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Archivio Gennaio 2016

(1a parte) – La Scuola delle Annales e «il più bel Carnevale di Sicilia» (Aci-Reale, 2016)

30 Gennaio 2016 Commenti chiusi

1. Les Annales di Fernand Braudel ovvero cronaca del «più bel Carnevale di Sicilia»

Ma lo sapevate che una cronaca di periferia non è meno della grande cronaca? Anzi, a volte è proprio l’incontrario. E che non è mica vero che è la grande storia a fare la Storia? Questo ce l’hanno insegnato Marc Bloch, Lucien Febvre, Fernand Braudel, con la rivista degli Annali di Storia economica e sociale da cui prese corpo la Scuola delle Annales (1929).

Ma non vi fate fuorviare da questa «dotta [!]» introduzione che serve solo a «legittimare» – con malcelata prosopopea – un pezzo improvvisato (o quasi) che trae spunto da un evento importante qui da noi ad Aci-Reale, «il più bel Carnevale di Sicilia, edizione 2016». 

Comunque. Piccola o grande cronaca, non importa, alla nuova generazione di studiosi che vorrà occuparsi con originalità e compiutezza della storia di Aci-Reale e dintorni, fra le altre fonti da consultare per ricostruirne la trama, suggerirei pure il “Numero Unico” annualmente curato in occasione del Carnevale dal Circolo Universitario della città e che, snobbato come usa da noi, dissimula invece «fra lazzi e sollazzi» la natura di documento idoneo a dare una visione meno ufficiale e seriosa della storia locale, di eventi personaggi e interpretazioni, ma proprio per questa sua cifra – umorismo o indifferenza rispetto ad ogni pretesa cosiddetta storiografica o saccente, irriverenza al punto giusto, ironia ad personam quanto basta – proprio per questo può anch’esso essere utile sul punto di cronaca e di narrazione, a dispetto di enfasi, agiografia e vari «omissis».

2. Augusto Ajon ovvero «noi che abbiamo abbandonato il campo»

«”Tutti dicono e tutti ripetono che il Carnevale se ne va, se pure non se n’è già andato; se ne va, perché i tempi non sono più di ciò, se ne va perché i giovani vogliono essere presto uomini e perché gli uomini non possono occuparsene con l’entusiasmo leggiero di una volta”. Così scriveva Giuseppe Pitré sul finire dell’Ottocento».

Il passo è tratto da un articolo di Augusto Ajon (1923-1973), il quale è stato «un giornalista inquieto in un posto tranquillo», uno di quegli intellettuali della periferia (per l’appunto) che fu una grande firma da noi e non era niente da meno di tant’altre firme del firmamento giornalistico nazionale e che fu personaggio di primo piano, col suo aristocratico rigore, la sua penna diretta, scorrevole, incisiva. Esprimeva, insieme ad altri, quel «privilegio del sapere e della probità» – secondo la locuzione d’un altro grande personaggio nostro – in che consiste la differenza fra le persone. 

Non so dire se sia esatto quello ch’Egli annotava al riguardo, aggiungendo:«Della popolaresca giocondità nulla o quasi è rimasto. In fondo, questo è il pedaggio che bisogna pagare al progresso che con i nuovissimi mezzi – il cinema, la radio, la televisione [oggi avrebbe aggiunto anche la rete, internet, facebook, i social network, tablet, smartphone e le altre diavolerie del genere] – tende a livellare le costumanze o a cancellarle inesorabilmente».

Forse aveva ragione l’avv. Ajon. Oppure – piuttosto che il Carnevale – siamo noi che abbiamo abbandonato il campo avendo esaurito fantasia e gioco. Ma, il dilemma, non è che importi più di tanto, tanto meno in questo pezzo.

3. Lorenzo il Magnifico (quello fiorentino)

Nonostante tutto, se volete… concedete il cenno d’un sorriso, il sorriso d’una nostalgia, la nostalgia d’un momento, un momento di gioia, la gioia della speranza, la speranza del futuro anche perché… «semel in anno licet insanire».

Iniziamo questa cronaca con Lorenzo il Magnifico (quello fiorentino), ricordate?: «[…] Quant’è bella giovinezza che si fugge tuttavia! Chi vuol essere lieto, sia: di doman non c’è certezza [...]» [dal «Trionfo di Bacco e Arianna», di Lorenzo de' Medici, "il Magnifico", signore di Firenze, 1449-1492]. Proseguiamo con un’immagine subliminale (quella qui accanto), foto d’epoca del Carnevale dei primi Novecento e di quello del 1926, il primo «Numero Unico» postbellico (1948) e quello del 1950 e altro…

4. Documenti d’epoca

Foto 1: primi '900, nell'androne di casa Nicolosi di Villagrande (chi è alla guida?)

Foto 2: primi '900, nell'androne di casa Carpinato

1930, Sandro Nicolosi Nicolosi sposa Giuseppina Carpinato Pennisi-di-Santa-Margherita

Macchine infiorate riccamente addobbate in documenti dei primi anni del ’900.

Nella Foto 2, in fondo, si vedono due bambine, sono le figlie di Pietro Carpinato e di Francesca Pennisi di Santa Margherita: la prima, Giuseppina (sposerà Sandro Nicolosi Nicolosi, nella foto a dx); la seconda, Graziella (sposerà Giuseppe Nicolosi Asmundo di Villagrande).

(segue) «… i costumi cinesi»

E poi ci furon quelli che vestirono all’orientale. Accadde che il detto Sandro Nicolosi (1902-1958), anziché contentarsi del dottorato in giurisprudenza conseguito all’Università di Catania e godersi l’agio dell’amministrazione del patrimonio familiare, scelse invece di proseguire gli studi (che spesso altri della sua «classe» snobbava!). Si trasferì pertanto a Firenze per frequentarvi la Scuola di scienze politiche «Cesare Alfieri»  seguendone il corso di laurea che regolarmente completò. E fu proprio durante questa permanenza

Carnevale 1926, «costumi cinesi» - i fratelli Agrippina e Sandro Nicolosi

fiorentina alla pensione «Zamboni» [?] – siamo nei dintorni del 1925 – che Egli ebbe l’occasione di conoscervi certi signori Chieri – avevano accento toscano ma apparivano come venissero da lontano, quasi un altro mondo, altri mondi – con i quali, distinti e gentili, in quel periodo il giovane Sandro Nicolosi, a sua volta cordiale e affabile, ebbe a stabilire e intrattenere rapporti di usuale frequentazione che, inducendo fra di loro una qual certa simpatia, divenne tosto come amicale. A tal punto che, giunto per i signori Chieri il momento della partenza, essi – quasi a mo’ di conferma d’amicizia verso questo gentiluomo siciliano estroverso al punto giusto ma forse ancora un po’ spaesato – lo rassicurarono d’un loro ritorno, in un futuro ch’era prossimo, sì, ma imprecisabile. D’altra parte, Egli aveva ancora alcuni anni davanti a sé necessari al completamento degli studi al «Cesare Alfieri».

E di più, quasi a rafforzare quella promessa, gli garantirono che – durante la loro permanenza in

Carnevale 1953, stessi «costumi cinesi» del 1926 - le cugine, Maria Pennisi Nicolosi e Maria Nicolosi Carpinato

Cina, paese che manifestavano di conoscere e verso cui erano nuovamente diretti – avrebbero avuto la cura di cercare per Lui un ricordo che fosse segno di quella terra lontana alla quale essi erano legati. E così fu. Non trascorse più d’un anno ch’essi fecero ritorno a Firenze, presero alloggio nella stessa pensione, incontrandovi ancora quel gentiluomo siciliano adesso forse un po’ meno spaesato, comunque  sempre cordiale e amabile. 

Quel dono - drappi di fine tessuto orientale preziosamente lavorato in abbigliamento di chimono giapponese - ch’essi gli consegnarono con una raccomandazione forse eccessiva, veniva da Shanghai – per l’appunto «i costumi cinesi»; Egli avrebbe dovuto indossarli almeno una volta quando facesse ritorno in Sicilia. E Sandro mantenne a sua volta la promessa, l’indossarono lui stesso e la sorella Agrippina, lasciandone traccia nella foto qui edita, al primo rientro ad Aci-Reale che avvenne per il Carnevale del 1926. C’è un altro documento, successivo di quasi trent’anni, e che ritrae altri «indossatori» con quegli stessi «costumi cinesi». Fu Sandro a proporne di nuovo l’abbigliamento, alla figlia Maria in compagnia della cugina, al Carnevale del 1953.

[Le fotografie del 1900, 1926 e del '53 sono dovute alla cortesia di Maria Nicolosi Carpinato ved. Vigo, figlia di Sandro].

(segue) «… la storia di Shanghai»

Preparando questo pezzo mi sono imbattuto in una storia particolare che – non senza motivo – in sintesi qui di seguito trascrivo. La Cina di fine Ottocento era terra di espansione coloniale della potenza nipponica e di quelle europee, contro la quale venne maturando una sorta di resistenza popolare quindi organizzata in rivolta, «la ribellione dei boxer». Essa si concluse con la sconfitta dei rivoltosi cinesi (1899-1901) ad opera del contingente internazionale che le potenze europee e quelle statunitense, russa e giapponese inviarono a Pechino  per proteggere le rispettive delegazioni che vi s’erano costituite.

Shanghai, 1921. Famiglia Chieri: (dall'alto) Pericle e Virginio, Laura, Mats e la piccola Itsie, Luisa e l’amah (la tata) giapponese che indossa kimono e ciabatte giapponesi

In questo contesto, accadde, agli inizi del ’900, che a bordo d’una nave militare italiana diretta a Pechino, s’imbarcasse in clandestinità un giovane, poco più che ventenne, Virginio Chieri (1878 – ???), di famiglia umbro-toscana, che aveva deciso di scappare di casa. Al termine della rivolta – colto da improvviso sconforto per non avere di che sbarcare il lunario – fece rientro in Italia ma fu tale la nostalgia di quei luoghi d’Estremo Oriente ch’egli aveva avventurosamente praticato per circa due anni, che – nonostante invaghitosi d’una giovane di Livorno – decise di farvi ritorno con l’intento di stabilirvisi definitamente. Però, partendo, chiese a Luisa Fabbri – così si chiamava la

Shanghai, 1934. A dx le tre sorelle Chieri: Mats, Laura, Itsie e il Conte François de Courseulles, marito di Laura. Al centro, con gli occhiali, il Sindaco di Shanghai Wu Te Chen

sua innamorata livornese – di sposarlo, trasferendosi anch’ella. Luisa accetta e, «una mattina del luglio 1904, si imbarca dal porto di Genova», lo raggiunge in Cina dove i due giovani si sposano vivendo tra Chunjing, Canton e finalmente Shanghai dove definitivamente si stabiliscono

Virginio Chieri ha intanto ottenuto un impiego alle Poste e Dogane cinesi, lavora sodo, nel frattempo diventa padre di quattro figli, si fa strada e viene apprezzato, riuscendo finalmente a recuperare lo status economico natio e condurre con Luisa vita agiata. I coniugi frequentano la miglior società di Shanghai d’allora, cinese ed europea, una vita brillante, mondana, eccitante, Luisa e le giovani ragazze si distinguono per bon ton, savoir faire, eleganza nei salotti di Shanghai, vivacità intellettuale, sono molto ammirate, considerate, ricercate…

Dei quattro figli: Pericle (1905-1998), sposa (1939) Helen Etheredge (1913-2002), conosciuta in Italia, si trasferisce in America, diviene docente universitario di ingegneria alla Louisiana State University a Lafayette, è  sepolto con la moglie a Saluda, nel South Carolina; Laura, sposa il conte d’origine francese François de Courseulles; Matilde (Mats) conosce a Pechino e sposa nel ’38 il diplomatico conte Justo Giusti del Giardino (Padova 1908-Guastalla di Sona 1991); di Itala (Itsie) non ho notizie.

Ma la storia – «la storia della famiglia Chieri a Shanghai» – tuttavia continua e, quanto meno per Virginio e Luisa (i figli sono ormai altrove), non avrà lieto fine; nel ’43, dopo l’8 settembre, gli italiani divenuti nemici dei giapponesi, Virginio e Luisa vengono internati – come tutti i connazionali presenti, a Pechino, Shanghai, Tientsin… – in un campo di concentramento nipponico. Liberati nel ’45 dalle truppe alleate, sono costretti a lasciare la Cina, non più per loro vivibile. Rientreranno quindi definitivamente in Italia… [cfr., italianiashanghai. blogspot .com].

[Leggo infine e trascrivo: «Marina Giusti del Giardino ha ricevuto in eredità dalla madre, Matilde Chieri, detta Mats, non soltanto tre diari, ma anche un rarissimo album di fotografie dell’epoca nella quale i suoi genitori vissero la più coloniale delle vite [...] la loro avventura cinese, romantica, esotica, mondana e, alla fine, anche tragica. Vivranno con i loro quattro figli, tra Chunjing, Canton e Shanghai nelle feste esclusive, nei viaggi avventurosi, negli incontri importanti, gli avvenimenti cruciali del colonialismo del Ventesimo secolo. Oggi le foto che testimoniano questa straordinaria epopea – raccolte dalla nipote Marina Giusti del Giardino nel libro “Pechino Bassano del Grappa, storia di una famiglia italiana in Cina nella prima metà del ventesimo secolo” (Allemandi & C.) – sono esposte nella mostra, curata da Jean Blanchaert e Viola Emaldi “Quando la Cina era lontana: 1904-1947″, Palazzo Fava. Palazzo delle Esposizioni, Bologna (2011)»]. 

*   *   *

Non ho elementi per dire o negare che «i signori Chieri» ch’ebbero rapporti con Sandro Nicolosi Nicolosi a Firenze mentr’Egli frequentava il «Cesare Alfieri» e che gli donarono i «costumi cinesi» fossero membri (quali?) della «famiglia Chieri» di cui ho letto e raccontato brevemente la storia. M’ha indotto a narrarla l’apparente, suggestiva verosimiglianza suggerita da alcune circostanze che ne favoriscono l’idea senza tuttavia assumere alcun valore al riguardo, ma intorno alle quali la fantasia – finalmente liberata, nella circostanza di questo Carnevale,  da ogni velleità seriosa – ha trovato finalmente l’agio di espandersi liberamente.

5. Documento d’epoca: il domino, «dominante» e «dominato»

Enzo Patané («il più bello») e Ciccio Grasso Leanza («il terribile oriundo» cioè d'Aci-Catena!)

E infatti il Carnevale anche quest’anno è tornato puntualmente, con i suoi carri allegorici, le macchine infiorate, i coriandoli, le mascherine, le stelle filanti. E torna pure col «Numero Unico» del Circolo Universitario, forse l’unica cosa tangibile che rimane del Carnevale acese.

Da anni non incontriamo più per le vie il «domino», ch’era un travestimento denso di sottintesi, carico di fascino, d’ironia raffinata (per il «dominante»), caricato d’aspettative (per il «dominato»), un nascondimento per il primo che celandone

Ciccio e Annina Grasso Leanza, la «figurina» s'è svelata, la «seduzione» ha funzionato... però a quel tempo funzionava già da circa vent'anni

l’identità gli consentiva senza essere riconosciuto d’accostare «un oggetto di desiderio» (il «dominato», per l’appunto), tuttavia per lo più con desiderio di scherno o quanto meno di scherzo o di gioco.  

Il «domino» è stato vietato per motivi d’ordine pubblico, i quali saranno pur ragionevoli, anzi senz’altro lo sono, tuttavia hanno contribuito a sottrarre all’atmosfera «carnascialesca» una parte – forse fra le più delicate e oniriche – di quella giocosità di cui scriveva Ajon. Quella figura avvolta di seta color nero e una mascherina che «le» nascondeva – «le», a Lei, perché era soprattutto un «Lui» che in cuor proprio sperava d’essere fermato da una «Lei» in domino che le nascondesse -  il viso, il volto, lo sguardo ma non gli occhi, quegli occhi che con nascosta (e perciò libera) malizia (pensava Lui, il “dominato”) t’osservassero inquietanti e seducenti. In realtà talvolta accadeva, accadeva che una figurina avvolta di  seta color nero e una mascherina t’accostasse… ma accadeva per lo più senza malizia alcuna né tanto meno intenzionalità seduttiva! Ma tant’è, anche questo era il gioco del Carnevale.

6. «Il dominò», di Dino Figuera

Dino Figuera

In uno fra i “Numeri Unici” del passato del Circolo universitario, c’è una poesia, s’intitola «Il dominò» ma fuoriesce dallo schema descritto, dallo stereotipo dell’attesa d’avventura. L’ho letta e riletta diverse volte, con particolare attenzione (e forse anche con un pizzico di commozione) scorrendo in questi giorni la raccolta di quei “Numeri”. La scrisse Dino Figuera (1925-2007) - notissimo professionista ma soprattutto poeta, forse qualcosa di più, dotato di quella rara dote che gli umani chiamano humanitas - comprensione come conoscenza della natura e ascolto delle persone - abilmente dissimulata dal portamento austero. Dev’essere stata, eccome!, apprezzata a quel tempo se ritornerà in anni successivi nelle pagine del «Numero Unico», deliziosa com’era (com’è!) per la delicatezza dei sentimenti che vi sono espressi, per il ritmo musicale, per la rima alternata che sembra seguire un’inquietudine che si rinnova, costante… a giorni alterni. Di questa poesia, trascrivo intanto,  solo per darne un’idea, alcuni versi estrapolati, un “assaggio”:

«Ci incontrammo a un ballo mascherato // mi s’appressò ad un tratto una donnina // chiusa in un bianco e nero dominò. // Il suo profumo mi stordiva un poco. // Chiesi: – “Mi conoscete mascherina?”//. Col capo m’accennò per dir di si.// – “Ed io conosco Voi bella bambina?” // Si. – “Da gran tempo forse?” – Si, si, si. // Strano. Chi sarà mai?, mi domandavo // e a ravvivar dagli occhi mi sforzavo // la donna che stringevo sul mio cuor. // La stringo forte forte contro il petto. // Lei mi sorride e s’abbandona a me. // L’orchestra suona adesso un valzer lento // mi fo cullare dalla melodia // che mi riporta a una lontana età // quando aver tra le braccia chicchessia // rappresentava la felicità». 

6. Febbraio 1948. Trik-Trak 

Trik-Trak, Carnevale 1948 - Prezzo Lire 40

La data è quella del ritorno del Carnevale ad Aci-Reale, dopo la fine della guerra. Trik-Trak è il titolo del  «numero più raro che unico compilato e stampato [dal Circolo Universitario] per il Carnevale e per abbonarsi al quale basta comprare questo numero. La direzione di Trik-Trak accetta tutto, cioccolattini, liquori, assegni e ragazze purché in ottimo stato, che non si restituiscono. Gli eventuali reclami non si accettano se non in carta bollata da lire 23. Inutile cercare nell’elenco degli abbonati il numero telefonico, giacché noi ci serviamo

Vito Finocchiaro, Ciccio Patané, Totò Pistorio, ???

del telefono degli amici». 

Seguono le caricature di tutti «i colpevoli» di quel «Numero Unico 1948», che è pubblicato all’insegna dei limitati mezzi finanziari – il maggiore sponsor è l’Azienda di Cura – e accompagnato dall’entusiasmo degli Universitari acesi «giovani pieni sempre di risorse impensate».

E a proposito dei «colpevoli», si precisa che: 

«[...] ai redattori di “Trik-Trak” non importa un fico secco se qualcuno toglierà loro il saluto. Gerente responsabile: Nino Castro [presidente del Circolo Universitario]. Redattore: Totò Pistorio».

7. Totò Pistorio, «il fantasma galante» 

Toto Pistorio

Enrico Pennisi Lella

Totò Pistorio (1920-1995) è senz’altro  fra i soci più attivi del Circolo Universitario. Il suo naso si presta all’ironia come l’altezza di Enrico Pennisi «Lallo».  Di quest’ultimo si dice che «è solo un metro e mezzo la differenza che passa tra lui e Pippo Marangolo».

L’uno e l’altro poi  sono accomunati – seppure in misure vistosamente differenti, cioè: formato lenzuolo  (e oltre) l’uno (Pennisi Lella), formato standard l’altro (Pistorio) – dall’esilità longilinea della figura, per cui l’uno appariva quasi «vicino alle stelle» e l’altro se lo incontravi la sera nella penombra d’una illuminazione bassa quasi quasi lo scambiavi per «fantasma».

Quanto al naso di Totò Pistorio pare che sia stato proprio lui il primo a riderne, di questo tic, non appena ebbe l’opportunità di rendersene conto, press’a poco intorno ai dieci anni. D’altra parte parte si riconosce che l’avv. Pistorio, le cause perse, le annusa da lontano, «come dicono tutti incontrando il bravo Totò».

Baciamano di Totò Pistorio

Poi c’era il portamento, quello sì, e il «galante» baciamano con leggero inchino, alla cui stregua scompariva anche David Niven! Per l’appunto, «il fantasma galante!».

Sul look di Totò Pistorio, però, era molto critico e severo, Enzo Patacché (Enzo Patané, l’abbiamo visto sopra) – «il più bello» in città! – il quale – nella «Rubrica fine (da leggere con accenno esotico)» – avverte, a proposito di «Moda ed eleganza [...] che nel pomeriggio non si addicono “gilé” come quelli di Totò Pistorio».

L'avv. Salvatore (alias Totò) Pistorio

Però l’avvocato non è che di tal critica se ne curi più di tanto, non arretra sugli accessori dell’abbigliamento che gli saranno consueti – gilet d’abito d’unico tessuto e fazzoletto nel taschino della giacca – e che, come gli verrà riconosciuto, lo consacreranno personaggio sul tipo della bélle epoque alla maniera di quelli di «”Fine Ottocento ad Acireale” di Raffaele De Maria (ed. Accademia degli Zelanti)»[quelli del Circolo universitario sono molto puntigliosi nelle citazioni accademiche!]. Non se ne cura più di tanto insistendo «irriverente» di tal guisa che allo stesso modo - gilet d’abito d’unico tessuto e fazzoletto nel taschino della giacca – si presenta in redazione al Carnevale del ’55, ancora quale Direttore del “Numero Unico”, esponendosi alla gogna del «l’usciere»:

«Ed ecco, o miei signori, il “responsabile” delle sconcezze che tenete in mano, e questa volta almeno il giudicabile è proprio un avvocato (caso strano)! per cui provvisti di mazza ferrata, or dategli una buona “pestoriata”». Lui però rispondeva così:

[Omissis] Totò Pistorio sarà poi il primo avvocato della provincia catanese a riuscire nell’impresa di violare il «santuario» del Consiglio dell’Ordine degli avvocati e procuratori di Catania, rompendone il monopolio fino allora riservato ai principi del foro del capoluogo etneo, il primo ad essere eletto a far parte dell’organo di autogoverno dell’Ordine forense con la mobilitazione solidale di gran parte del foro acese in suo sostegno. Mantenne la carica, riconfermato nelle successive tornate, fino a quando decise di lasciare il Consiglio non ricandidandosi e contribuendo ad individuare il suo successore del Foro di Acireale al Consiglio medesimo, pronunciando un endorcement che fu vincente in favore del giovane, affermato e tosto prestigioso avv. Enzo Mellia, penalista, discepolo dell’avv. Enzo Marangolo. L’avv. Pistorio fu anche fondatore e primo presidente dell’AFA (Associazione Forense Acese), che gli farà poi intestare la «sala avvocati» nella locale sede giurisdizionale.  

8. Acireale a quel tempo 

Mons. Salvatore Russo, vescovo d'Aci-Reale

L’Azione Cattolica è forte, diffusa e bene organizzata; vi militano i rappresentanti dell’establishment cittadino, i seniores e la nuova generazione (con qualche eccezione nel «Blocco del popolo»), e vi si ritrovano militanti  di tutte le forze politiche. 

Si può dire che – in una città che vive, seppure a vario modo, il sentimento religioso – l’Azione Cattolica nelle sue diverse articolazione è una solida fucina dell’intelligenza politica locale (per lo più riversata nel partito democristiano, ma non solo) la quale, fin qui ignorata, andrebbe ritessuta storicamente anche in relazione  all’eterogenesi di alcuni suoi sviluppi.

E’ vescovo (dal 1932) mons. Salvatore Russo (lo ha preceduto nel ’27 mons. Evasio Colli; lo seguirà nel 1964 mons. Pasquale Bacile).

Sandro Nicolosi Nicolosi

E’ stata costituita ad Aci-Reale la sezione della Democrazia cristiana (1944), promotori Vittorio Grassi Nicolosi, Gaetano Vigo e Sandro Nicolosi. Dopo le prime elezioni in regime democratico (marzo 1946), dominate dalla D.C., si forma la giunta monocolore guidata da Lorenzo Grassi Vigo, sindaco (gli succederà nel ’50, dopo una crisi, il medico, dott. Sebastiano Indelicato; nel ’52, dopo nuove amministrative, Santo Leotta; l’anno dopo, Gregorio Romeo).

Al referendum istituzionale, in città prevalgono nettamente i monarchici (85%) e all’Assemblea Costituente viene eletto con rilevante consenso elettorale l’avv. Gaetano Vigo (2 giugno 1946).

All’Assemblea regionale (giugno 1947), l’unico acese eletto è l’ing. Giuseppe Caltabiano (Mis, Movimento per l’Indipendenza della Sicilia), artefice della sconfitta del candidato dc Santo Bella. Nelle successive (1951), nessuno degli acesi (Sebastiano Indelicato per la Dc, Cristofoto Filetti per il Msi, Giuseppe Caltabiano per il Mis) verrà eletto. Nel ’53 entra per la Dc a Sala d’Ercole la prof. Minerva Impalà. 

Il giovane Agostino Pennisi di Floristella

Alle politiche d’aprile del 1948, grande successo democristiano in città (72,8%, alla Camera), con Agostino Pennisi di Floristella a Palazzo Madama e Gaetano Vigo a Montecitorio. Nelle successive del ’52, il seggio di Acireale al Senato viene «d’autorità della D.C romana» assegnato al candidato Domenico Magrì – avanzano «i giovani turchi» – piuttosto che a Pennisi di Floristella (dirottato nel collegio “Catania 2″) il quale pertanto non raggiunge un numero di voti sufficienti all’elezione. Vigo viene invece riconfermato alla Camera dei deputati. 

L’Accademia Zelantea è retta dal 1935 (quale Commissario straordinario)  dal detto dott. Agostino Pennisi barone di Floristella, che ne viene confermato alla guida (1946) quale Presidente. 

Alla guida dell’Azienda di Cura è preposto il marchese Lorenzo Vigo di Gallidoro («Lorenzino il magnifico», nel «Numero Unico»), prima quale Commissario prefettizio (dal 1945, dopo Sandro Nicolosi), poi presidente del consiglio di amministrazione (1949, confermato nel ’53), avendo «con pazienza, volontà e intelligenza sollevato dalle macerie l’azienda facendola funzionare in modo perfetto». Egli presiede pure l’amministrazione dell’Ospedale Santa Marta. 

«Il giovane marchese crede nell’avvenire del “Santa Marta” ed ha il merito di riuscire a sistemare diversi locali ristrutturandoli e costruendone qualcuno di nuovo, di curare l’arredamento, potenziare le strutture di chirurgia, medicina, radiologia e laboratorio. Bandisce concorsi per completare l’organico e sollecita, con garbate maniere, l’operosità di tutto il personale» (F. Saporita, «Il Risveglio, Acireale 1944-1960»). 

*   *   *

[Fine prima parte (segue)]

La traccia nella storia come nella «stanza dello scirocco»

[Prova d'autore]. Il Nostro ha accompagnato i suoi ospiti a Palermo, di lì sarebbero poi partiti per Parigi. La passeggiata è improvvisata – una breve visita alla città, poi all’aeroporto – decisa all’ultimo momento, scoraggiata dalla sfavorevole congiuntura atmosferica che ha messo financo in forse la loro partenza. L’incertezza li inquieta, ma scelgono d’avviarsi comunque, accantonando ogni indugio, incuranti dell’avversione del tempo che è avverso 

per il turbine di vento che è ostile, bagnato da una fitta pioggia irruente, insistente. Il maltempo li accompagna per quasi tutta la giornata, contrastato dal riparo ricercato nei contesti di borghi antichi del capoluogo isolano. La visita in questi luoghi dove sembra che la storia non abbia storia  s’attarda per le curiosità che invischiano i visitatori nell’attesa ch’esse vengano sciolte, appagate. E’ il Nostro che affabula a poco a poco la narrazione, diffondendosi nel racconto delle trame oscure, sensuali, violente di questi sotterranei - il qanat Gesuitico Alto e quello Basso, la Realcamera dello scirocco di Costanza d’Altavilla che raccontano del privilegio un tempo accordato a quanti vi poterono godere della frescura rilassante nelle torride estati della capitale. Il Nostro racconta delle metamorfosi di questi luoghi, succedutesi nel corso dei secoli, forme d’ingegneria araba, estrosità normanna, inventiva medievale, iniziativa di nobiltà isolana, volgarità d’usurpazione mafiosa… Decorazioni carsiche e maioliche sgretolate nell’intercapedine del sottosuolo fanno da contrappunto allo sgorbio di vie metropolitane ch’essi hanno percorso, impiastricciate di luci d’effetto smaltato, assordate da rumori incombenti, da suoni sgradevoli.

I manoscritti, gli incunaboli, le tavolette normanne e poi le tracce – la storia di Fossadacqua – sembrano rivivere nelle linee che Jasmine ha tratteggiato con la matita disegnandole su di un foglio – «Fossadacqua davanti a Fossadacqua», ha detto consegnando al Nostro lo schizzo d’un ritratto… Ma la concentrazione sul punto tosto svanisce, è stato l’inizio d’un discorso denso profondo reale, che invece s’esaurisce come  la frescura rilassante, solcata la soglia della «stanza dello scirocco».  Sono giunti all’aeroporto.

Tutto si sospende col saluto di Joachim e la domanda di Jasmine: «Questa storia – la “tua” storia – ha un senso? Oppure è “insignificante” come la “tua” Clipperton o “indefinibile” come ha scritto l’Anonimo normanno nella Piccola historia di Sicilia?». Poi il suo volto d’improvviso si corruccia ancora, la fronte si contrae, rughe indulgenti ne tradiscono un’inquietudine ormai amica. Aggiunge: «E’ troppo tardi per levare le vele e prendere il vento».

La storia ha un senso? Non c’è stata replica, il contatto s’è interrotto con la partenza – ma l’interrogativo rimane e il pensiero del Nostro è concentrato sulla domanda consegnatagli da Jasmine, che l’accompagna tutta la sera – la sera schiaritasi – durante il ritorno dall’aeroporto Falcone&Borsellino fino a Fossa dell’Acqua e dopo.

E’ notte, non prende sonno, il Nostro, tenta di sciogliere incertezze e incomprensioni. Che cosa significa “dare/avere senso”? Prova ad addentrarsi nel tema, e s’imbatte nella memoria di pagine – talora angosciose – che hanno voluto dare riposta a uno dei quesiti più tormentosi del pensiero umano. La pagina dostoevskijana è, al riguardo, emblematica per quell’intreccio delle trame che è difficilmente districabile poiché annodato dai conflitti, dalle ambiguità, dalle ambivalenze, dalla radicalità dei registri dell’animo. La disarmonia è insanabile perché in Dostoevskij – egli stesso, nichilista: ribelle o conservatore? – l’uomo è insanabilmente, essenzialmente, costruito sulla logica della tensione.

Lettera a Jasmine

Avverte che l’argomentare, seppure solo con se stesso, s’è fatto nuovamente pesante, vorrebbe sdrammatizzare il movimento ma invano e, con l’intento di mettere ordine mentale, decide di rispondere per iscritto alla domanda lasciatagli da Jasmine. Inizia a scrivere:

 

«Chère Jasmine, la confidenza presto raggiunta e naturalmente stabilitasi dopo la nostra prima colazione a Fossa dell’Acqua mi consentiva di consegnarvi, a te e Joachim, il testo che stavo scrivendo, ancora in bozza, senza titolo e, per di più, ancora incompleto. In realtà era uno di quei momenti d’incertitude che spesso accompagnano le mie ore oziose e in cui m’ha colto la vostra improvvisa visita.

Voleva solo essere un gesto d’amicizia, la richiesta d’una lettura critica, d’una opinione, magari da comunicarmi, poi, con il vostro agio. Invece, il giorno dopo, la piccola colazione attorno a “Pitagora” – ricordi, il tavolo di ferro che per le volute geometriche hai voluto chiamare in questo modo? – s’è trasformata nell’inizio di una inattesa e piacevole conversazione.

Una strana conversazione, la nostra, particolarmente dopo quel giorno che veniste all’improvviso: -”M’hai detto che posso chiamarti quando voglio, anche all’improvviso” esordisti d’impatto, “una colazione con granita?” proponesti – “Con granita?!”, risposi, “No, andiamo al Barbarossa, una vera colazione” – “Wow!”, esclamasti, e sembrasti contenta e fu “carinissimo” commentasti con Joachim. Nei giorni seguenti, scegliesti d’appartarti da me e Joachim che continuammo a discutere, mentre sull’altalena in giardino dondolavi la tua incertezza.   

Quel testo che vi consegnai, adesso il titolo ce l’ha… ma è destinato a rimanere incompiuto, una raccolta di scritti, una silloge, un compendio, che altro?, forse solo il resoconto d’una conversazione eclettica sulla storia in cui l’apparente tensione emotiva che ci ha coinvolto nel commento s’è rivelata come l’occasione per parlare d’altro. Della questione del metodo, in particolare, dei modi di dire la storia (e la vita), che ne era probabilmente il vero intento. E tuttavia, l’impegno profuso nell’esercizio del compte rendu critique du livre prochain e i temi che vi sono stati coinvolti – e poi la tua domanda, “questa storia ha un senso?” – tutto questo m’ha causato un disagio interiore che non riesco a dominare e che mi sollecita alcune riflessioni. Le annoto, quasi come brogliaccio, postille per il futuro.

La storia, la si scrive in vario modo ma spesso ne rimangono sconosciuti i registri, indecifrati i segni. La si può scrivere in vario modo, con linguaggi diversi, attenendosi ai metodi tradizionali oppure affidandosi ad altri codici e al loro intreccio, saranno le note d’un blues, la rima d’un verso, la prosa d’un romanzo, il colore d’un olio… Ricordi? Ti dissi: “A volte ci si trova davanti a un bel quadro, lo scruti, ne cogli la linea, il colore, la figura, la prospettiva e quant’altro di indicibile con tante delle parole che possiamo pronunciare ma che restano per lo più inadeguate, improprie”. 

“Poi”, proseguii, “mentre fantastichi ed hai pensato d’averlo compreso, quel dipinto, di possederlo finalmente – t’accorgi che non puoi averlo, te ne rammarichi ma ti rassegni; in fondo, dici a te stesso e cerchi di convincerti, basta il fotogramma d’una pellicola da conservare magari nel portafògli, oppure in archivio”. “Oppure infine – tu aggiungesti – non è forse meglio limitarsi a che tutto - linee, colori, figure, prospettive e quant’altro di indicibile con le parole incerte, incomplete, improprie – non è forse meglio che tutto ciò si limiti a restare impresso solo nella mente?”.

Non condivisi allora ma non t’obbiettai alcunché, pensavo e ritengo ancora – a dispetto d’ogni evidenza che t’impedisca di possedere “il dipinto”, ma anche il ritmo del blues, la cadenza del verso, la trama del romanzo - penso che il desiderio di possesso, la conoscenza, la passione – corrano nella vita o nel pensiero – occorra che lascino un segno nei labirinti della storia, come la frescura rilassante nella “stanza dello scirocco”. Ed è stata, questa, la scelta che ho fatto, discutibile se vuoi  - avvolgere il mio manoscritto e riporlo in uno dei cassetti dell’archivio. Adesso posso selezionare fra le mie fonti du livre prochian pure la vostra vicenda, tua e di Joachim – l’errante peregrinare alla scoperta in-sensibile, senza traccia sensibile, della conoscenza – nella cui filigrana in fondo colgo una trama non dissimile da quelle visibili nel grande schermo dell’esistenza ove, tuttavia, rimangono sconosciuti i registri, indecifrati i segni. Il mio testo, incompiuto nella sua forma “storiografica”, definitivamente incompiuto seppure adesso titolato, sopravvivrà quanto meno nel mio archivio, per l’appunto come resoconto d’una conversazione eclettica sulla storia».

L’attesa di Manfredi di Svevia a Fossadacqua: «qui per quei di là molto s’avanza»

DEL PURGATORIO OVVERO DEL LABIRINTO DI CRETA

[Prova d'autore]. Dopo un logorante tornante, il Nostro percorre l’ultima curva. Imbocca il rettilineo «finalmente» sterrato a poche centinaia di metri dalla sua destinazione, avvertendo la qualità dell’atmosfera paradossalmente più greve. Ma è solo il suo respiro ch’è s’è rarefatto, affannato, l’affanno d’un tragitto non più familiare poiché non riconoscibile, l’orientamento smarrito, il panorama trasformato, strade ricoperte di manti d’asfalto, interrotte ai quadrivi da rotonde «metropolitane», casolari agresti diruti, terreni verdi scomparsi, trasformati in rumorosi moderni dormitoi o affollate mense collettive.  Tornano alla mente del Nostro le parole lette da qualche parte, hanno il senso d’un ammonimento: «[...] gli uomini scompaiono, i luoghi mutano, la memoria s’affievolisce, s’attenua, diventa fragilePersone o cose che ne fanno parte – “quei di là” – si fanno sempre più distanti, rare». Quella sensazione l’aveva sperimentata durante il logorante viaggio verso Fossadacqua! «Ricorda: Qui, per quei di là, molto s’avanza». 

Lui tuttavia insiste, cerca invece  il filo d’Arianna, stappare «i buchi neri» dell’esistenza, liberarne energia ombra e luci, e, finalmente liberato, distendersi infine nell’aria come la sfera d’elio sfuggita di mano-bambina, che prende il volo d’impeto quasi furtivo, e volentieri… Il Nostro s’insinua così nel «piccolo mondo antico», nella terra che ne aveva racchiuso e imprigionato la perifericità infantile e che aveva nutrito fecondamente il futuro ormai trascorso, come fuggito.

DI ARIANNA OVVERO DEL PARADISO PERDUTO

Approssimandosi gli parve di ritrovare, nitide, immagini offuscate dal tempo, conculcate in sotterranei della mente, d’avvertire diffusi profumi di mirto, percorrere sentieri finiti; riconobbe nell’esile arbusto il gelsomino che aveva cessato d’arrampicarsi come invece un tempo s’aggrappava alla facciata verso il tegolato sconnesso. S’inoltrò. Incontra, come fantasma, l’incisione – Fossa dell’Acqua, 1892 – sulla botola in pietra tante volte calpestata, senza ch’egli l’avesse mai osservata e sotto cui giacque il resto d’età romana che venne donato, per esservi custodi­to, al museo metropolitano. 

Segue questo tragitto, un viottolo della valle-verde che gli ha profuso luce e sapori, con l’intensità dell’incipit, la durata quasi d’un attimo, la profondità rocciosa d’un background. E’ in questo percorso che s’impongono al Nostro, nella confusione del pensiero, alcune figure che furono complici, volti di uomini e di donne, il Vecchio che logorava fino a tardi la propria esistenza pronta a sfuggirgli, la Donna china sulla maglia di lana che andava costruendo per l’inverno.

Con la memoria e ov’essa non giungesse con la fantasia, s’impegnò a dare corpo a personaggi, volse lo sguardo verso la finestra sul giardino, vide correre bambini sul prato, prontamente richiamati alla compostezza dalla vecchia balia, divenuta poi bambinaia e istitutrice, quella bambina proprio quella bambina, felice, in bianco e nero – jolie! jolie! s’il vous plait, approchez-vous, approchez-vous! –  correva lì sul prato adombrato dal vecchio salice, al tempo; in quel luogo, ella già dava l’idea della fierezza prossima, mite, d’una fierezza facile da offendere ma sempre fiera; girò lo sguardo la rivide nelle sembianze d’anni dopo, esuberante, giovane, donna, sessantottina, rivoluzionaria, più tardi anche indignada. Accanto a lei, scorse un giovane, ma separato da lei da un’ombra come un velo che li rendeva reciprocamente invisibili, era adulto. Virò in filo d’anni la traiettoria visiva, gli apparve trasformato, invecchiato, stanco, sempre lì sul quel prato nell’immaginaria fissità dell’esistenza.

Poi colse i labirinti degli spazi, le modulazioni degli interni; nelle volte osservò con attenzione, quasi con curiosità, affreschi d’aurore sgretolate di cui rammenta e rivede lo splendore d’un tempo; nelle pareti scene di caccia, stampe in puntasecca, divani, poltrone e tavoli coperti da panni polverosi, la vecchia radio a valvole Telefunken Rhythmus; negli esterni, l’auto in disuso riposta sotto una tettoia malmessa, piccoli prati d’erba rinsecchiti e maestose piante secolari, il salice sfogliato, gli ulivi cadenti, la rasola smembrata, filiere di viti, estati lunghe in quel tempo – in tempo d’estate la vita era facile! – fra piogge agostane e novembri assolati fino alla notte di San Martino, compagni del cammino, del tipo di quelli che solcano linee incisive…

Linee rette, curve, ellittiche, d’ombra e di luce… Anche le mutazioni dello spazio nel tempo, annotò, si delineano come tappe di un percorso, i luoghi come gli uomini mutano e scom­paiono ma entrambi, nel loro ergersi e spegnersi si rivestono d’incanto, violando la materiale fissità dell’esistente. L’incanto che promana dai ruderi di un contesto archi­tettonico che rinasce a nuova vita evoca il cammino, la dinamicità del reale, rivitalizza lo scenario interiore, contribuisce a perpetuare contro il logoramento la memoria, a conservare la familiarità d’un linguaggio, a trasmettere la molecola dell’eterno. La memoria, annotò ancora, non è fragile.

DELL’ETA’ DELL’INNOCENZA

Bisogna alzare le vele e prendere i venti del destino.

Ruby Alice Isabell Forder Clipperton

Era il crepuscolo dell’estate. S’attardò a ripensare. Il luogo e il tempo erano favorevoli. Piccole vicende, sentimenti inespressi, energie affievolite. Rincorre la suggestione di un’oasi di pace, un lembo di terra ai confini del tempo, al di  là dei limiti dello spazio, un vagheggiamento inconsueto sollecitato dalla frescu­ra indecisa, passeggera, d’un settembre che non è uguale agli altri. Nella stanza ch’era stata di suo figlio, ritrova il planisfero luminoso; col gesto d’allora lo ruotò (distrattamente?) e l’attenzione si risvegliò ancora quando il movimento con progressiva lentezza s’arresta sul punto in cui s’era fermato allora; scorge la solita piccola isola dell’oceano Pacifico, Clipperton, ormai lo sapeva – l’aveva appreso oltre vent’anni prima – che è a milledue­cento chilometri dalla costa messicana, nove chilo­metri quadrati di superficie, trenta abitanti (secondo remote

Contadinella montenegrina, giugno 1941

illustrazioni geografiche). Ma sono ancora trenta? si domandò. E in fondo che importava, se quell’atollo era solo una metafora, specchio di un’immagine mitica, meta di un viaggio mai fatto, speranza di una sera d’estate, luogo della giovinezza invecchiata, isola delle passioni lontane o spente, e i suoi trenta abitanti come i trenta desideri dell’uo­mo? Spersa nell’immensità planetaria, insignificante, eppure essa esiste, si disse, proseguendo nel suo cammino.

Il prigioniero, 1933

Sullo scagno dello studio scorse alcune delle carte sparse; nel piccolo tavolino a bacheca che per il cedimento d’un piede s’era piegato, appoggiandovisi, vide alcune foto appena sporgenti da un foglio sovrastante, alcune ingiallite, altre scolorite, le osservò come fotogrammi d’una pellicola priva di montaggio; accanto una busta sgualcita, ne sollevò il lembo, ne estrasse il bigliettino che conteneva, il quale era manoscritto, lo lesse: «28 gennaio 1945. Carissimi, anche questa settimana ho potuto trovare da scrivere… – S. Ten. 81-I-47734». Credette di ricordare chi fosse quel prigioniero di guerra che scriveva dalla sua cattività, da un luogo imprecisato, obliterato dal segreto militare, era il campo di prigionia 126, in Algeria (scoprì, qualche tempo dopo), sotto tutela britannica.

DEL SOGNO GUELFO OVVERO DELLA SPERANZA GHIBELLINA

Osservò il tavolo intarsiato, ai lati due nude cariatidi a mezzo busto, una sorta di celebrazione, l’onore reso alla potenza dell’arte, alla bellezza, alla sensualità non banale. Un libro sgualcito, Lupi e agnelli di Trilussa, una dedica virgolettata oltre la prima di copertina: «Che ogni attività non sia gratuita, arbitraria, irreligiosa follia di superuomini, ma s’indirizzi a una meta, trovi la sua necessità nelle leggi che reggono l’universo, si umili a rispettare in Dio i suoi limiti supremi. G., 24 marzo 1965». Gli suonò come una voce che saliva dall’Ade.     

Percorse ancora qualche tratto di quella stanza, s’accostò all’ultima libreria. Nel terzo scaffale d’essa ch’era sempre più consumata dai tarli, quasi nascosta dalla tenda, capitelli scolpiti da un antico artigiano, c’è una vecchia custodia di fascicoli, tomo d’un archivio, intitolata Piccola historia di Sicilia. Diario d’Anonimo normanno; lesse nell’intestazione: «Manoscritti ravennati e bolognesi. Tavolette normanne. Copie da fonti varie: Cattedrale di Palermo, Cappella palatina, Chiesa della Martorana, Chiesa di San Giorgio dei Genovesi, Duomo di Monreale, Codice Chigi, Cronica figurata di Giovanni Villani […]».

L’epopea normanna a Napoli e in Sicilia. In Sicilia, al seguito di Manfredi di Svevia [1232-1266], nipote d’Altavilla:

«Io mi volsi ver’ lui e guardail fiso: biondo era e bello e di gentile aspetto, ma l’un de’ cigli un colpo avea diviso [...]. Poi sorridendo disse: ”Io son Manfredi, nepote di Costanza imperadrice; ond’io ti priego che, quando tu riedi, vadi a mia bella figlia [Costanza II di Svevia], genitrice de l’onor di Cicilia e d’Aragona, e dichi ’l vero a lei, s’altro si dice. […]. Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto, revelando a la mia buona Costanza come m’hai visto, e anco esto divieto; ché qui per quei di là molto s’avanza”» [Dante Alighieri, La divina commedia, Purgatorio, canto III, vv. 106 ss.].

Continuò a sfogliare quel fascicolo, soffermandosi su d’un capitolo quasi alle prime pagine di quell’historia. Lesse: «I Vespri [1282-1372]: desiderio di indipendenza dei siciliani oppure jattanza baronale isolana?». Poi, alcuni fogli avanti, l’inizio d’un commento: «In questo itinerario – diceva –  diverse volte m’è capitato di constatare la fragilità della memoria come un corso d’acqua sfuggente nei sotterranei della natura…».