Archivio

Archivio Maggio 2016

NADIA TERRANOVA: «Gli anni al contrario» e il nocchiero delle nuvole

Racconto di Mara, la bambina

Dopo diversi libri di «narrativa per ragazzi», Nadia Terranova, giovane scrittrice e protagonista della vita letteraria di questo Paese, ha scritto il suo primo romanzo con target adulto – «Gli anni al contrario» (Einaudi, 2015) – che è il racconto di due «ragazzi innamorati», Aurora e Giovanni, e della loro «picciridda»Mara, coinvolti – tutti e tre – ciascuno a modo proprio, in quella fase tragica della storia nazionale che furono gli anni di piombo.

«Erano anni in cui due ragazzi innamorati giocavano a fare i grandi, senza mai diventare adulti. Erano gli anni Settanta. Anni al contrario. La storia di un uomo e di una donna che si amano, ma sono incapaci di sopravvivere all’utopia di un mondo da salvare. Soprattutto, sono incapaci di salvarsi».

In libreria già dallo scorso anno, il libro – con favore dei lettori e interesse della critica – ha collezionato premi e riconoscimenti, dal «Grotte della Gurfa» al «Brancati-Zafferana», dal «Fiesole under 40» al «Bagutta opera prima» (gennaio 2016), ed è stato presente per l’Italia al XXIII Festival internazionale del libro di Budapest (aprile 2016).

Planare sulle cose senza macigni nel cuore

Quando incontri Nadia Terranova, la sensazione che t’attraversa è la freschezza della persona, che non è giovanilismo intellettualistico quale spesso si incrocia, talora presuntuoso, invadente, comunque fastidioso. Quella di Nadia è una freschezza tout court, senza aggettivi, un modo d’essere senza orpelli, una naturalezza essenziale, che avverti mentre le parli e che si rispecchia nell’esperienza letteraria.

E’ una laevitas alla maniera di Italo Calvino, un modo d’essere nell’approccio a cose, persone, avvenimenti, planando su di loro senza macigni nel cuore come plana un velivolo che s’è liberato d’ogni peso, come Perseo che si sostiene su ciò che vi è di più leggero, i venti e le nuvole. 

Questa discreta sospensione dell’essere e dello scrivere è la chiave d’accesso di Nadia Terranova alla «narrativa per ragazzi» dove Ella si cimenta con registri linguistici ed assi tematici idonei ad attrarre la loro attenzione vibrandone le corde tese, condividendone l’inquieta curiosità e i turbamenti, conquistandone fantasia e fiducia.

La scrittrice, infatti, vi s’accosta tralasciando la rima didattica o didascalica – si tratti dell’insegnamento d’arte, di storia o d’altro oppure della morale della favola – rimanendo in tal modo, se non estranea, di certo defilata rispetto al paradigma del naso di Pinocchio che s’allunga s’egli dice bugie o alla descrizione d’un allevamento di bachi da seta e simili.

Nadia sceglie un altro ruolo ch’è quello d’accostarsi come compagna, adolescente accanto agli adolescenti, d’inoltrarsi nei labirinti dell’elaborazione fantastica verso la scoperta -  lenta curiosa inquieta - della vita. E scoprendola – la vita di questi ragazzi che crescono – in fondo Ella scopre anche la propria. «Meno male che esistono certi lettori – dice – anche questa volta ho imparato qualcosa».

Ali spiegate d’un sognatore insistente

Abile nella scrittura, come un abile nocchiero riesce a tener salda la nave e ferma la rotta. La sua è una narrazione lineare, una scrittura essenziale; la prima non lascia spazio a digressioni retoriche, la seconda a ridondanze enfatiche.  

Ella attraversa il «vorticoso incrocio» delle correnti adolescenziali con l’impalpabilità come delle nuvole in alto come fossero ali spiegate d’un sognatore insistente. D’un sognatore che – come gli stormi di rondini intravedendo l’orizzonte – insiste a sorreggere, come sorregge, l’insostenibile leggerezza dell’essere contro l’ineluttabile pesantezza del vivere

Siciliana d’uno dei tanti mancati capoluoghi isolani, della «città dei due mari» – Messina – Ella porta con sé il background ventoso che, nel percorso del lungomare sullo Stretto, s’insinuava a poco a poco nella sua anima di bambina,  modellandone pure la forma mentis e favorendone lo sguardo verso la punta dello Stivale quando «il ponentino s’era portato via le nuvole» e l’aria rinfrescata, ripulita della foschia, diventava limpida, trasparente. 

Di questo sfondo di nuvole vento mare, Nadia porta nella sua «scrittura per ragazzi» tutti gli odori come quelli delle alghe, i rumori come quelli delle onde, i sapori come quelli della polvere che s’alza da terra, e tutte quante – nuvole alghe onde polvere – si trasformano nella sua fantasia e diventano racconto, favola, trama o forse meglio narrazione: la polvere inquietante sollevata da «corse illegali di cavalli e combattimenti clandestini di cani» o l’«odore di viaggio e di cose straniere, [...] occhi enormi e lucidi che sapevano ridere perché avevano pianto molto»; le alghe che avvolgono il vaso di rame giallo nella rete del vecchio pescatore; o le «nuvole che cadono per terra stropicciate come fango»

Un bambino insegue un uccello e impara a volare

D’altra parte, la laevitas, la freschezza della fantasia, la linearità della narrazione, l’essenzialità della scrittura non sono di ostacolo alla profondità che lascia il segno, come il peso della farfalla la quale poggiandosi, impalpabile come le nuvole, sulla spalla del cacciatore solitario ne raggiunge il cuore come un pugno chiuso.

E’ avvenuto con «Bruno, il bambino che imparò a volare» (2012), il testo suggestivo e incantato che Nadia Terranova dedica alla vita di Bruno, bambino polacco di origine ebrea «dalla testa grossa e una matita in mano [che] incerto e impacciato per la grossa testa» con quella matita in mano riuscì a volare alto. 

Da grande divenne giornalista, tradusse Il processo di Kafka, disegnò illustrazioni fantastiche, scrisse articoli, racconti, saggi, romanzi, amò Józefina.

S’accorse d’essere ebreo e che questo, e non la sua testa abnorme, faceva la differenza. Venne assassinato dai nazisti. Scrive Nadia: «Forse uno dei tanti massacri di ebrei, forse una ripicca tra gerarchi». Racconta che uno di questi dice all’altro: «[...] ho ucciso il tuo ebreo». E l’altro, di rimando: «[...] e io ho ucciso il tuo». Un gioco incomprensibile, assurdo, demente. 

Nella consueta forma d’un racconto per ragazzi, Nadia Terranova  propone – ai ragazzi ma non solo – una lettura o rilettura della Shoah raccontando la storia di Bruno Schulz (Drohobycz, 1892-1942) con la densità agile d’un saggio e la leggerezza fitta d’una poesia, fra l’incanto nel volto di un bambino che insegue un uccello e impara a volare e lo sgomento per la tragicità cui è esposto il destino d’un uomo quando «le nuvole cadute per terra» vi rimangono «stropicciate come fango». 

Un momento di nicchia di fronte alla diffusa stupidità volgare, un racconto destinato a penetrare l’età mutevole d’ogni lettore, le menti innocenti dei ragazzi e quelle accorte degli adulti, grazie a una tessitura linguistica e narrativa che – come nel Piccolo principe o nell’Amica inventata di Saint-Exupéry – sollecita la curiosità e l’interesse degli uni e degli altri. 

 Le «nuvole» e il nocchiero di dentro

Vedete, c’è un titolo di Nadia Terranova, il titolo d’un suo libro – «Le nuvole per terra» (2015) – che può essere assunto come paradigma di lettura della sua scrittura.

Che cosa sono le nuvole?

Le nuvole sono come l’indistinto, ciò che impedisce al nocchiero di dentro ancora inesperto di tenere salda la nave e ferma la rotta; sono ciò che di dentro non ha ancora assunto sembianza, forma, colore, sapore, e che si schiude a poco a poco come «l’odore della terra scura che si mescola a quello d’un profumo [...] che conosco bene [ma di cui so] che manca ancora un tassello».

Sono le nebbie non ancora diradate della vita che s’apre a una speranza di cui non si conosce ancora l’oggetto, alla gioia di cui non si conosce ancora la ragione. Sono il silenzio di fronte a domande senza risposte, a turbamenti inquietanti senza perché, a metamorfosi  repentine della natura a partire dal proprio corpo. E che cosa succede quando un ragazzo chiede che cos’è l’amore e l’adulto non sa spiegarlo perché forse non lo sa neppure lui?

*   *   *

«Rebbi è una ragazzina di tredici anni, alle prese con i primi problemi tipici dell’adolescenza, riguardanti la scuola, gli amici e i genitori.

Un giorno Rebbi viene a sapere dal padre che sua madre ha un amante. In casa hanno inizio litigi, urla e incomprensioni e Rebbi più di una volta si ritrova a pensare che “Non era male essere piccola”, anche se all’epoca non se ne rendeva conto e non vedeva l’ora di crescere. Se solo si potesse tornare indietro.  

Questa nostalgia mista a paura è il sentimento che accomuna Rebbi ai suoi migliori amici: Giulio alle prese con genitori divorziati, Maura una “finta bulla” in difficoltà a gestire il dolore per la perdita di sua cugina e Loris, stravagante e affascinante musicista: non solo compagni di scherzi ma veri e propri alleati nell’avventura di crescere e diventare grandi».

*   *   * 

E «nell’avventura di crescere e diventare grandi», succede che quelle nuvole – speranze, gioie, risposte, turbamenti, metamorfosi… – te «le ritrovi sgomento davanti, cadute e stropicciate come fango» perché hai superato la linea gialla, il confine fra realtà e sogno, e tutto appare ormai irrecuperabile, irrimediabilmente perduto fino a quando… fino a quando sei tu stesso a raccoglierle, sollevarle dalla terra, quelle nuvole cadute, ripulirle, curarle, ricomporle, lasciarle andare perché tornino lì da dove sono partite – intercapedine fra terra e cielo, fra terra fangosa e cielo minaccioso – affinché tu possa continuare a osservarle e osservandole – speranze, gioie, risposte, turbamenti, metamorfosi… – comprendere ch’esse sono la straziante e al contempo meravigliosa bellezza del creato.

Mara ovvero la poesia delle nuvole

Anche la vicenda di questo primo romanzo di Nadia Terranova con target adulto – «Gli anni al contrario» – risponde al descritto paradigma della sua narrativa per ragazzi, ultima strofa della poesia delle nuvole ch’Ella ha composto in questi anni osservando gli adolescenti (o press’a poco) che crescono. 

Se infatti Aurora e Giovanni - quei «ragazzi innamorati che giocavano a fare i grandi, senza mai diventare adulti [...], incapaci di sopravvivere all’utopia di un mondo da salvare, soprattutto incapaci di salvare se stessi» - sono gli attori comprimari del romanzoprotagonista d’esso al di là delle apparenze è ancora una volta (come in tutti gli altri libri di Nadia Terranova) un’adolescente, la loro figlia Mara.

La quale nasceva nel 1978 all’indomani del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro a Roma e dell’assassinio di Peppino Impastato a Cinisi e – quando la storia del romanzo si conclude alla vigilia della caduta del muro di Berlino (1989) – concludeva appena l’undicesimo anno d’età.

La storia di Aurora e Giovanni – dall’infanzia scomoda per entrambi nelle rispettive famiglie d’origine fino all’intreccio di passioni progetti sconfitte slanci cadute, fino all’epilogo drammatico e per certi versi tragico – è raccontata, filtrata attraverso gli occhi di Mara che ricorda l’Università dei genitori, il loro matrimonio, l’assenza di suo padre quand’ella nacque, la sua protesta ai litigi col ritardo nel parlare… 

Ci sono ricordi infatti – ha scritto qualcuno – che sono nella nostra memoria anche se quegli avvenimenti non li abbiamo vissuti. E poi ci sono quelli che abbiamo vissuto e sono nella nostra mente ma di cui non abbiamo coscienza e riaffiorano nei sogni incompresi, nelle angosce impreviste, nelle gioie improvvise. E ancora ci sono quelli che sono tutti interi dentro di noi, nella mente nella coscienza nella memoria e che, illudendoci di poter gettar via, invece a tratti dispettosi riemergono.

Ed è ciò che avviene a Mara – «il mio alter ego», dichiara Nadia Terranova – accorgendosi che già a un mese dalla sua nascita «niente andava come doveva andare» fra Aurora e Giovanni. «Nessuno dei due nominò mai le Brigate Rosse [...]. Mara sapeva che i suoi genitori non si parlavano più, ma poteva permettersi il lusso infantile di ignorarlo [...] come se le vicissitudini dei suoi genitori, e di suo padre in particolare, avessero smesso di riguardarla [...]. A volte sembrava capire quello che accadeva [...]. Per gli altri era già orfana, per lei la vita era appena cominciata [...]. Ma per la prima volta suo padre le sembrò stanco e vecchissimo [...] si chiuse nella sua stanza e ricominciò a giocare come se niente fosse».

Le nuvole «cadute e stropicciate come fango» Nadia infine le ha raccolte sollevandole dalla terra, curate, ricomposte, risospinte a tornare lì da dove sono partite – intercapedine fra terra e cielo, fra terra fangosa e cielo minaccioso – per continuare a osservarle e, osservandole, accompagnarsi a loro – finalmente nocchiero della propria vita – avendo finalmente compreso la straziante e al contempo meravigliosa bellezza del creato.

Categorie:Cultura Tag: