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Miscellanea: il jazz, il viaggio, la chiave

IL JAZZ

[...] Un tardo pomeriggio d’estate, evento di gala (di mezza gala) nella terrazza con vista sul litorale d’una costa illuminata. Cala il tramonto con effetti disgreganti sull’immobilità apparente dell’insieme, quanto meno dell’insieme di natura e di luoghi, frutto dell’incrocio fra riverberi naturali e illuminazione artificiale. La disgregazione è strumento del convegno d’uomini e donne in espansione cinetica, ma la disgregazione è anche nelle cose di quel pomeriggio d’estate di mezza gala nella terrazza con vista sul litorale della costa illuminata. Il Nostro rimane in disparte in quel convegno d’uomini e donne in espansione cinetica e, mentre li osserva, segue il pensiero che ritorna su personaggi già incontrati (in prima approssimazione) – si tratta di Jay (Gatsby) e Daisy, gli uni, di Noodles e Deborah, gli altri, tutti quanti «personaggi della notte» - ma adesso, l’osservazione sull’insenatura immobile, il tema della trama si amplia, si sviluppa oltre la prima approssimazione. Gli scorrono davanti – con sovrapposizione di reale e immaginario – scene di relazioni umane, tempi di vita vissuta, e narrazioni fantastiche, pagine di romanzi o frammenti di pellicole, in gran parte fra loro sovrapponibili.

S’erano incontrati otto anni prima, o forse più, poco importa, poi Daisy – il Nostro l’ha già annotato nel suo diario – aveva sposato un famoso giocatore di football americano di Chicago, Tom Buchanan; Deborah invece aveva scelto il senatore Bailey.

Il tempus acti è quello d’allora, d’anni prima, otto anni prima, «otto anni a ottobre. Gatsby emblema di un’America ruggente e triste»,  oppure: «Ricordi, tu che mi leggevi il Cantico dei cantici? [Song of Songs, Song of Solomon]. La bellezza, la poesia, la violenza. In una parola: C’era una volta in America […]. In questa ricerca del tempo perduto […] la grande storia dell’America metropolitana» [C'era una volta in America, film di Sergio Leone, musica di Ennio Morricone, 1984].

Il passato torna ma non si ripete. Quando si pensa di ripeterla, la storia fallisce perché il cammino dell’uomo s’arresta.

«Non è vero! Il passato si può ripetere!», insiste enfaticamente «il grande Gatsby» inseguendo l’ossessione di una mitica ascesa verso ciò che non gli appartiene. Arrivismo cinico. Poi c’è l’altra faccia ed è la solitudine tragica di Gatsby, è il gangsterismo infelice di Noodles: entrambi, forma dell’America dei «ruggenti anni Venti», ambiziosa e corrotta, confusa fra le suggestioni di una società appariscente e il dominio d’una oligarchia criminale. C’era una volta in America! Ed è pure l’altra faccia di Gatsby, sognatore solitario! «Non si deve mai tornare su una storia d’amore finita […]. Perché se ti volti indietro, se rifai la strada al contrario la prima cosa che incontrerai, di quell’amore, è la sua morte» [Vila-Matas: “Solo i romanzi dicono la verità”, di E. Stancanelli, in “la Repubblica”, 30 luglio 2012].

Il Nostro osserva: Lei celebra un frammento del suo mondo; Lui, in disparte,  la guarda mentre l’eco d’un ritmo sale da sotto verso l’alto insieme a frasi d’un racconto, da sotto fino alla terrazza con vista sulla costa illuminata: 

«[…] “mi misi a suonare”. Lui […] mi chiese: “-Cos’era?”. Risposi: “-Non lo so”. Gli si illuminarono gli occhi [e disse]: “-Quando non sai cos’è, allora è jazz. […] Ci vanno matti, per quella musica, lassù”. Lassù voleva dire sulla nave. […] E suonavamo il ragtime, perché è la musica su cui Dio balla, quando nessuno lo vede. Su cui Dio ballava, se solo era negro». [A. Baricco, Novecento. Un monologo, Feltrinelli, 1998]

IL VIAGGIO

Cambia la location, dalla terrazza alla nave, ma la trama del Nostro continua. Il personaggio non è più Jay Gatsby e neppure Noodles il gangster, ma un uomo che è nato su quella nave e si chiama Novecento. Su quella nave – il Virginian – che l’accoglierà fino alla morte, Novecento, pianista straordinario, respira l’esistenza che non gli appartiene, la lontananza prefigurata dagli addii, la timidezza malcelata degli inizi, l’emozione d’una musica nuova; la paura dell’infinito come d’una «[…] donna [che è] troppo bella», la paura d’una terra che è troppo grande e dove ti perderai, d’un paesaggio senza confini che non puoi afferrare con lo sguardo, la paura dei desideri, della malinconia, della nostalgia – «Ho detto addio alla meraviglia […], ho detto addio ai miracoli […], ho detto addio alla rabbia […], alla mia musica, […] alla gioia» – la paura di tutto ciò che è domanda di vita, attesa d’un incanto che sembra non avrà un inizio.

«Io […] per salvarmi sono sceso dalla mia vita. Gradino dopo gradino. E ogni gradino era un desiderio. Per ogni passo, un desiderio cui dicevo addio […]. I desideri stavano strappandomi l’anima. Potevo viverli, ma non ci sono riuscito […]. E a uno a uno li ho lasciati dietro di me […]. Ho disarmato l’infelicità. Ho sfilato la mia vita dai miei desideri. Se tu potessi risalire il mio cammino, li troveresti uno dopo l’altro, incantati, immobili, fermati lì per sempre a segnare la rotta di questo viaggio strano che a nessuno mai ho raccontato se non a te […]» .  

Angoli nascosti di spazi inconsueti, cunicoli abbandonati, le pietre consumate dal mare, la valle-verde da qualche parte, il figlio mai creato, erano la fantasia e diventavano i ricordi di Novecento come conservati in un cofanetto di legno, erano le note della sua musica come i versi d’un poeta; pensò che quella fantasia e quei ricordi potesse realmente viverli, oltre la sua musica, scendendo la scaletta di quella nave verso la terra.

LA CHIAVE

Si vestì elegante: «Cappotto cammello, cappello blu, una grande valigia. Poi scende il primo gradino, il secondo, il terzo […]», ma oltre, lì sulla terra, altro non vide che l’inafferrabile, infinita, straniera esistenza che non aveva mai vissuto – «[…] una donna, una, la pelle trasparente, le mani senza un gioiello, le gambe sottili, […] quando si alzò non fu lei che uscì dalla mia vita, furono tutte le donne del mondo” – e si fermò, tornò indietro… [La leggenda del pianista sull’Oceano, film di G. Tornatore, 1998]». Non scenderà, continuerà a suonare su quella nave la sua musica «assurda e geniale». 

Gli mancava la chiave per scendere, la chiave del cofanetto di legno, la chiave di Guido – «”Buongiorno Principessa… ma allora questo scrigno c’è la possibilità di aprirlo e farsi dire sempre di si” – “E’ più facile di quello che pensi, basta avere la chiave giusta!”» [La vita è bella, film di R. Benigni, 1997].

Gli mancava la chiave di Neruda: «[...] il tuo sorriso sale al cielo cercandomi ed apre per me tutte le porte della vita [...]»; la chiave alla finestra di Naomi Ginsberg, comunista e pazza: «[...] Io ho la chiave – scrive al figlio Allen – [...] sposati Allen non prender droghe, la chiave è tra le sbarre, nella luce del sole alla finestra» [A. Ginsberg, Kaddish, 1957-1959]».

Restò lì fermo, sino alla morte, nella nave che l’aveva visto nascere. Il Virginian «[…] se n’era tornato a pezzi, dalla guerra […]», l’avevano messo in disuso e così fatto saltare pieno di dinamite e con la nave, con quella sua nave che non aveva voluto abbandonare, era saltato pure Novecento. Il secolo era giunto al giro di boa.

*   *   *

Il tardo pomeriggio d’estate è declinato. I «personaggi della notte» sono svaniti nell’incominciamento della notte, erano in tanti all’inizio ma quando quell’evento s’affievolì s’accorse che erano rimasti in pochi, il Nostro s’era allontanato, la disgregazione s’era compiuta. Lesse lo stralcio d’un appunto: «[…] Quand’ero giovane avevamo grandi sogni [...]. Era un’epoca di speranze, mentre oggi non è più così [...]. La promessa messianica [...] si è infranta [...]. Personalmente preferisco essere un vagabondo. Vivo [come fossi] in esilio. Tutti i terrificanti discorsi […] sulle radici non hanno senso. Gli alberi hanno radici, io ho le gambe. Ed è molto meglio, credetemi […]». Non era proprio vero, pensò, che le radici non avessero senso. Ma andava bene lo stesso per quella sera, per la conclusione di quella sera d’estate di mezza gala nella terrazza con vista sulla costa illuminata. 

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