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Archivio Aprile 2016

La Liberazione e dintorni per due innamorati del ’40

Ci sono ricordi che sono nella nostra memoria anche se quegli avvenimenti non li abbiamo vissuti. Scrive mia Madre nel suo Diario: «[…] a noi ragazzi del ’40, non restavano che pochi ricordi, mentre a quell’età i ricordi si sarebbero dovuti costruire […]».

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Il 25 aprile del ’45 mio Padre era prigioniero ad Oran, in Algeria, s’era consegnato agli Alleati dopo lo sbarco in Sicilia.

A Cannizzaro nel ’42

Qualche anno prima era stato distaccato con la sua Compagnia a Cannizzaro, adesso comandante, mentre s’approssimava la fine del ’42 e tirava aria brutta. Ma la vita d’ogni giorno per gli altri aspetti continuava….

A Cannizzaro, Mamma…

– s’erano già sposati il 31 ottobre del ’42. In quel giorno in casa Leanza ai Quattro Canti di Catania, tutto è predisposto con impronta di cura e d’affetto, «dai fiori all’altare al bouffé con i dolci, al pranzo di nozze», di cui «regista discreta», annota mia Madre, fu «mamma Giovanna» [la mamma di Papà] «la donna fra le più dignitose e  schive che abbia mai conosciuto». Celebra il matrimonio il p. Antonio Leanza s.j., fratello di nonna Giovanna. Quindici persone, in tutto, oltre gli sposi!

… a Cannizzaro, Mamma si reca spesso a trovarLo, in incognito, clandestina – come noto ai militari era proibito avere con sé persone della famiglia – sistemandosi nella stessa dependance occupata da Papà, in due camere attigue alla Sua concesse dalla complice padrona di casa. Era, per tutti gli altri, una giovane misteriosa signora la quale, in compagnia d’altra più anziana signora, in quella residenza d’aria di mare, forse incinta, veniva a trascorrere di tanto in tanto qualche giorno…

«Quella clandestinità – scrive Mamma – ci divertiva come un gioco, e un gioco diventava la domenica, all’uscita dalla chiesa, il suo impeccabile saluto e il mio più contegnoso: “Buon giorno Tenente!”. Le nostre passeggiate le facevamo di notte, dopo il suo ultimo giro d’ispezione, intorno all’una e mezza, le due. Ci inoltravamo per la strada che da Cannizzaro porta a Catania, o più spesso lui prendeva la bicicletta, io saltavo in canna, e per stradine giungevamo alla spiaggia: quegli scogli… sanno di noi» .

Dal fronte orientale intanto non giungono buone nuove, si dice della ritirata del nostro corpo di spedizione sul medio Don… La disfatta è prossima (dicembre del ’42) e non più solo nell’aria, è nelle cose. Eppure nonostante tutto la vita continua dove e come può, nei modi e nelle forme possibili, la vita continua senz’altro anche per «quei ragazzi del ’40» che per tanti versi non sono più giovani ma conservano speranza e simulano spensieratezza o forse se la trovano ancora dentro, la spensieratezza, nonostante tutto…

Una di queste occasioni è la notte di Capodanno del ’42, la festa che viene organizzata per gli ufficiali italiani e tedeschi nella villa del cavaliere M. ad Ognina. C’è un’atmosfera che vuole essere di spensieratezza e di speranza e in questa atmosfera quasi surreale che avvolge i miei genitori, essi sono ancora due giovani amanti che tali resteranno per la gran parte della loro vita.

Nella villa del cavaliere M., fra gli altri ufficiali tedeschi, c‘è un Tenente, alto biondo, occhi azzurri, proprio come un teutonico, si chiamava Albert, il quale, oltre che teutonico nelle sembianze del volto, nel colore della pelle, nel fisico slanciato, era giovane e un po’ spaesato, lo  sguardo buono… Nessuno si sarebbe certo chiesto del destino di Lui – con lo sbarco in Sicilia delle forze anglo-americane, lo sfaldamento del regio esercito, l’armistizio, lo sbandamento delle truppe… la voglia di dimenticare – se non fosse accaduto, qualche anno addietro, che la proprietaria della dependance di papà a Cannizzaro – Angela T. d’Acireale – non ci avesse raccontato d’averlo rivisto, tanti anni dopo la guerra, in viaggio d’amarcord nei luoghi della giovinezza, della guerra, un po’ meno teutonico, un po’ meno spaesato, un po’ meno slanciato…

Lo sbarco degli Alleati in Sicilia 

La gravidanza di Mamma procede parallelamente agli eventi di guerra del ’43, a Stalingrado capitolano le forze tedesche… fra il 9 e 10 luglio sbarcano gli alleati in Sicilia a Licata, tra Gela e Scoglitti e tra Pachino e Siracusa. Il momento è dei più drammatici… le truppe italiane e quelle tedesche sono allo sbando. Le forze alleate avanzano.

Mia Madre diventa Mamma il 18 luglio… «Lui [mio Padre] arrivò inaspettato la notte […] stette pochissimo. La sua ormai [Cannizzaro] era zona d’operazione […]». Sotto una pioggia di bombe cadono due soldati della sua Compagnia… 

Papà ripiega con la sua Compagnia… La Sicilia viene occupata in 39 giorni, dopo la resa di Palermo (22 luglio) è la volta di  Catania (5 agosto) e Messina (17 agosto). Per l’esercito italiano in Sicilia la sconfitta non ha alternativa, è già finita la tragedia e la disfatta è compiuta.

Gli Alleati entrano pure ad Aci Catena… Pianse mio Nonno dietro le persiane semichiuse sul piano Umberto, quando gli alleati entrarono ad Aci Catena… E a loro che requisivano alloggi per le truppe, la Casa Grande fu interdetta dalla sua autoritàRipiegarono così sulla campagna di Pisano… (prima l’avevano fatto pure i tedeschi) e il Nonno dovette cedere!

Papà scioglie di fatto la Compagnia… – «ritornare a casa o consegnarsi agli inglesi!» – Lui stesso indeciso su ciò che deve fare… a Stazzo indossa gli abiti civili che gli fornisce O. P. ma quell’immagine di «disertore» che Egli vede riflessa su se stesso dopo avere dismesso la divisa d’ufficiale non lo soddisfa… decide allora di consegnarsi agli alleati come si consegna… – ingenuamente! – da ufficiale ma in abiti civili, esponendosi in tal modo al sarcasmo pungente penetrante prolungato dell’ufficiale inglese che lo prende in consegna… «… allora Lei è un disertore!».

La prigionia a Oran

Quanto forte sarà – anche per il successivo atteggiamento verso Papà durante la prigionia (luglio-agosto ’43-dicembre ’45), prolungatasi oltre il necessario! –  il risentimento di Papà contro gli inglesi!

Di Lui comunque allora non s’hanno nuove… se non che gli ufficiali italiani, presi prigionieri o consegnatisi, sono stati imbarcati da Priolo su nave britannica verso  Casablanca (?)… La notizia viene portata da un suo compagno, P. B., che ha invece preso la decisione di ritornare a casa… Poi s’ha notizia che una nave inglese con prigionieri in rotta verso l’Algeria è stata affondata dai tedeschi… L’incertezza, estenuante, si prolunga per mesi e mesi in un’ansia crescente fino all’angoscia, sino a quando a gennaio del ’44 arriva la prima lettera… S’accende finalmente di nuovo la speranza.

La prigionia è dura per Papà e per gli altri ufficiali che, come Papà, oppongono agli inglesi «un fermo rifiuto alla richiesta di collaborazione». Accetterà invece C. C. al quale pertanto viene revocato anzitempo lo stato di prigioniero e concesso d’imbarcarsi per la Sicilia… Quando giunse ad Aci Catena (nell’estate del ‘44) C. C. consegnò a mia Madre il braccialetto d’argento – il braccialetto d’Oran – acquistato proprio ad Oran al contrabbando da Papà e ch’Ella da allora ha sempre portato al polso e porta ancora…

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Papà fa ritorno a casa nel dicembre del ’45. Non ha mai raccontato alcunché ai figli della Sua esperienza di guerra e di prigionia… né mai ebbe a soffrire del mal d’Africa. 

Nadia Terranova racconta la storia di Bruno Schulz

Bruno, il bambino che imparò a volare di Nadia Terranova, il 19 aprile 2016 al Café Katzung, Herzog-Friedrich-Straße 16, Innsbruck. 

«I grandi non sono che bambini sopravvissuti».

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Chi ricorda Bruno Schulz? Chi l’ha conosciuto, bambino «incerto e impacciato per la grossa testa»? Da grande divenne giornalista, disegnatore, scrittore, tradusse Il processo di Kafka, amò Józefina. S’accorse d’essere ebreo e che questo, e non la sua testa abnorme, faceva la differenza. Fu assassinato dai nazisti.

Ci sono momenti in cui l’osservazione del mondo diventa meraviglia che incanta, come avviene quando si è sospinti dall’ansia della conoscenza, come avviene di fronte alle metamorfosi della natura nel volto di un bambino che insegue un uccello e impara a volare.

Ci sono momenti di nicchia di fronte alla stupidità volgare.

Uno di questi momenti è suscitato da Nadia Terranova, giovane e originale personalità della narrativa italiana, che dedica a Bruno. Il bambino che imparò a volare (ed. Orecchio Acerbo, 2012) un testo suggestivo e incantato, corredato di illustrazioni di inconsueto pregio espressivo, che danno figura al racconto della vita di Bruno.  

In realtà, nella forma di una narrazione per ragazzi, Nadia Terranova e Ofra Amit, la disegnatrice israeliana che con quelle illustrazioni dà immagini al testo, propongono una rilettura della Shoah; la propongono attraverso la storia di Bruno, secondo uno stilema narrativo che ha la laevitas ponderata quasi a reggere un equilibrio perfetto come quello dell’universo, misurata per penetrare l’anima del mondo, l’età mutevole d’ogni lettore.  

Bruno Schulz, Autoritratto

Hillary Clinton all'esposizione di opere di Bruno Schultz al Museo della Memoria di Israele (2009)

La storia è quella di Bruno Schulz (Drohobycz, 1892-1942), un bambino «dalla testa grossa con una matita in mano», ebreo polacco. Ce lo presenta Nadia con frasi brevi e parole semplici che hanno la densità agile d’un saggio e la leggerezza fitta d’una poesia. Nadia interroga David Grossman il quale commenta la morte di Bruno, di cui l’Autrice scrive: «Forse uno dei tanti massacri di ebrei, forse una ripicca tra gerarchi». Racconta che uno di questi dice all’altro:

B. Schulz, Una bambina e i suoi nani

«ho ucciso il tuo ebreo». E l’altro, di

David Grossman

rimando: «e io ho ucciso il tuo». Un gioco incomprensibile, assurdo, demente. Commenta Grossman: «Anche se la conversazione fosse pura invenzione, essa è sostanzialmente fedele a una qualche ironica e tragica verità riguardante l’uomo Bruno Schulz, il suo senso di estraneità esistenziale». 

Bruno – «più kafkiano di Kafka» – disegnò illustrazioni fantastiche, scrisse articoli, racconti, saggi, due romanzi:

Le botteghe color cannella e Il sanatorio all’insegna della clessidra. Il terzo, Il Messia, è andato perduto.

Con la sua cifra creativa ha imparato a volare nei cieli magici della fantasia.

Anche il «Bruno» di Nadia Terranova ha volato e continuerà a volare, contribuendo a proiettare sui mari della memoria l’ombra di quel bambino dalla testa grossa con una matita in mano.