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Archivio Marzo 2016

(2a e ultima parte) – Il pontificato «umanista» di Paolo VI

[segue] A. Riccardi, Manifesto al mondo. Paolo VI all’Onu

Immagine della "Gaudium et spes" (1965)

Avveniva cinquant’anni fa, era il 4 ottobre del 1965, la prima visita d’un Papa alle Nazioni Unite, vent’anni dopo la loro costituzione, su invito del segretario generale, il birmano U Thant. Fu un evento storico, nel giudizio di quanti hanno in mente la cognizione delle relazioni internazionali oltre il confine definito solo dai rapporti di forza fra gli Stati. 

Nella prima parte di questo compte rendu critique ne abbiamo delineato il contesto storico-politico ed ecclesiale, segnalando alcune riserve che in ambiente vaticano (e non solo) accompagnarono il discorso di Paolo VI all’Onu. 

Concludiamo questo intervento col resoconto dei colloqui che papa Montini ebbe in quella circostanza con Andrei Gromiko e Lyndon B. Johnson e con alcune notazioni di chiusura sul metodo e sul merito del pontificato di Paolo VI. 

Il colloquio con Andrei Gromyko

Paolo VI a New York ebbe diversi incontri. Al Palazzo di Vetro, negli uffici del segretario generale dell’Onu U Thant, Egli riceve i membri permanenti del Consiglio di sicurezza.

Di particolare rilievo, più di quanto in realtà non venga colto, il colloquio, seppure breve e poco enfatizzato, col ministro degli esteri sovietico, Andrei Gromyko.

Al riguardo pure (come a riguardo dell’Onu), c’è un pregiudizio che Paolo VI deve e vuole superare, cioè quello d’essere filo-atlantico  (o peggio «cappellano del dollaro») com’era descritto dalla propaganda sovietica e da quella comunista. Sottolinea Riccardi: «[…] pesava l’assenza di rapporti con i regimi comunisti, mentre la persecuzione antireligiosa ad Est aveva schiacciato la Santa Sede sul campo occidentale».

Paolo VI con Jean Guitton

Paolo VI ha invece la preoccupazione di presentare la Santa Sede come «imparziale», esterna alla logica dei blocchi contrapposti, delle alleanze politico-militari, degli schieramenti della guerra fredda. Egli ha interesse ad approfondire una piattaforma internazionale nella quale sia inclusa l’Unione Sovietica e l’Est europeo, non tanto o non solo in una prospettiva missionaria universale ma anche in ragione dell’inaccettabile stato di fatto per cui «il cattolicesimo [agonizzava] sotto i regimi comunisti».

Nel suo discorso all’Onu – come ricorda Riccardi citando i “Dialoghi con Paolo VI” di Jean Guitton -  Paolo VI rifiuta di «alzare sopra l’abisso le sue ali di colomba, isolandosi nei cieli […] fuori della storia quasi per non contaminare la sua autorità, ma accetta il realismo dell’incontro e della diplomazia [e] finisce per toccare la concretezza delle questioni e, in certo senso, rischiarne le contraddizioni».

Nikita Kruscev e Leonid Breznev

Nikita Kruscev e Fidel Castro

Kennedy, Giovanni XXIII, Kruscev: protagonisti della "distensione"

Al Cremlino con la «destalinizzazione» avviata da Kruscev (1956) e l’attenuarsi della guerra fredda, andavano maturando nuovi orientamenti in tema di rapporti con la Chiesa cattolica. Proprio un anno prima di quel colloquio, nel settembre del 1964, era stato firmato – col placet sovietico – il primo «accordo parziale» da uno di quei regimi, il governo ungherese, con la Santa Sede (accordo di Budapest). Si rivelerà di fatto un fallimento nella pratica  (nomina e giuramento dei vescovi, libertà ecclesiastica, gestione delle diocesi, libertà di comunicazione, etc.). ma ebbe la funzione d’apripista, squarciava un varco nel muro catacombale delle Chiese dell’Est.

Quel colloquio con Gromyko – che poi, protagonista di lungo corso nella politica internazionale dell’Urss (1957-1985), avrà negli anni successivi diversi incontri

La "primavera di Praga" (1968)

con lo stesso Paolo VI e con i responsabili vaticani –ebbe decisiva importanza. Gromyko riconosce l’autorità morale della Santa Sede ma, soprattutto, ne riconosce la credibilità come istituzione politica, in quanto imparziale, non aprioristicamente appiattita su alcuno dei due blocchi e perciò capace di svolgere un ruolo costruttivo nel processo di distensione, di cooperazione, di pace. Secondo una locuzione che gli viene attribuita, egli dirà più tardi: “Peut-être que le Saint-Siège lui même n’arrive pas à se rendre compte complètement de la force qu’il a”.

Le Saint-Siège alla Csce

Senza enfasi e soprattutto senza omissione sul punto della lotta per la libertà della chiesa nei regimi comunisti che sarà dura e lunga fino al tempo del glorioso pontificato di Giovanni Paolo II [1978-2005], tuttavia non può non cogliersi che – di fronte alla tiepida accoglienza della diplomazia occidentale – la strategia orientale della politica estera della santa Sede (Ostpolitik) degli anni successivi ebbe ad incrociare il convinto favore sovietico, formalizzato dall’appello del governo di Budapest (1969). Il quale – in nome e per incarico degli Stati membri del Patto di Varsavia – rivolse alla Santa Sede l’invito affinché come «tutti gli Stati d’Europa, grandi e piccoli» anch’essa si impegnasse nella Conferenza per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Csce), cioè in un’istanza internazionale multilaterale, al fine di «operare per il mantenimento e il consolidamento della pace»[3].

La visita americana, l’incontro con Lindon B. Johnson

Il viaggio a New York per il discorso al Palazzo di Vetro fu anche occasione della prima visita di un papa negli Stati Uniti. Paolo VI ne incontra il presidente, Lindon B. Johnson succeduto, come s’è detto, a Kennedy che era stato assassinato due anni prima a Dallas.

Papa Montini, che non è «papa filo-atlantico», rivolge però particolare attenzione alla realtà nordamericana «sia per il nuovo ruolo assunto dagli Stati Uniti, sia per la ricchezza delle energie umane, materiali e intellettuali della Chiesa di

Paolo VI incontra in Vaticano il presidente Kennedy (luglio 1963)

questo paese […]. Riguardo al governo di Washington – osserva Riccardi – è convinto della necessità di avere un rapporto cordiale e intenso. Anzi, in Vaticano, resta sempre un qualche dispiacere per l’assenza di relazioni diplomatiche con Washington, dovute alle difficoltà del governo di fronte a una parte dell’opinione pubblica americana».

Nel discorso all’Onu Paolo VI – dopo avere manifestato apprezzamento sulla figura del Kennedy che egli aveva ricevuto in

Foto di Eddie Adams (1968), simbolo della "sporca guerra del Vietnam"

Vaticano nel luglio del ’63, qualche mese prima del suo assassinio – ha mostrato pure d’essere «in sintonia con la visione della “grande società” di Lindon Johnson» – diritti civili e integrazione razziale, lotta alla povertà, assistenza sanitaria… – esprimendo tuttavia la preoccupazione della Santa Sede sul tema caldo del momento, la guerra in Vietnam di cui già s’intravedevano i segni dell’escalation disastrosa che essa avrebbe subito nel corso degli anni successivi.

L’intervento americano in Vietnam era cominciato con Kennedy attraverso il potenziamento della missione militare presente a Saigon, l’invio di consiglieri militari, il supporto di forze speciali, il consenso ad operazioni sottocopertura. Sotto la presidenza di Johnson erano iniziati i bombardamenti aerei quando, nell’estate del 1964, un presunto attacco nordvietnamita alla flotta statunitense nel golfo del Tonchino, poi rivelatosi falso, indusse gli Stati Uniti a intervenire a fianco del Vietnam del Sud, nella guerra contro il Vietnam del Nord.

In tale contesto avviene l’incontro di Papa Montini con Johnson. E’, questo, un altro dei momenti di grande tormento che papa Montini ebbe ad attraversare di fronte alle sfide del suo tempo e alle contraddizioni inestricabili delle scelte che quelle sfide comportavano. Nel colloquio con Johnson a proposito della guerra in Vietnam, «il Papa – come ha scritto Ennio Carretto -   teme che il comunismo si diffonda in Asia come vent’anni prima in Europa, ma è angosciato dai bombardamenti di Johnson sul Nord». Paolo VI disse «no» alle bombe sul Vietnam, «la violenza non aiuta la libertà»[4].

Richard Nixon, presidente Usa, ed Henri Kissinger, sottosegretario di Stato, in vista degli accordi di Parigi (1973) per il disimpegno militare americano in Vietnam

Negli anni seguenti Johnson avrà diversi incontri con Paolo VI proprio a ragione del Vietnam, chiedendo l’aiuto e la mediazione del Vaticano di cui intende conservare il sostegno, consapevole che «Paolo VI esercita un’enorme influenza sull’opinione pubblica mondiale». Nel triennio successivo intrattiene corrispondenza con il presidente nordvietnamita Ho Ci Minh, conosciuto decenni prima quando questi viveva esiliato a Parigi. Si adopera, contestualmente, per ammorbidire le posizioni di Mosca, allora capitale del comunismo internazionale, auspicandone l’intervento moderatore sui vietcong. A un certo punto del percorso, esprimerà anche il desiderio di recarsi nel Vietnam del sud. Quella «sporca guerra» si concluderà solo dieci anni dopo, segnerà indelebilmente una (o più d’una) generazione pesando come macigno sulla coscienza collettiva nordamericana per le atrocità che vi furono commesse, fu la prima sconfitta militare degli Stati Uniti.

Notazioni conclusive

Terra Santa (1964), Paolo VI e il patriarca di Costantinopoli Atenagora

S’è detto in apertura che il viaggio di Paolo VI a New York – il terzo dopo quelli in Terra Santa e India – fu «evento storico», a dispetto delle disattenzioni storiografiche al riguardo che in qualche modo vengono sanate da questo pregevole ed agile saggio di Andrea Riccardi. E lo fu, storico per l’appunto, per diverse ragioni.

1. Innanzitutto la platea, il target di riferimento della Chiesa cattolica. Paolo VI parla all’assemblea generale delle Nazioni Unite avendo di fronte i leader, i protagonisti grandi e piccoli della politica mondiale. In realtà, tuttavia, questa volta – ed è la prima volta – la sua parola raggiunge contestualmente tutti i popoli e tutte le genti del mondo.

Paolo VI a Bombay (1964)

L’audience di cui Egli gode in questa circostanza è universale rispondendo a un’attesa diffusa in tutti i Continenti in quel tempo in cui  – in diversi modi e non senza contraddizioni – era colta la svolta epocale postbellica con le tendenze emergenti – estensione della partecipazione politica e sindacale (per lo meno nelle democrazie occidentali), benessere economico come conquista sociale e scolarizzazione come strumento dell’uno e dell’altra, apertura alla modernità (progresso, tecnica, urbanizzazione, industrializzazione), desacralizzazione delle realtà mondane («la bontà del creato»),  decolonizzazione e autodeterminazione dei popoli – e con tutto il peso del loro contrappunto problematico:

René Magritte, "L'entrée en scene" (1961)

conflittualità sociale e lotta di classe, consumismo, secolarismo, scristianizzazione, esplosione di diseguaglianze economico-sociali dentro le società industriali e nel rapporto Nord-Sud del mondo…

«E’ a questo mondo – scrive Riccardi – che Paolo VI vuole parlare dalla tribuna dell’Onu» indossando «il mantello del pellegrino». Quando Egli parla dal podio dell’Onu, «in tutto il mondo si può seguire l’allocuzione […] in diretta alla televisione, tramite il satellite Telstar. Il fatto suscita stupore ed emozione; sembra la conferma di un tempo nuovo, in cui il mondo è divenuto ormai “villaggio globale”, secondo l’intuizione di McLuhan».

Raffaello, "La scuola di Atene" (particolare)

2. In secondo luogo, la piattaforma collegiale e conciliare. Davanti ai Governanti della Terra, «Montini rappresenta la figura […] del papa dei tempi nuovi». Al loro cospetto Egli si presenta e vuole rappresentare  attraverso la delegazione del Vaticano II – sette cardinali dai diversi continenti, oltre il Segretario di  Stato, Cicognani –  «la complessità del popolo cattolico, che vive in tanti luoghi […]» e, ciò che più conta nel simbolismo montiniano, «l’universalità del cattolicesimo, riunito in Concilio […].

Simbolicamente – sottolinea Riccardi – è tutto il Concilio […] che accompagna il papa [...]. Mai più un viaggio papale avrà un significato così collegiale e “conciliare” come questo di Paolo VI nel 1965 […]. Non si tratta solo di un aspetto emotivo, ma della consapevolezza dei protagonisti che la Chiesa ha una rinnovata responsabilità nel campo della pace».

In questa «storica» visita a New York di Paolo VI, c’è l’epifania della Chiesa del Concilio Vaticano II – per l’appunto un «Manifesto al mondo» – l’uscita dal Tempio, l’esposizione d’una «modernità» che, seppure antica, Paolo VI conferma dal podio delle Nazioni Unite come esperienza reale maturata dentro l’umanità sofferente, rinnovata missione evangelica, impegno politico della Chiesa conciliare.

3. In terzo luogo, quasi a corollario del precedente punto, il metodo. Negli ambienti tradizionalisti l’intervento all’Onu di Paolo VI viene criticato, a volte in alcuni passi, altre volte nell’impianto stesso dell’intero suo intervento. Vi si ravvisa un moderno neotemporalismo, «l’espressione di una secolarizzazione […] del ministero petrino», di fronte al potere secolare di cui l’Onu è la massima istanza (Riccardi menziona sul punto il pastore riformato Jean Bosc).

Inoltre, nel suo discorso, Paolo VI omette ogni richiamo «alla dottrina, alla legge naturale, ai fondamenti del suo magistero e a Dio, che gli erano suggeriti per evitare che il suo messaggio fosse tacciato di relativismo o che apparisse quasi la rinuncia alla missione sovrannaturale della Chiesa […]».

Allo stesso modo, ancora, sul terreno «umanista» nel quale Paolo VI colloca la posizione della Chiesa cattolica insieme a quella  delle Nazioni Unite – la Chiesa, «esperta in umanità» – i critici ravvisano « una storicizzazione e una relativizzazione della Chiesa e della sua autorità […] una riduzione del cristianesimo alla dimensione di esperienza storica dell’umanità». Riccardi cita «il dubbio rispettoso» espresso sul tema dal teologo pontificio p. Mario Luigi Ciappi e la critica controriformista dell’abbé George de Nantes.

Paolo VI con Giuseppe Lazzati

In realtà, di fronte alla svolta epocale postbellica con le tendenze emergenti e con tutto il peso del loro contrappunto problematico (di cui s’è detto), la risposta dell’intelligenza cattolica del tempo montiniano  ricalcava un antico paradigma –  la «modernità antica», di cui sopra – sperimentato con successo in passato, da S. Agostino a S. Tommaso: la contaminazione con il mondo, con la sua cultura e le sue forme espressive per riassorbirle, assimilandole, in uno schema mondano cristianamente compatibile, com’era avvenuto con i barbari e la loro conversione, com’era avvenuto con la cultura classica. Non era avvenuto per caso che, in occasione d’un altro trapasso epocale, Leone XIII avesse rilanciato il tomismo (“Aeterni Patris”, 1879) ancor prima di proporre nuove linee di presenza della Chiesa nel tempo nuovo della società industriale (“Rerum Novarum”, 1891).

La percezione della medesima urgenza spingerà poi Giovanni XXIII (1958-1963) a convocare il Concilio, per rispondere per l’appunto a quell’urgenza, «aggiornare» la lettura del mondo contemporaneo,  riconoscervi i «segni dei tempi, così che vediamo fra tenebre oscure numerosi indizi, i quali sembrano annunciare tempi migliori per la Chiesa e per il genere umano» (Giovanni XXIII, in A.A.S. 1962, p. 6). Paolo VI fu poi chiamato ad assumerne su di sé il peso, proseguirlo, guidarne lo svolgimento e, concludendolo, volle consegnarne, non senza ragione e con profonda cifra simbolica, all’autore dell’umanesimo integrale, Jacques Maritain, il messaggio indirizzato agli intellettuali cattolici.

Paolo VI con padre Carlo Maria Martini

Nell’immutata fedeltà al depositum fidei, l’aggiornamento conciliare storicizza il metodo d’«inculturazione della fede», cioè le vie da percorrere per trasmettere intatto quel deposito, il linguaggio destinato ad essere compreso dall’interlocutore, l’itinerario ad essere percorso con chiunque abbia la stessa meta,  le strutture da praticare a servizio della medesima causa, i sistemi da approfondire (come la politica, la diplomazia…) capaci di generare incontri, suscitare dialogo, ricercare soluzioni alle controversie anche a quelle prima facie inestricabili.

E’, tutto questo, una secolarizzazione del ministero petrino, della missione spirituale e sovrannaturale della Chiesa, della stessa Chiesa? «E’ lecito porsi questa domanda», risponde Riccardi, il quale aggiunge: «Paolo VI parla come leader religioso e, alla fine del suo discorso, inserisce la sua garbata professione di fede. Le sue parole diventano un saggio di umanesimo, religiosamente ispirato».  E se c’è pure una prudenza, che nel caso chiameremmo piuttosto sapienza, valga il richiamo di Giovanni XXIII che Riccardi trascrive: «Il prudente è chi sa tacere una parte della verità che sarebbe inopportuna a manifestarsi, e che taciuta, non guasta la parte di verità che dice…». E non c’è in fondo prudenza quando in conclusione del suo discorso, poi, papa Montini enuncia «garbata» la sua «professione di fede» rinnovando ai grandi e piccoli della Terra il magistero petrino: «E’ venuto il momento della metanoia». Quanto basta per farlo consacrare «grande leader morale del mondo […] accolto [anche] dai non cattolici o non cristiani».


[1] J.W. DOUGLASS, Kennedy, Krusciov e Giovanni XXIII: storia di una pace inaspettata, in “Aggiornamenti sociali”, marzo 2014.

[2] Diversi i segnali di disgelo provenienti dall’Urss: l’invio di auguri a Giovanni XXIII, per l’80° compleanno nel novembre 1961; la presenza al Concilio, iniziato nell’ottobre 1962, di vescovi provenienti d’oltre cortina e di due osservatori del patriarcato ortodosso di Mosca; la liberazione del metropolita ucraino J. Slipyj nel febbraio 1963.

[3] G. BARBERINI, Stato, Chiese e pluralismo confessionale Rivista telematica (www.statoechiese.it) novembre 2010.

[4] E. CARRETTO, Dagli Archivi di Washington le prove sulla mediazione del Papa per fermare il conflitto, in “Corriere della Sera”, 22 agosto 2005.

[Fine]

(1a parte) – Il pontificato «umanista» di Paolo VI

Note a margine di: Andrea Riccardi, Manifesto al mondo. Paolo VI all’Onu (Jaca Book).

L’«evento storico»: il discorso alle Nazioni Unite

Avveniva cinquant’anni fa, era il 4 ottobre del 1965, la prima visita d’un Papa alle Nazioni Unite, vent’anni dopo la loro costituzione, su invito del segretario generale, il birmano U Thant. Fu un «evento storico», nel giudizio di quanti hanno in mente la cognizione delle relazioni internazionali oltre il confine definito solo dai rapporti di forza fra gli Stati.

L’A. di questo volume, Andrea Riccardi, oltre che docente di Storia contemporanea, è fondatore della Comunità di S. Egidio, che, come noto, è un’associazione internazionale di laici presente in oltre settanta Paesi di diversi continenti, Africa, Asia, Europa, Nordamerica, Sudamerica. La Comunità di S. Egidio, che ha lo scopo di testimoniare la presenza della chiesa nel mondo, ha sperimentato la valenza delle potenza senza forza – economica, politica o militare. L’ha sperimentata nelle «piccole cose» attraverso il quotidiano impegno umanitario in favore dell’umanità sofferente nelle diverse parti del mondo, come nelle «grandi questioni» al cospetto di eventi che coinvolgono il destino di intere collettività (si pensi agli accordi di pace in Mozambico, 1992; in  Guatemala, 1966; in Albania, 1997).

Questa esperienza fornisce all’Autore una non comune chiave di lettura degli eventi internazionali posti davanti all’attenzione di una realtà, originale e complessa, come quella della Chiesa cattolica,  che condivide con gli Stati la «condizione sovrana» ma che a differenza d’essi ne esercita una titolarità che è essenzialmente spirituale, su un territorio senza confini e su una cittadinanza – senza jus soli o sanguinis – che nasce dalla libera scelta di ciascuno dei suoi componenti.

Il contesto storico

Lyndon B. Johnson

Il presidente degli Stati Uniti è Lyndon B. Johnson (succeduto a John Kennedy assassinato nel novembre del  ’63); primo segretario del Comitato Centrale del Pcus e capo dell’Unione Sovietica è Leonid Brèžnev (in carica dopo la deposizione di Kruscev, 1964).

La «guerra fredda» e il «bipolarismo» delle relazioni internazionali si specchiano nei conflitti e nei focolai di guerra in diverse lande del pianeta, c’è stato il conflitto coreano (1950-1953) e la lotta di liberazione dell’Indocina (1946-1954), la guerra d’Algeria (1954-1962) e la crisi del Canale di

Churchill, Roosevelt, Stalin (Yalta, febbraio 1945)

Suez (1956), la baia dei Porci (1961) e la crisi di Cuba (1962).

La divisione del mondo in blocchi contrapposti dopo Yalta e Potsdam

Churchill, Truman, Stalin (Potsdam, agosto 1945)

(febbraio e agosto del 1945) si rispecchia pure nelle divisioni che separano popoli d’una stessa nazione, le due Germanie, la Corea del Nord e quella del sud, il Vietnam filo-statunitense e quello filo-sovietico.

Il clima è oltremodo pesante.

Nel ’49 è stato sottoscritto tra i Paesi occidentali il Patto atlantico costitutivo della Nato, cui seguirà da contrappunto, da parte dei paesi del blocco sovietico, il Patto di Varsavia (1955) che ha già praticato – in anteprima sulla dottrina-Brežnev della «sovranità limitata» – l’uso della forza in Ungheria per la repressione della rivolta di Budapest del ’56. E lo farà pure qualche anno dopo nell’agosto del ’68 per reprimere in Cecoslovacchia la «primavera di Praga».

La rivolta d'Ungheria (1956)

Gli Stati Uniti sono intervenuti al di fuori dell’Onu nel conflitto vietnamita; la Cina diventata comunista (1949) – riconosciuta da Francia e Gran Bretagna – è tenuta in stato di isolamento quanto meno dagli Stati Uniti; la povertà dilaga nel Terzo mondo post-coloniale e il movimento dei Paesi non-allineati approfondisce le tensioni Est-Ovest favorendo il neocolonialismo.

La Santa Sede, che non ha rapporti diplomatici con gli Stati Uniti (e tanto meno con l’Urss e gli Stati satelliti), non li ha pure con l’Onu;  i rapporti fra l’una e l’altra – sin dal tempo delle Società delle Nazioni (1919-1946) – sono segnati dalla diffidenza reciproca, da una parte l’indifferenza il pregiudizio o l’ostilità verso le tematiche religiose e la Chiesa cattolica in particolare, dall’altra una pretesa esclusività di diritto naturale come «luogo d’unità delle genti».

Il contesto conciliare: il dialogo col mondo contemporaneo

Giovanni XXIII indice il Concilio Vaticano II (25 dicembre 1961)

In questo contesto si situa un altro processo in corso, di diversa natura. E’ il Concilio ecumenico Vaticano II, voluto e indetto da Giovanni XXIII (1961) e proseguito da Paolo VI.

L’invito di U Thant a Paolo VI a parlare all’assemblea generale delle Nazioni Unite trova corrispondenza nel clima «conciliare» della Chiesa cattolica. Paolo VI, aderendo all’inedita iniziativa propostagli, scioglie le riserve e le resistenze che circolano in ambiente vaticano e ne arresta l’oscillazione diplomatica sul tema, recuperando l’«internazionalismo cattolico», che era maturato sin dai pontificati di Benedetto XV (1914-1922) e Pio XI (1922-1939). Pure Pio XII (1939-1958)  – con Montini Sostituto della Segreteria di Stato – era intervenuto «in favore della nascente organizzazione delle Nazioni Unite».

Pio XII e mons. G.B. Montini

Intorno ai documenti della Chiesa cattolica lungo l’itinerario della renovatio («aggiornamento») conciliare – citiamo, fra i più noti, l’enciclica pontificia “Ecclesiam suam” (agosto 1964), la costituzione dogmatica  “Lumen Gentium” (novembre 1964) cui sarebbe seguita la costituzione pastorale “Gaudium et spes” (dicembre 1965) – non solo s’era attivata l’attenzione mediatica e suscitato l’interesse sia di appartenenti a fedi differenti sia di non credenti, ma s’era altresì avviata «una maturazione importante nel cattolicesimo del Novecento».

Da un lato la Chiesa non più societas perfecta ma popolo in cammino che esce dal tempio e si fa «presenza» sulla strada, dall’altro comunità di credenti che si predispone al «dialogo col mondo contemporaneo». Al Palazzo di Vetro, nell’assise generale delle nazioni del mondo, la Chiesa cattolica – comunità internazionale in una sede internazionale – entra in dialogo con coloro che «rappresentano tutte le genti», per contribuire ad «affratellare tutti i popoli».

Chiesa e Onu  – sul piano spirituale l’una, su quello politico l’altra – sono «simili, in qualche modo»,  precisa Paolo VI, entrambe comunità universali che hanno una analoga missione, l’unità delle genti, all’insegna di un umanesimo che per la Chiesa è, sì, religioso (quindi trascendentale, verticale) ma è sempre umanesimo a partire dal fondamento orizzontale.

L’historia ecclesiae come fonte di legittimazione: una secolarizzazione?

René Magritte, "L'entrée en scène" (1961)

La Chiesa, «esperta in umanità»,  condivide con le Nazioni Unite – «stazione del mondo, palladio di pace» – la forma di una organizzazione «universalistica» – «una comunità internazionale» – che, di fronte al quadro cangiante degli interessi delle singole nazioni, diventa «istanza di pace imparziale [promuovendo] il dialogo e la diplomazia […] per evitare i conflitti».

Titolare di una sovranità temporale, la Santa Sede partecipa in quanto tale all’assise delle nazioni nella loro sede assembleare, ma è una temporalità simbolica, tanto minuscola – per l’appunto simbolica – da essere «temporalmente» irrilevante tuttavia spiritualmente  effettiva e significativa. La singolarità del pontefice di Roma insieme agli altri governanti  del mondo è nelle cose, nella effettività d’un potere che non condivide la forza manu miliari degli Stati ma ne completa l’essenza, all’interno di quell’Assemblea, con altri mezzi.

Il ruolo che Paolo VI accredita al cospetto dei governanti del mondo – non senza suscitare contrasti e malumori interni – non è quello della «chiesa trionfante» né quello del «Papa-Maestro» «in un ambiente in cui non è riconosciuto come tale». Paolo VI non rivendica la legittimazione  d’una autorità morale o d’una supremazia sulle nazioni in ragione d’un diritto divino o della legge naturale. Quella ch’Egli rivendica come fondamento della propria legittimazione nel contesto delle Nazioni Unite – Riccardi richiama l’école de théologie di M.D. Chenu, «teorico di riferimento per la riforma conciliare»  – è la historia, la presenza millenaria in essa – nei suoi dolori, nei conflitti, nelle tragedie dell’umanità – non per adeguarvisi o solo coltivarvi la carità. Piuttosto per cambiarne la direzione, nel tentativo «che finalmente l’umanità possa scrivere un’altra storia»…  ”Jamais plus la guerre! Jamais plus la guerre!” «resta la frase simbolo del suo intervento».

Lo sviluppo è il nome nuovo della pace

Mons. Hélder Câmara con madre Teresa di Calcutta (Parigi, 1985)

Ma la pace, in quel tempo di svolta del XX secolo, acquisiva una pregnanza più profonda ed estesa rispetto al passato. «Non può mancare nelle parole del papa – osserva puntualmente Riccardi – un passaggio dedicato alla sviluppo […]. Mons Hélder Câmara [arcivescovo di Olinda e Recife, in Brasile] aveva fatto pervenire al papa un suo messaggio, secondo cui bisognava chiedere che l’indipendenza politica degli Stati si sostanziasse nell’ indipendenza economica».

Il grande prelato brasiliano [1909-1999] sollevava un problema di portata mondiale, la nuova «questione sociale», che investiva interi continenti o subcontinenti – dal Sud-est asiatico all’America latina – come conseguenza sia del processo di decolonizzazione sia dei nuovi equilibri post-bellici: era il tema del rapporto Nord-Sud del mondo, della povertà e delle diseguaglianze a livello planetario, fra benessere in espansione nell’emisfero continentale e povertà crescenti in quello meridionale, tema che proprio in quel tempo emergeva nella sua rinnovata drammaticità.

Rispetto al passato – ai tempi, per esempio, della “Rerum Novarum” (1891) di Leone XIII – occorreva far fare alla «dottrina sociale» un salto di qualità, ampliare il magistero sulla «questione sociale» per estenderne la prospettiva dai confini delle società industriali al più vasto terreno di tutti quei popoli – «Terzo mondo, Paesi sottosviluppati o in via di sviluppo» – le cui economie scontavano arretratezze sempre più devastanti e divaricanti.

L’aveva detto a Bombay in occasione del suo viaggio in India (1964) – «Voglia il cielo che le nazioni cessino la corsa agli

Populorum progressio (poster)

armamenti, e dedichino invece le loro risorse ed energie all’assistenza fraterna delle nazioni sottosviluppate» – lo ripeterà con maggior forza nella “Populorum progressio” (1967): Paolo VI propone un rallentamento della corsa agli armamenti per un deciso impegno nella lotta alla povertà e al sottosviluppo attraverso la riduzione delle spese militari.

Ed è proprio la comunità internazionale riunita in quell’assise suprema delle Nazioni Unite il soggetto interpellato attraverso il suo rinnovamento ad un’azione effettiva – la costituzione di un Fondo mondiale – destinata «[…] a vincere l’analfabetismo e diffondere la cultura nel mondo: a dare agli uomini una adeguata e moderna assistenza sanitaria, a mettere a servizio dell’uomo le meravigliose risorse della scienza, della tecnica, dell’organizzazione […]».  Per l’appunto:  «lo sviluppo è il nome nuovo della pace».

La «romanità» della Chiesa cattolica degli Stati Uniti

La visita a New York di Paolo VI ebbe due altri importanti momenti, oltre il discorso all’assemblea generale delle Nazioni Unite al Palazzo di Vetro.

L’uno è l’incontro con la comunità cattolica, alla cattedrale di San Patrizio a New York. «In un paese di marcato pluralismo religioso» che condivide il culto della libertà e della laicità

Francis Spellman, giovane prete

dello Stato, il cattolicesimo è una presenza significativa ed è pure «una grande risorsa per la Chiesa cattolica» seppure nel contesto di relazioni non sempre serene nelle quali, sul confine fra religione cattolica e religione civile, si confrontano la critica (o la riserva) verso l’american way of style, da un lato, e il profondo sentimento d’appartenenza nazionale, dall’altro.

Il discorso di Paolo VI si sviluppa anche in questa circostanza lungo la linea montiniana del confronto e del dialogo nel grande, imprescindibile solco della renovatio – «aggiornamento» – conciliare. Il Papa – nota Riccardi – «insiste sulla romanità della

Il vescovo Marcel Lefebvre (verrà scomunicato da Giovanni Paolo II)

Chiesa cattolica degli Stati Uniti […]. Il cattolicesimo americano non è periferico ma è nel cuore della Chiesa romana […]. La Chiesa del Concilio […] si sente pienamente a suo agio nella “moderna” società americana, dove i cattolici sono una grande realtà».

Certo, al tempo di Paolo VI, la sottolineatura pontificia della «romanità» del cattolicesimo statunitense è aperta anche alla condivisione di quanti come il cardinale Francis Spellman (al tempo arcivescovo cattolico di New York), il cardinale Ottaviani e altri – quelli dell’ala conciliare conservatrice riuniti nel Coetus Internationalis Patrum – intendono «fare degli Stati Uniti il nuovo impero a fianco della Chiesa di Roma». Ma tant’è, il passo montiniano non è destinato a solcare contrapposizioni, piuttosto ad agevolare sistemi di comunicazione.

La visita americana, la libertà religiosa

Proprio in quest’ottica, c’è un altro punto – ed è l’altro importante momento – che interessa al Pontefice comunicare all’Onu, e al popolo americano in particolare, ed è quello che riguarda l’apertura della Chiesa cattolica sul tema del riconoscimento della libertà di pensiero, di coscienza, di religione. Quando tale principio era stato sancito dalle Nazioni Unite nella “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo” (1948), Jacques Maritain, il noto filosofo cattolico (che a conclusione del Vaticano II sarà consegnatario da parte di papa Montini del messaggio agli intellettuali cattolici), ebbe a riconoscervi il sigillo del mondo moderno impresso al paradigma americano.

Tale principio era intensamente avvertito negli Stati Uniti, presente sin dalle origini e vissuto come l’ubi consistam della loro stessa fondazione come Nazione; «[…] la storia della fondazione degli Stati Uniti – ha scritto di recente Charles J. Chaput, arcivescovo di Philadelphia (“L’Osservatore Romano”, 4 gennaio 2013) – e la loro esperienza nell’ambito della promozione della libertà religiosa si propongono come un patrimonio per tutti».

«[…] i cattolici nordamericani – aggiunge Riccardi –  vivevano con disagio le posizioni vaticane – come quelle del card. Ottaviani – per cui solo la verità ha diritto alla libertà mentre l’errore non ha alcun diritto […]».

Quando Paolo VI giunse a New York, «il decreto conciliare sulla libertà religiosa, Dignitatis humanae» – seppur non definitivamente approvato – tuttavia

Paolo VI e Maritain alla chiusura del Concilio (8 dicembre 1965)

«aveva avuto una votazione favorevole […] che garantiva la prossima approvazione del testo da parte del Concilio […]. L’episcopato statunitense ebbe un ruolo decisivo per vincere le resistenze tradizionali all’approvazione del decreto».

Si trattava di una svolta epocale, tale percepita e compresa dall’opinione pubblica, «punto di approdo – scrive mons. Roberto Tommasi, Preside della Facoltà teologica del Triveneto  – di un processo spesso reticente, talora visto come il frutto di una tardiva […] conversione del magistero ecclesiastico alla causa dei diritti umani […]. Anticipata dalla [Lettera Enciclica di Giovanni XXIII] Pacem in terris (1963) [rappresentava] uno dei più significativi risultati dell’aggiornamento conciliare» [La dichiarazione conciliare sulla libertà religiosa Dignitatis humanae, http://www.webdiocesi. chiesacattolica.it].

[Fine 1a parte]

Gli «abiti smessi» di Elvira Seminara, nell’universo del possibile

In una bottega d’orologi caricati alla stessa ora

[2a e ultima parte]. Leggi l’Atlante degli abiti smessi (Einaudi) di Elvira Seminara. Una storia dell’ordinario quotidiano. A Firenze. Una relazione di coppia in «decrescita regolare dell’intesa», che non s’è ancora «accovacciata sullo spazio minimo – solidarietà, tolleranza, complicità» – che è quello nel quale avviene «la conversione della passione in indulgenza. Pervertita in amicizia. E potevi anche [...] chiamarla ancora amore»… fino a quando «poi un giorno – un’alba, un pomeriggio o un altro – senti il cuore risuonare in orbita con gli altri, come in un’immensa bottega di orologi caricati alla stessa ora».

E poi c’è Corinne, la figlia, ch’è abbastanza grande da vivere da sola, a Pisa, ha come fidanzato un ragazzo biondo, architetto, con il progetto d’un’agenzia pubblicitaria. Ed è pure abbastanza grande da ascoltare quel declino d’intesa dal racconto dell’uno più che dell’altra e ne prende le parti come spesso succede, ancora poco consapevole che «nel dolore siamo storiografi scorretti». 

Eleonora, la madre di Corinne, s’allontana da Firenze, si trasferisce a Parigi poiché «dovendo rinascere, non c’è niente di meglio di Parigi, non sarà un caso che qui anche i cimiteri, persino se piove, sono gioiosi parchi a tema. Con 330 specie di piante selvatiche diverse solo in quello di Montmartre». 

Porta con sé il bagaglio pesante di tanti oggetti, da elencare ordinare sistemare ciascuno d’essi a proprio posto, magari compilandone un inventario – un inventario per la figlia da riallacciare ma forse pure per se stessa (pure da riallacciare) – che li contenga tutti, quegli oggetti, il regno dei vestiti, il ripostiglio dei ricordi, l’indice della vita…   E da qui in poi, l’ordinario quotidiano si trasforma, nella penna di Elvira Seminara.                        

1. La scrittura pittorica e il movimento del silenzio

Rileggi l’Atlante degli abiti smessi (e altro) di Elvira Seminara e ti scorrono davanti immagini, panorami, figure come fossero tutt’insieme fuoriusciti dalla cornice, staccati dalla tela, segnati di colore… Sono la «scrittura pittorica» di Elvira Seminara - come qualcuno ha scritto di Lei – e non puoi che annuire… rivisitando le pagine dell’Atlante come sfogliando il catalogo d’una mostra, descrizioni che la mano educata d’un artista intelligente potrebbe trasportare su tela, copiare su carta, ripetere con carboncino: panorami d’esterni o arredi d’interni dello spirito… Si tratta del «parco-campionario» che circonda il condominio parigino ove Eleonora s’è rifugiata, il parco, «un «campionario [...], il tempo depurato, il meglio della vita», il «movimento del silenzio», quello degli innamorati e, tu che guardi, vedi «labbra ferme ma morbide», senti le parole non pronunciate, e ascolti gli altri silenzi ma sono muti, quelli delle «coppie usurate», solo labbra «strette, sigillate»… 

Oppure si tratta delle persiane che Eleonora ti indica: «Ci leggo sopra la mia storia», Ella dice. «Listarelle gonfie e deformate dall’acqua e altre miracolosamente intatte, come scampate al tempo». Oppure, ancora, lo smarrimento del «fraintendimento-anni-43» «quando sei al culmine della distrazione, e non guardi in faccia la vita e nessun altro. Perché pensi che tocchi a loro guardare te [...]» e invece! 

2. Con i ricordi, ogni cosa è a proprio posto 

L’«Atlante degli abiti smessi»…  è tante cose insieme.

(1) Un deposito d’esperienza, «il regno dei vestiti»  da consegnare a Corinne perch’Ella impari il modo d’usarli, i vestiti come l’esperienza, correggendone i difetti, valorizzandoli sul corpo. E’ l’intendimento d’ogni genitore verso i figli, ma forse è un gesto superfluo, consolatorio o riparatore, sostanzialmente inutile perché l’esperienza non è esportabile e ciascuno deve fare la propria, con il relativo carico di errori e omissioni.

(2) Oppure è il ripostiglio dei ricordi, la scala dei pensieri, «stai attenta, quando cammini, a dove metti i pensieri [...] quando sali i pensieri a due a due per arrivare prima al ricordo originario, quello più bello da conservare».

Non ha importanza che quei vestiti siano appesi sulla gruccia nell’armadio o poggiati alla spalliera d’una poltrona, allo schienale d’una sedia, quei vestiti sono comunque dentro di te come i ricordi, sono il tempus acti che rimpiangi, che ti suscita tristezza, un tuffo d’anima, comunque nostalgia, oppure rammarico per ciò che è avvenuto allora o ciò che non hai fatto accadere… Con i ricordi, ogni cosa è a proprio posto, tu «oggi» e loro «ieri». 

(3) Oppure, ancora, quell’atlante è un’altra cosa, «voce per voce, questo armadio sembra l’indice della mia vita». Ma allora è un’altra cosa, è un ri-passo, una ri-visitazione; se quei vestiti li re-indossi sganciandoli dalla gruccia in armadio o sollevandoli dalla spalliera della poltrona, essi sono  te e loro insieme, oggi come fosse allora, sono anime ombre fantasmi.

Vedi, la vita è un’altra cosa, altra dall’esperienza, altra dai ricordi, l’una e gli altri dentro di te. La vita no, è fuori di te, ha un’anima, sì, anzi ne ha tante di anime, di fronte ad essa sei tu che devi prendere l’iniziativa – per l’appunto, gli abiti, li devi re-indossare – poiché essa ti passa accanto senza dir nulla, quasi senza accorgersi di te, come un treno che è indifferente al passeggero e sul quale puoi salire o che vedi passare avanti invano… 

3. Il «sentimento del tempo», oggi come se fosse allora

Se tu invece prendi l’iniziativa, se corri, spintoni, ti fai largo, riesci infine a salire… se gli abiti li reindossi… allora sì, la vita la rivivi, rivedi oggi come se fosse allora il «sentimento del tempo», la luce di un’aurora come «proiezione dell’alba», «le statue per la strada [...] una luna atletica che si è arrampicata sul lucernario di fronte [oppure] un caffè d’orzo».

Rivedi (cioè indossi): «Vestiti che ti fanno cadere le braccia [...]. Vestiti che non stanno con le maniche a posto [...]. Vestiti dalla voce allegra [...]. Vestiti che ti guardano con gli occhi dei cani [...].

Vestiti del travestimento [quando] ci si veste da amici, per rimorso, perché hai dimenticato, o per orgoglio, perché non hai dimenticato»…

… e ancora: «Vestiti che hai paura a rimettere perché quel giorno sei stata così felice [...]. Vestiti con qualche cicatrice, un orlo allungato [...] un bottone spostato [...] l’orma del vecchio [...] una piega rifatta [...] una toppa truccata [...]. Taglia di netto il filo – raccomanda Eleonora alla figlia Corinne (ma è come lo dicesse a se stessa!) – [...]. Le cicatrici che si riaprono trascinano anche gli altri punti, e tutto si sfilaccia. Rinforza l’ultimo e chiudi [...]. L’ho imparato adesso, mentre guarivo». 

4. Oltre l’esistente, nell’universo del reale

«L’ho imparato adesso, mentre guarivo [...]. Mi fa bene essere qui, ogni giorno ho un passato più nuovo».  Chapeau! Non solo il futuro è aperto, per riprendere un vecchio aforisma, ma è lo stesso vissuto ad arricchirsi di luci, ombre, colori, sfumature e d’altro fin’allora quasi inimmaginabile e comunque inimmaginato.  Eleonora rielabora la propria esistenza.

A Parigi Eleonora è tornata «per rinascere [...] per rincominciarmi [...] per trovare di meglio». Lungo il corso – si tratti della rive gauche oppure à droit de la Seine lungo rue des rosiers al Marais – Ella incrocia uomini e cose, anime ombre «fantasmi», «non solo miei [...] non solo tristi». 

-«Perché sei tornata a Parigi?», Le chiede la coinquilina del quarto piano, la signora Bouger, ch’è diventata Brigitte da quando hanno stretto confidenza. Brigitte si dà la risposta: -«Per trovare te stessa, immagino».

Eleonora, di rimando: -«Questo no. Dopo tanta fatica spero proprio di trovare di meglio [...] Mi fa bene essere qui, ogni giorno ho un passato più nuovo»!

5. Ouvroir de littérature potentielle…

Raymond Queneau

… ovvero Laboratorio d’una narrativa altra, d’una vita altra rispetto all’esistente; sono tanti gli esistenti nell’universo del possibile«Trovare di meglio», forse solo un’altra storia, quella ancora non scritta, seppur la pagina sia tutta ancora davanti a ciascuno di noi (oltre che ad Eleonora) ed è ancora tutta bianca e attende invece d’essere segnata piuttosto che lasciata bianca.

Eleonora attraversa il giardino dei sentieri che si biforcano e inizia finalmente a incamminarsi ed è come il viaggiatore in una notte d’inverno [che] senza temere il vento e la vertigine guarda

Italo Calvino e Jorge Luis Borges

in basso sporgendosi dalla costa scoscesa dove l’ombra s’addensa e tenta finalmente di conoscerla, di ri-conoscerla quell’ombra…  Sceglie il sentiero, ne sceglie uno dei due e si scommette, supera la paura del vento e della vertigine e si scommette ancora e in questa scommessa c’è l’altra vita.

Fra gli sguardi scambiati e gli incroci degli occhi, uno d’essi s’ha da scegliere, bene… ma presto, prima che sia troppo tardi, perché non accada – come ad Eleonora, rivisitando l’armadio degli «abiti smessi» nel tempo – che qualcun’altra debba ripetere: «Vestiti che hai paura a rimettere, perché quel giorno sei stata così felice. E non vuoi rovinare il ricordo»! 

6. Brahms e «i dintorni della vita»

Risuona Brahms nell’Atlante di Elvira Seminara o capita d’incrociare con Eleonora la statua di Chopin, ti pare di correre – sei sulle variazioni della terza sinfonia o dell’opera 23 - corri in sogno, segui un’immagine, la insegui, esplori «i dintorni della vita», la vanità degli alberi «a fare la ruota con le foglie aperte [...] una grande lanterna in ottone, insufficiente a illuminare [...] ma ampiamente suggestiva», lo spreco di felicità «lasciata scorrere  quando abbondava, senza frenarla, raccoglierla, filtrarla [...] le gelosie, e le ossessioni indecorose [...]. I ricordi si aggirano tutto il giorno per casa [...] si nascondono fra le tende» e ce n’è uno lì sopra, in alto, ti passa accanto e neppure lo vedi ma lo conosci, corre davanti a te e tu, su quella scala ancora, «sali i pensieri a due a due, per arrivare prima al ricordo originario. Quello più bello da conservare»…

Ti pare di svegliarti da un lungo sonno e vedi contorni, linee d’astrazione mentale, riconosci il bandolo da cui scorre la matassa…  

Eleonora-protagonista-dell’Atlante chiude il ciclo, la Trilogia di Elvira Seminara. E’ uscita dal tunnel della nevrosi, dalla tragicità ossessiva de L’indecenza (Mondadori, 2008), ha ricomposto l’unità perduta di Coscienza… Ricordate Coscienza, la protagonista di Scusate la polvere (nottetempo, 2011)? La chiamavano Cosce, Scienza o Enza, cioè sensualità, intelligenza oppure semplicemente donna casalinga. Eleonora, invece, vuole trovare qualcosa «di meglio» – oltre l’esistente – e ha imparato a ricomporre il passato, ne trova, ogni giorno di più, un frammento «più nuovo». 

Ti dicono Freud ma pensi a Jung, ti dicono Schopenhauer o Bergson ma ritrovi piuttosto Woody Allen e la sua Manhattan anni Settanta, ancora suggestioni, fantasie, emozioni e un po’ d’ironia; finalmente hai appreso ch’è inutile girare intorno alla rotonda, non c’è conclusione, «non abbiamo fine – chiude Eleonora la lettera alla figlia Corinne – ma solo trama, svolgimento», nel romanzo come nella vita… Solo work in progress, oltre l’esistente nell’universo sconfinato del possibile. 

(2a e ultima parte)

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