, la fantasia senza briglie, lo stato d’animo gioioso; rideva compiaciuto distendendosi in prati inglesi sotto l’ombra d’antiche querce oppure adagiandosi su poltrone di vimini imbottite di morbida, fresca lana; il viso aperto… il completo di lino bianco…

S’accosta alla biblioteca, dalla libreria estrae alcuni volumi che trattano il tema di cui s’occupa in quel momento… ma poi invero in quel momento non s’occupa granché di alcunché con serietà, come invece fino a qualche mese fa…  Di quei libri che quasi inavvertitamente estrae dagli scaffali consulta gli indici, sfoglia alcune pagine, inizia a leggerne qualcuna, interrompe; ad uno ad uno li accatasta sullo scagno. Dopo una giornata di svogliata consultazione non ha ancora prodotto nulla di interessante, neanche nella sua mente, l’intelligenza regge ancora ma la sua mente è appannata, la fantasia inceppata, lo stato d’animo ansioso. Avverte che gli manca qualcosa… e ripete: «la compensazione al disagio interiore, forse lo stress d’un esame, una donna da contrastare, la domanda d’un bambino…». La stessa cosa ormai avviene da quasi due mesi, un’ansia costante e crescente… fino a quando, un giorno, un’ora imprecisata di quel giorno, provvide un sonno inaspettato a suggerirgli il rimedio.

S’appisolò e cominciò a sognare. Si trovava al centro d’una piazza circondata da tre strade, ne cercò il nome, piazza Lincoln, era un freddo pomeriggio invernale; una struttura in profilato colore antracite o press’a poco delimitava uno spazio all’aperto su parte della piazza a mo’ di giardino d’inverno e ampie vetrate mostravano ai passanti per lo più frettolosi, infreddoliti e distratti un interno elegante che lampade riscaldanti promettevano anche adeguatamente confortevole; giovani attorno ai tavoli consumavano bevande e paste varie; un andirivieni di camerieri in perfetta tenuta. Vi entrò, ma ecco che il panorama, appena oltre la soglia d’ingresso, gli apparve diverso da quello visto pochi secondi prima.

La metamorfosi onirica aveva seguito il disordine dei suoi pensieri, quel disagio che l’aveva depresso prima del sonno. All’interno le lampade sono solo lampade e non riscaldano, la divisa dei camerieri è evidentemente lisa in più parti e corredata di macchie varie che denunciano trasandatezza, incuranza, sporcizia. I giovani ai tavoli sono schiamazzanti e maleducati. Sul piano del bancone residuano briciole di paste e gocce di bevande consumate da avventori in cattivi arnesi. Resta sgomento, per quel contesto di sciatteria che quasi l’offende, per il contrasto fra quanto aveva creduto di vedere da fuori e quello che vi trovava invece, con disappunto, di sconveniente e indesiderabile.

Tuttavia non segue l’impulso di uscire, si trattiene, ancora qualche passo indeciso, incerto, infine decide di sedersi a un tavolino, all’angolo estremo della vetrata da dove può guardare con ampia vista l’esterno, la piazza, le tre strade che la circondano. Ordina la sua consueta colazione e nell’attesa inizia a osservare con insolita curiosità alcuni particolari. A poco a poco quel locale un po’ squallido si va nuovamente a trasformarsi al suo sguardo, avverte che qualcosa, di più, ne riscatta il degrado.    

Guarda il soffitto e s’accorge ch’è fatto di quattro volte, volte a vela, e che ciascun triangolo contiene la rappresentazione d’una scena; i colori sono intermittenti, scoloriti, in alcune parti  mancanti per lo scrostamento dell’intonaco; le immagini, appena riconoscibili, un tempo dovevano essere attraenti. Tuttavia riesce a vederle chiare, il Nostro, quelle immagini poiché, mentre egli le osserva, esse è come si staccassero dalla parete del muro e riprendessero per aria forma compiuta,  si fanno nitide come nella memoria senile à rebours. Dispiegandosi,  come le penne d’un pavone, esse ricompongono il quadrivio degli antichi affreschi. Pensa che fra le stesse ci possa essere l’ordine cronologico d’una storia vera, ma non insiste nel ragionarvi. Intanto procede a caso, le osserva: nell’una scena, un uomo poggia la mano sulla spalla sinistra della sua compagna; nell’altra, una

giovane donna su un sedile circolare di pietra… ma la figura è mobile, s’alza verso l’uscio, si gira per rientrare, una lunga gonna, guarda l’orizzonte; nella terza, una bambina si disseta alla fontana sulla strada; nell’ultima, due prossimi amanti, lui azzarda, lei si schermisce invitante, accattivante. Ne coglie alcune somiglianze, un déjà vu… lì proprio di fronte su quel divano…

Intanto, all’altro angolo della sala a vetrata una coppia non più giovanissima, mostra d’affannarsi in una conversazione che l’avventore, seppure attento e curioso come lui, non riesce a decifrare, le loro labbra pronunciano parole minute, brevi, misurate, lentamente scandite…  lei chiede al cameriere un caffè…  e qualcos’altro ch’egli non riesce a percepire neanche dal movimento delle labbra! 

Si svegliò d’un tratto col senso d’una curiosità inappagata ma era qualcosa di più d’una semplice curiosità inappagata, un interrogativo che s’era posto qualche anno addietro poiché, svegliandosi, ebbe  la sensazione d’avere rivissuto qualcosa di noto seppur d’incompiuto per cui ripercorse col pensiero immagini e situazioni in qualche modo archiviate nella memoria ma la ricerca fu vana anche se persisteva la convinzione d’un déjà vu. Ancora una volta, questa volta da sveglio, non insiste nella ricerca. Piuttosto, il pomeriggio imbrunisce, dall’inizio del sonno è trascorso un tempo imprecisato  e si rammarica di non avere ancora prodotto nulla di interessante, la sua mente appannata, la fantasia inceppata, lo stato d’animo ansioso. 

Avverte ancora che gli manca qualcosa… ma (adesso è quasi certo) non è lo stress da esame da sostenere, una donna da contrastare o la domanda di «perché» d’un bambino… D’improvviso ripercorrendo quel sogno appena concluso, d’improvviso, gli parve d’udire bene finalmente quelle parole che gli mancavano dalla conversazione della «coppia non più giovanissima» che nel locale di piazza Lincoln s’era sistemata «all’altro angolo della sala a vetrata», comprese che gli mancava… «il caffè con qualcos’altro»… che la donna aveva chiesto al cameriere. Non doveva essere il solito caffé, glielo aveva detto il suo medico. Adesso sveglio, l’orecchio teso, udì bene: un café d’orge, s’il vous plaît! Finalmente! Glielo aveva detto pure l’analista, tranquillizzandolo: «… si rilassi con un bel caffé d’orzo, eviti la caffeina!». Ebbe incresciosa cura di procurarselo celermente, un café d’orge, senza caffeina; lo bevve lentamente, sorseggiandolo, assaporandone il gusto con tracimante aplomb. S’accostò al tavolo di lavoro finalmente; dopo quasi due mesi d’ansia, s’accorse d’essersi acquietato.

 

Il monologo della notte: la storia ha un senso?

[Prova d'autore]. Il volto di Jasmine d’improvviso si corruccia, la fronte si contrae, rughe indulgenti ne tradiscono un’inquietudine ormai amica. Aggiunge:

«E’ troppo tardi per levare le vele e prendere il vento. Le passioni, i rimpianti, la realtà degli antichi e dei nuovi fantasmi, le lacerazioni delle fierezze ferite con il tempo, lentamente, sfumano, si placano. Scorre ancora il filo della speranza, ma è sottile, fragile, poiché la speranza non è più una naturale esperienza di vita; è, piuttosto, dovere di sopravvivenza, piccola lente a contatto della coscienza da custodire con cura per non farla offuscare, per aiutarci nell’illusione di non vagare incerti e privi di senso fra la gente che ci circonda quasi senza consapevolezza».

E’ sopraffatta da un’evidente emozione. Prosegue:

«Ascolta. La sera lentamente è scesa, imbrunisce le strade e le case, ogni angolo della città è avvolto dalla penombra. Durante il giorno, ogni cosa s’è mossa secondo le regole d’una società pre-ordinata, piccolo-borghese, d’una quotidianità cristallizzata dall’inerzia, dalla paura, dall’abitudine. La vita della città, pullulante nel meriggio, è stata inghiottita dall’imbrunire serale riversandosi nei circoli, nelle discoteche, nei salotti dove un monotono, lungo e noioso conversare e ridere ha riunito in simulate solidarietà persone fors’anche più estranee di quelle incontrate per le vie durante il giorno.

Dopo, quando la sera s’è inoltrata e la gente si ritira nelle proprie case, la città si avvia al riposo della notte, e mentre apriamo quella porta che ci è consueta, rimangono sul selciato, sui laterizi delle case, sui frontoni dei palazzi, solo le ombre riflesse dalle luci dei lampioni che, uno dopo l’altro, in fila, come silenziosi custodi della solitudine, sembrano seguire, fermi nella loro immobilità, il corso delle vie.

Poi mi succede: “[…] Chiudo gli occhi e vedo quel che non c’è […]”.
Prova a rileggere il verso che hai trascritto: “[…] Apri gli occhi, prova, ciò che appare è scomparso. Chiudi gli occhi e ciò che è scomparso riappare […]. Parole di un tempo […] ritornano con questi invecchiati tormenti che ci assolvono, solo qualche istante dall’idiozia della simultaneità mentre il secolo, svelto come un ladruncolo alla porta, come se niente fosse sgambetta incontro alla sua fine. […] L’occhio umido erra commosso di là dai nuovi francisguardi. […] ho la televisione, l’ovatta colorata sugli occhi, mentre di fuori i ragazzini suicidi sulle Honda sgommano in tondo sulla piazza bagnata […]. Già, non conta più niente il XXI secolo, ti si è già fatto buio davanti e non riesci nemmeno a leggere fino in fondo questa riga […] perché […] queste mie esili sillabe sono troppo poco – o troppo” (H.M. Enzensberger).

Ad uno ad uno gli uomini e i loro sentimenti sono usciti di scena, come in una rinnovata “Sinfonia degli addii”, come i musicisti di Haydn al cospetto dell’ingiusto principe Nikolaus Esterházy, che ad uno ad uno abbandonano la scena lasciandolo solo. Infine, una drammatica, malinconica visione si manifesta nella sua nudità – “il cervello in picchiata sempre più giù. […] lieve solenne scivolare, verso un punto più buio” – svelando un misero palcoscenico spoglio e muto, pieno solo d’ombre e di rimpianti, il vuoto che si nasconde nell’ostentata vitalità dell’esistenza, friabile, come la tua vecchia libreria corrosa da tarli perniciosi e devastanti… La storia ha un senso?».

Introduzione alla memoria di Giuseppe Seminara Scullica (1814-1879)

5 Dicembre 2015 Commenti chiusi

“[...] e pare che, nell’atto che doviamo essere meno infelici per esser­ci fatti preti onde ovviare i pesi di famiglia,  ci troviamo più inceppati per le cose non proprie [...]“ (da una lettera di F.S. data da Messina il 6 dicembre 1859 a S. Eccellenza Rev.ma Il Sig. Canonico Giuseppe Antonio Tesoriere Seminara Scullica, Aci Catena).

PREFAZIONE. Damnatio memoriae e oscuramento del genius loci

Giuseppe Seminara Scullica, giovane sacerdote

Questa è una piccola storia, vicenda accaduta in un microcosmo della periferia siciliana, che va tuttavia resa nota non solo per rendere omaggio a un persona ingiustamente colpita dalla damnatio memoriae da parte di una comunità ostile, prima, poi quanto meno distratta; ma (soprattutto) perché essa è significativa quale testimonianza d’uno di quei «mondi vitali» che si collocano nella tessitura dell’«universo mondo». Se, per un verso, non pare enfatico richiamare al riguardo la lezione della scuola delle Annales, per altro verso, e in particolare al riguardo, si può affermare che l’omissione (protrattasi sin qui) della storiografia locale sulla figura e sull’opera del canonico Giuseppe Seminara Scullica, nato ad Aci Catena ma attivo in Aci-Reale, ha fortemente nuociuto sia alla verità e completezza narrativa del genius loci sia al progresso culturale, di cultura civica e politica, della stessa comunità locale.

In sintesi, si tratta del pensiero e del magistero di un cattolico-liberale in una realtà dominata dagli opposti: una «tapina ragione individuale collocata sola e senza veruna guida nel vasto deserto dell’Universo», da un lato; un «ultro-cattolicismo [...] intransigente anche con la stessa Provvidenza!», dall’altro. Finché visse, l’autorevolezza del Nostro non fu in alcun modo scalfita o intaccata, peraltro sostenuta dal consenso dei suoi Pastori (da Domenico Orlando della diocesi di Catania a Gerlando Maria Genuardi primo vescovo di Acireale). Egli – canonico della Collegiata della Catena, membro delle prestigiose Accademie acesi (la “Zelantea” e la “Dafnica”) – fu docente di Retorica nella Regia Accademia degli Studi di Acireale. Nel ’60, dopo l’Unità, l’Accademia divenuta Regio Ginnasio, il sac. prof. Seminara Scullica ne fu prescelto quale direttore – cioè «preside o rettore» – sostituendo il «cattolico-papista» sac. Antonino Calì Sardo dei baroni di San Carlo, fra i majores del tempo, non avendo taciuto (e continuando a manifestare) il proprio pensiero su vari temi della vita nazionale, dal favore al moto unitario al contrasto dei «temporalisti», dalla critica verso i «clericali» alla professione dell’idea liberale, dalla condanna verso un tracimante rigorismo di stampo giansenista alla rappresentazione d’un cattolicesimo come religione che «contempla l’uomo fra mezzo il mondo», dall’affermazione della libertà della scienza al favore verso una scuola pubblica aperta a ragione e religione… Quanto basta per comprendere l’ostilità maturata contro di lui sia in quella realtà ecclesiastica sia negli ambienti laicisti e anticlericali presenti in città… Post mortem, scese su di lui il «mortifero lenzuolo» anche del silenzio.   

Questa memoria è dedicata a mia madre Annina Seminara Scullica.

1. SE CIULLO D’ALCAMO…

Rovistando, riordinando carte ingiallite, m’imbatto in figure scomparse, immagini dimenticate, fogli antichi, pensieri che corrono. La memoria, sollecita­ta e ridestata, risponde dinanzi a questa riscoperta del passato, rimuove il  velo  della dimenticanza. Quelle  figure escono dalle cornici invecchiate, le immagini riprendono a scorrere inusitatamente davanti agli occhi increduli, i volti assumono nuova espres­sione vitale. Si scioglie la massa dell’ignoranza che ci  difende,  la rocciosa fissità degli sguardi di marmo, la sempiterna diluizione delle parole impresse d’inchiostro sbavato, l’apparente inutilità d’una cassapanca di legno povero.

Con  la  curiosità della ricerca ma  anche  per  una benevola accidentalità – l’impossibilità temporanea di accedere ai libri del mio  studio  rimasti imballati  per qualche mese a causa di un trasloco – ho rivisitato luoghi periferici e dalla mia bibliote­ca ho ripreso un libro, Seminara. Opuscoli vari,  un libro che conosco da sempre, dal mio sempre esisten­ziale,  diciamo da quasi cinquant’anni.

A quel tempo e dopo, cercavo di sfogliarlo, quel libro, ma sempre  m’are­navo dinanzi al titolo che m’appariva dopo il primo foglio bianco oltre il cartone di copertina; quel titolo, ad inizio di libro, m’inibiva; m’inibì a dieci anni – e si comprende bene, a quel tempo non conoscevo neppure il nome di Ciullo  d’Al­camo; m’inibì a venti, quando gli studi giuridici mi conducevano a ragionamenti che apparivano “altri” rispetto  ad  una disputa sulla lingua adottata  da questo poeta del Duecento; ancora quel titolo m’inibì la lettura nei trenta, quando avviatomi  da  qualche tempo  ad osservare la storia contemporanea mi  parve cosa da nulla sapere se Ciullo d’Alcamo avesse scrit­to in lingua triforme; a quaranta, inseguivo ancora le grandi vie del pen­siero contemporaneo!

Dieci anni dopo…, è stato forse lo sconforto per i miei libri imballati, è stato forse merito d’un caso insondabile, è stato forse ancora l’imperscruta­bile destino d’un incontro inatteso, imprevedibile, comunque esaltante, è stato forse l’inizio di una maturazione intellettuale, è stata probabilmente la coincidenza di queste  circostanze  insieme… ho ripreso quel libro fra le mani, finalmente.

E  infine la sua lettura – quel primo saggio Se Ciullo d’Alcamo scrisse in lingua triforme, cioè italiana, siciliana, pugliese (1858) è un interessante intervento critico, in polemica con Lionardo Vigo (di cui infra), sulle origini della  lingua italiana – quella lettura, dicevo, per molto tempo ha occupato quasi costantemente le mie horae subcisivae.

2. SEMINARA. Opuscoli vari

Si tratta di una raccolta di scritti del canonico Giuseppe Seminara Scullica (Aci Catena, 1814 – Aci-Reale, 1879), che fu figura esemplare del suo  tempo, pensatore essenziale, sacerdote di autentica fede e profonda religiosità, testimone singolare di una sicilianità matura e consapevole. Lo ricordo dall’in­fanzia – per quella tela che sovrastava lo scagno di mio nonno - quest’uomo dal sorriso sincero e misurato, questo sacerdote che, giovane sacerdote, si affida al pennello di Antonino Bonaccorsi scegliendo di farsi ritrarre tenendo nella mano, anziché il breviario, un libro di Manzoni al tempo in cui Manzoni era in odor di eresia giansenista, mentre con l’altra mano punta l’indice verso il basso quasi a indicare una traiettoria, il destino dell’umana, transitoria avventura… Mi ritorna dal profondo alla superficie della coscienza perch’è fra coloro la cui parola, attraversando press’a poco due secoli e alcune generazioni, ha alimentato invisibilmente, come un filo d’acqua sotterranea, la terra alla quale ha attinto la nostra spiritualità.

Uomo d’intelligen­za acuta e vivace, di temperamento cordiale ed ilare, nasce 

Francesco Seminara, padre del Nostro

 

in Aci Catena il 23 marzo del 1814 dal nobile Francesco Seminara, dottore «in ambe le leggi», e da Natalizia Scullica dei baroni di San Calogero, ultimo di numerosa prole (dieci fratelli viventi), muore il 12 giugno del 1879.

Fu discepolo d’un colto e illuminato sacerdote, don Salvatore  Barba­gallo  (1766-1838), canonico della Collegiata e poi Prevosto della Catena, che Seminara ricorderà come «mente piena di onnigena scienza, nelle filosofiche, matematiche e fisiche discipline versatissimo»; prosegue poi la sua preparazione nella biblioteca del Convento di S. Antonio di Padova dei Frati Minori Riformati d’Aci Catena. A diciotto anni, nel 1832, passa quindi al Seminario dei chierici di Catania ove approfondisce gli studi filosofici e teologici, accompagnandoli a una salda preparazione nelle letterature italiana e  latina. Tre anni dopo, a ventuno anni, ancora suddiacono, concorse alla catte­dra di Retorica – che gli fu aggiudicata dal Consi­glio Superiore della Pubblica Istruzione allora con sede a Palermo

mons. Salvatore Bella, vescovo di Foggia e poi di Acireale, biografo del Nostro

presso l’Accademia degli Studi di Acireale la quale, divenuta quindi dal 1860 Ginnasio, lo avrà come direttore provvisorio – cioè, s’è detto, «preside o rettore» - e come docente fino alla sua morte. Fu ordinato sacerdote a 23 anni, correva l’anno 1837. Trascorse quasi quarantacinque anni ad insegnare e teneramente  lo  ricorda mons. Salvatore Bella – che a lui ed al fratello Salvatore dedica una bella pagina nelle sue Memorie storiche del comune di Aci Catena (1892) – il quale lo ebbe maestro nell’ultimo anno di vita. Muore alle sei del mattino di quel 12 giugno del 1879, aveva compiuto da poco 65 anni.

Per la cronaca. «I funerali di lui – si legge nel Cenno necrologico del settimanale acese “La Patria del 21 giugno di quell’anno – decorosi e può dirsi anche splendidi, ebbero luogo il 13 volgente in questa Basilica S. Sebastiano ove P. Tommaso Patanè recitò  la funebre orazione alla fine della messa di requiem. La salma fu

Salvatore Seminara Scullica, avvocato e magistrato, fratello del Nostro

accompagnata al cimitero, frai luttuosi concerti della nostra banda musicale, dal Municipio di questa città e da quello di Aci Catena patria dell’estinto, dai soci di ambe le Accademie, dai Professori degli istituti secondarii, e dai maestri comunali, dalle scolaresche elementari, tecniche e ginnasiali, non che dagli insegnanti ed alunni dell’Istituto convitto S. Michele; da una rappresentanza della Società degli Operai, e da varii concittadini cospicui. A S. Miche­le parlarono l’avvocato Eugenio di Prima Segretario dell’Accademia Dafnica, e il Direttore del R. Ginna­sio Giuseppe Coco. Frattanto giunse l’atteso Decreto Prefettizio che autorizzava il trasporto del cadavere al cimitero di Aci Catena, e furono così paghi i vivi desiderii dei concittadini dell’illustre defunto, di cui la fama durerà sempre sacra fra noi. Giunta  la bara a s. Lucia, fu incontrata dal clero e da tutto il popolo. La banda musicale d’Aci S. Antonio accordava lugubri melodie, ed a quando a quando i rintoc­chi della triste campana rendevano più patetica la dolorosa cerimonia. Al cimitero di  Aci Catena si recitarono funebri discorsi; e così la sera del 13 giugno  del  1879  si chiuse fra la mestizia ed  il cordoglio».

3.  LA FUSIONE ETICO-RAZIONALE, fra fede religiosa e libera scienza

La sua vita di sacerdote ed intellettuale – richiesto per  la sua fama di predicatore gioviale ed oratore colto in molte città e diocesi, nel Regno delle  due Sicilie ed oltre, nel Regno dopo l’Unità – fu testimonianza di una indiscussa personalità e di una spiritualità religiosa aperta ai valori del mondo moderno. D’origine patrizia, predicò ai suoi discepoli, ai suoi «giovanetti» com’egli li apostro­fava, la costanza della fatica per l’incessante ricerca del sapere, l’ardua strada verso «l’indefini­to termine del perfezionamento, l’educazione alle virtù civili, la responsabilità morale, il rispetto dell’umana  dignità» in che si sostanzia «l’aristo­crazia del sapere e della probità» quale punto d’ar­rivo d’una sintesi alta, la «fusione etico-razionale», quella spiritualità che nasce dalla sintesi  fra «fede religiosa e libera scienza», una costante della riflessione del canonico Seminara.

4. IN ACI E’ SECONDO SOLO AL VIGO

Lionardo Vigo Calanna

Alla sua morte gli vengono tributati pubblici  onori, promessa imperitura memoria. Epperò, la sua memoria è caduta, mentre intorno ad altri «minori» – fra altri, per esempio, Lionardo Vigo Calanna – la pubblicistica è stata ampiamente più generosa.

Conviene soffermar­si su questa circostanza. Lionardo Vigo Calanna (1799-1879) fu personaggio autorevole del tempo, per lignaggio familiare e attitudine personale, letterato, storico, filologo, archeologo, uomo politico, per antonomasia «il Poeta» in città, elevato infine dalla storiografia locale a simbolo del «genio cittadino» e della «gloria patria». Era contemporaneo del Nostro e, con lui, Seminara ebbe per parte sua rapporti di stima e rispetto, ma anche di dissenso che, manifestato una tantum (proprio a proposito del citato Ciullo d’Alcamo…), Seminara seppe poi condurre in atteggiamento di silenzioso distacco. Fra gli scritti dell’uno (Vigo) copiosi ed eclettici, e quelli dell’altro, Seminara, molti ancora inediti, di spessore e ponde­rato equilibrio, vi è una notevole distanza di metodo e di pensiero. Vigo, coerentemente al suo temperamento per cui «tenace…  smorzava il fuoco nell’ira», fu molto meno silenzioso e distaccato verso Seminara, nei cui confronti ebbe invece ad esprimere, in alcuni scritti saggistici o epistolari, un’astiosità a volte sopra le righe.  

5. INTERLUDIO, «l’ignorantaggine di certo clero» (Manzoni)

la marchesa Mariannina Vigo Pennisi

Poi successe, per quei paradossi dell’esisten­za, per quegli strani eventi con i quali l’esistenza s’incuriosisce quasi per ischerzo e si accresce di inesplorabili significati, un decennio dopo la loro morte, avvenuta nello stesso anno 1879, il loro sangue si sarebbe congiunto per via d’un matrimonio fra due rispettivi nipoti, Giovanni Seminara Mauro e Mariannina Vigo Pennisi. Ricordo la circostanza non solo come uno di quei paradossi dell’esistenza, ma anche perché pure essa, in fondo, non fu favorevole al Nostro canonico… neppure in famiglia. La marchesina Mariannina, nipote di Lionardo Vigo, non aveva dimenticato i racconti familiari circa «l’impudenza» di quel «canonico d’Aci Catena» – «ma non mio concittadino d’Aci-Reale» [!] – che aveva osato contraddire l’autorevole Nonno! La «ferita» del Nonno era ancora avvertita viva nella memoria della nipote Mariannina la quale, incrociando nel domestico itinerario la tela del canonico Seminara Scullica divenutole antenato maritali nomine, sottovoce

Giovanni Seminara Mauro, avvocato e magistrato

(ma non tanto) sussurrava un che d’indistinto con chiaro timbro di vocale disappunto. Non solo. Ma quel quadro ebbe tosto a scomparire da quegli itinerari di casa, «munificamente [!]» donato dalla marchesa alla Chiesa Madre d’Aci Catena…!

E poi, per dirla tutta… quando il destino s’accanisce! Quel quadro, che raffigurava peraltro un membro autorevole della Collegiata della Catena, vi fu tenuto esposto per tant’anni anni a merito di prevosti consapevoli e rispettosi di uomini e memorie. Poi col tempo è accaduto l’irreparabile (o quasi): del ritratto del Nostro (come d’altri venerabili), non c’è più traccia. Essendo stato rimosso dalla parete e riposto (in compagnia di quegli degli altri venerabili) in angusto e umido sgabuzzino senza luce né aria, anche l’immagine ne è stata cancellata, conculcata nel ricordo e depauperata di vitalità. E così, ancora una volta, sul canonico Seminara Scullica è stato deposto il «mortifero lenzuolo» del silenzio, questa volta a causa dell’ «ignorantaggine di qualche chierico», direbbe ancora Manzoni!

6. TRARRE DALLA OSCURITA’ E METTERE ALLA LUCE

Tornando alla nostra trama. A partire dal pensiero del canonico Seminara Scullica è possibile maturare su Vigo un giudizio che, sempre sereno dal punto di vista  intellettuale e umano, non può non correre lungo una valutazione critica rigorosa e severa.

1894, lettera di ringraziamento dell'Accademia Dafnica diretta all'avv. Giovanni Seminara Mauro

Dicevamo, quindi, che la causalità storica ha  voluto sia la fama – seppur locale – di Vigo, che non è riusci­ta forse a raggiungere uno spessore coerente alla complessità del personaggio, sia la perdita di memoria di Seminara per il quale, eppure, si diceva che «in Aci è secondo solo al Vigo [...] e fu sempre tra noi argomento di laude [...] e finché esisteranno Aci e Catena l’abbandono e la dimenticanza non potranno mai stendervi il loro mortifero lenzuolo [...]».

Eppure Aci e Catena ancora sopravvivono, ma del canonico Seminara Scullica, che pure, come s’è detto, ebbe un ruolo rilevante al suo tempo, è scomparsa la memoria, così del suo volto mirabilmente ritratto da Antonino Bonaccorsi come del suo pensiero e della sua opera.

Giovanni Seminara Scullica, segretario del Comune di Aci Catena, altro fratello del Nostro

Gran parte della quale, già edita, è conservata presso la Biblioteca dell’Accademia “Zelantea” di Acireale unitamente ai «manoscritti, inediti», donati dal nipote del Nostro, il predetto Giovanni Seminara Mauro, alla medesima Accademia (allora “Dafnica”) e «che – come scrive mons. Bella nelle citate sue Memorie storiche - sarebbe ottima cosa trarre dalla oscurità e mettere alla luce». 

Seminara Scullica fu, fra l’altro, Segretario generale e Vice presidente dell’Accademia “Zelantea”, Presidente della “Dafnica”, oltre che delegato scolastico del mandamento di Aci S. Antonio, Sovrintendente municipale delle scuole elementari del comune di Acireale ed ebbe diversi incarichi dalla Provincia e dalle Accademie acesi a rappresentarle in occasione di congressi  e convegni.

A morte del Nostro, queste ed altre notizie furono raccolte in breve biografia dal fratello Giovanni.  

7.  LA FRANCHEZZA nel professare  la  verità secondo coscienza

La mia convinzione l’ho già detta in prefazione. Quando iniziai a leggere Seminara Scullica, all’inizio fu solo un sospetto, mi si insinuò un dubbio, dalla prima esegesi dei suoi scritti in mio possesso, sulle ragioni della dimenticanza in cui cadde. Quel sospetto col tempo s’è consolidato in più chiara definizione. Vale ripetere, in questo primo scritto introduttivo. Il suo magistero non è caro alla realtà ecclesiastica nella quale egli  si situa naturalmente per professione di voti e di fede, ma in posizione critica e separata; e non è caro alla cultura  laica ed anticlericale – di cui Vigo è, con altri, espressione – che mantiene l’ostile pregiudi­zio verso la sua appartenenza clericale.

Nei confron­ti  dell’una e dell’altra, senza iattanza  ma  con grande  rispetto ed altrettanto rigore, il ragionare sereno del canonico Seminara si sviluppa con tolle­ranza ma senza indulgenza, con quella «franchezza nel professare la verità secondo la mia coscienza – com’egli scrive – ch’è il pregio più bello di che io sappia menar  vanto».

Ma proprio questa posizione intellettuale e morale di Seminara Scullica nel corso dell’Ottocento, contraria sia al «liberalismo eterodosso» sia all’ «ultro-cattolicismo», il senso forte di una libertà sempre congiunta a Verità e Giustizia, la sua riflessione sui rapporti fra cattolicesimo e pensiero moderno dalla Riforma protestante alla Rivoluzione francese, la concezione di una sicilianità liberata da ogni forma di ripiegamento su se stessa, ci consegnano – per il contenu­to ideale, per il linguaggio logico-formale, per il metodo speculativo – una grande figura «periferica» del suo tempo, fra quelle raccomandate dagli storici delle Annales per ricostruire  il  tessuto reale della storia dei fatti e delle idee.

8. CON PASCAL E MANZONI

Sotto altro profilo, oltre che per il suo spessore intellettuale e morale, la figura di Seminara Scullica divie­ne paradigmatica per la sua esperienza  di  vita  - paradigma d’un’epoca – ch’egli esalta nella fede  e in una vita ispirata al Vangelo per cui fu capace di diffondere intorno a sé, anziché cupa mestizia e scontrosità, «la cordialità di un animo benfatto e propenso per indole al beneficio», conservando in ogni circostanza «la cortesia e l’affabi­lità ed il tratto squisito e morbido, la delicatezza dei modi, il portamento dignitoso ed in una accostevole ed ilare, lo sguardo ed il sorriso  pieni di blandizie».   

In  questo  senso  il Nostro Seminara Scullica ha espresso  il senso migliore del suo tempo – un tempo ingiusto, ancor prima che severo – con un atteggia­mento personale che ci svela una personalità superiore per la capacità di dominio delle situazioni esistenziali anche le più  difficili come «nell’atto [d'] essere meno infelici per esser­ci fatti preti onde ovviare i pesi di famiglia», che egli riesce a orientare verso il perfezionamento spirituale.

E’ profonda e autentica nel suo magistero, religioso e intellettuale, la convinzione di una perfettibilità dell’umana natura pur dentro il procedere incerto e contraddittorio della storia, da realizzare attraverso gli imperfetti e incompiuti strumenti della volontà e dell’intelligen­za, attraverso l’educazione familiare e personale, la formazione, l’impegno personale e sociale, la politica, le leggi, le istituzioni dello Stato. Questa consapevolezza è per i credenti la speranza di salvezza, la scommessa di Pascal, la manzoniana presenza della Provvidenza nella storia, ovvero per gli altri  la speranza laica nelle capacità di riscatto dell’umani­tà.

Tutto questo – non solo la memoria personale  e il lessico famigliare – me lo rende caro e mi raffor­za nell’avvertita esigenza di riscoprirne  l’esisten­za.  

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[Photo, courtesy of "Archivio Grasso Leanza", not. Giuseppe Seminara Tropea, Google]