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Archivio Novembre 2016

Cinque citazioni a incastro alternato: la verità e il sonno

Un sonno profondo, insensibile e sordo 

(1) «La mia indipendenza, che è la mia forza, implica la solitudine, che è la mia debolezza» (P.P. Pasolini).

«[...]  I vecchi diventano strani animali [...] scontrosi, intolleranti, a volte impauriti dalla solitudine che hanno voluto loro stessi e che tornano a difendere quando è minacciata. E’ stata durante una di queste brevi crisi che vi ho invitati a venire qui questa sera. [...] Voi mi avete svegliato, bruscamente, da un sonno che era profondo, insensibile e sordo come la morte [...]» (da “Gruppo di famiglia in un interno” di L. Visconti, 1974).

Le parole

(2) «Se alcune vite formano un cerchio perfetto, altre assumono delle forme che non possiamo prevedere né comprendere appieno, il dolore è stato parte integrante del mio percorso, ma mi ha fatto capire che niente è più prezioso di un grande amore per il quale sarò sempre grata alla vita [...]» (dal film “Le parole che non ti ho detto” di Luis Mandoki). 

«[...] Il giorno in cui la signora Bromonte venne da me – dice il professore ai suoi familiari eletti – a chiedermi di affittarle l’appartamento, io rifiutai. Avevo paura della vicinanza di gente che non conoscevo, che avrebbe potuto disturbarmi. Tutto invece è stato molto peggio di quanto potessi immaginare. Se mai sono esistiti inquilini impossibili io credo che siano toccati a me [...] » (L. Visconti, cit.).

Imagine

(3) «[...] Vabbé… adesso ti do uno schiaffo io e mettiamo tutte le cose a posto [...] ma tu non guardarmi in questo modo [...]» (dal film “La famiglia” di Ettore Scola).

«[...] Ma poi mi sono trovato a pensare […] che avrebbero potuto essere la mia famiglia, riuscita o meno, diversa da me fino allo spasimo, e siccome amo questa sciagurata famiglia vorrei fare qualcosa per lei come lei senza rendersene conto ha fatto per me (L. Visconti, cit.)

E invece niente

(4) Dopo cena inizia a parlare, dice che l’uomo è come la città, con i suoi ingorghi e i suoi silenzi, le periferie e il centro, i suoi monumenti, e con tutto ciò che fa di una città una città, con le sue ossessioni il chiaro e lo scuro, la panchina d’una piazza dov’era seduta, le conversazioni, la pietra, e il ricordo si fa vivo e stringente, e se sei ancora in tempo non farlo, per lo meno fino a quando le mie forze reggeranno su quella bici se la terrai e se non la terrai sarà la stessa cosa perché, forse, hai ragione tu, non sono necessari gli oggetti, basta la nostra mente, l’eco d’una conversazione la rilettura d’una una lettura una mano che ti sorregga, lui che mi rimprovera e mi viene di piangere e ruoto insensatamente il telefonino perché non voglio piangere ma sorridere…

…« [...] Ma quando ti viene quella voglia di piangere pazzesca, che proprio ti strizza tutto, che non la riesci a fermare, allora non c’è verso di spiaccicare una sola parola, non esce più niente, ti torna tutto indietro, tutto dentro, ingoiato da quei dannati singhiozzi, naufragato nel silenzio di quelle stupide lacrime. Maledizione. Con tutto quello che uno vorrebbe dire… E invece niente, non esce fuori niente. Si può essere fatti peggio di così? [...]» (Alessandro Baricco, “Castelli di rabbia”).

«[...] C’è uno scrittore del quale tengo i libri in camera mia e che rileggo continuamente. Racconta di un inquilino che un giorno s’insedia nell’appartamento sopra al suo. Lo scrittore lo sente muoversi, camminare, aggirarsi; poi tutto a un tratto sparisce e per lungo tempo c’è solo il silenzio. Ma all’improvviso ritorna. In seguito le sue assenze si fanno più rare e la sua presenza più costante: è la morte, la coscienza di essere giunto al termine della sua vita, che gli si è annunciata in uno dei suoi innumerevoli quanto ingannevoli travestimenti [...]» (L. Visconti, cit.)

Una verità qualunque

(5) «Quello che m’inebriò quando tornai a Parigi, nel settembre del 1929, fu innanzitutto la mia libertà. La sognavo dall’infanzia… E ora, finalmente, ero libera: ad ogni gesto che compivo, mi meravigliavo… Essere soli davanti a un foglio di carta permette, mentre si parla all’altro, di parlare a se stessi, di cercare e di trovare la verità. Per ottenere una verità qualunque, bisogna che la ricavi tramite l’altro. L’altro è indispensabile all’esistenza come alla conoscenza» (Simone de Beauvoir e Jean-Paul Sartre).

«[...] La vostra presenza qui sopra ha significato il contrario per me e non credo di essere caduto in un inganno. Voi mi avete svegliato, bruscamente, da un sonno che era profondo, insensibile e sordo come la morte [...]» (L. Visconti, cit.).

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Presidenziali Usa: Donald Trump e la sovranità popolare

Non è impraticabile – e forse è anche opportuna – un’analisi del voto presidenziale americano che mantenga ferma, nonostante tutto, la fiducia di razionalità politica che, con l’elezione di Donald Trump, sembrerebbe contraddetta.

Secondo tali analisi, la politica avrebbe, un meccanismo interno di autoregolazione – come il mercato, secondo i liberisti – capace di metabolizzare, assorbire e in definitiva orientare tendenze verbalmente espresse in termini di trasgressività, anti-politica, anti-sistema etc. etc. che sarebbero, quindi, riconducibili nel volgere della “prassi politica” (quanto meno in parte), entro alvei tradizionali di buona politica ed amministrazione. E’ accaduto in passato (non

Slovacchia, il premier Robert Fico

sempre, ma è accaduto), accadrà in futuro, ci si augura, peraltro in un sistema politico e in una democrazia come quelli statunitensi.

Il punto, tuttavia, a mio avviso, è un altro. Ed è il rischio delle democrazie in genere (di quelle più fragili, in particolare, come quella italiana, ma non solo), esposte a recepire assorbire e infine modellarsi su un linguaggio – struttura del pensiero

Maclenburgo, la leader dei populisti Frauke Petry

politico, elaborazione culturale (e in-culturale), manifestazione del pensiero a 140 caratteri, agire politico etc. etc. – contraddittorio, spesso inconcludente, abrasivo, permeabile alle tendenze, anche le più basse, delle «masse» (il politico che pensa, se pensa, e adatta il proprio pensiero al mutamento dei sondaggi!), etc. etc.

Austria, il leader populista Norbert Hofer

Torniamo in America. L’America di oggi – nella sua massima espressione – parla il linguaggio di Orban o simili, nella forma semantica più volgare (e non è solo questione di forma!) e al di là delle strategie politiche (di dx o sx) che si vogliano legittimamente perseguire.

Il punto statunitense – che ha determinato la vittoria di Trump – è forse, com’è stato scritto, anche quello dell’impoverimento della classe media o forse meglio della paura dell’impoverimento, anche a causa delle politiche di Obama di redistribuzione del reddito. E’ di certo legittimo – a seconda dei punti di vista e con l’attenzione dell’osservatore – programmare un cambio di rotta, tuttavia… Tuttavia, senza

Ungheria, il premier Victor Orban

sollecitare odi sociali o paure apocalittiche ma solo nell’onestà e coerenza intellettuale di un pensiero politico il quale ritenga più opportuna «nell’interesse generale» una maggiore liberalizzazione del sistema (come hanno fatto Reagan, Thatcher e lo stesso Bill Clinton).

Vignetta di Ellekappa su Repubblica

In politica estera, l’alternativa isolazionismo-interventismo Usa è stata un’altra delle frontiere del Nuovo Mondo, a volte (l’interventismo) di positivo impatto mondiale (si pensi alla seconda guerra mondiale nella lotta europea contro il nazismo) a volte con minore successo o pessima gestione (penso, seppure nella specificità di ciascuno di tali eventi, al Vietnam, ma anche all’Afghanistan o alla Libia)…

Nel concludere, intanto, questa breve e perplessa nota, esprimo due osservazioni:

(1) il mondo delle idee è oggi fragile (a dir poco), lo è per tanti motivi che andrebbero approfonditi, il cui esito comunque è stato quello di avere aperto la porta della politica a tanti voltagabbana, carenti di cultura, cultura politica, pensiero e pensiero politico, disinteresse al rispetto della cosa pubblica, sensibilità etica (senz’altra aggettivazione!), etica! 

(2) la condivisione di «perplessità democratiche» maturate in questi anni dall’osservazione dell’agire politico contemporaneo, conduce a pensare che la democrazia novecentesca sia anch’essa al declino. Lo è da tempo, come eterogenesi dei fini di quel magnifico evento che fu l’abbattimento del Muro di Berlino. La degenerazione del «pensiero unico», che da quell’evento trasse spunto e vigore, ha travolto l’idea stessa della democrazia liberale nata dalla Rivoluzione francese e dai suoi principi fondamentali – liberté, egalité, fraternité – i quali hanno cessato di essere fondamento e componenti dei sistemi democratici come da quella data si sono andati sviluppando.

La democrazia – nel nuovo contesto globalizzato che ha annullato (per certi aspetti) tempo e spazio – va ripensata a partire da alcuni strumenti ormai invecchiati, per lo meno nella loro forma originaria. Ne cito, esemplificativamente, due: diritto di elettorato attivo e passivo, sovranità popolare. Non per limitarli ma per valorizzarli al meglio, per modificarne l’esercizio nelle mutate condizioni sociali, culturali, strutturali… cioè «quando il sistema rappresentativo diventa “cattivo conduttore della volontà generale”» (Il disincanto della democrazia, Zygmunt Bauman ed Ezio Mauro, Babel, 2015). 

Tornando all’America. Condividiamo – con la forza della volontà, piuttosto che con la logica della ragione – la speranza che Trump faccia ancor più grande, come promette, questo grande Paese, perché da lì in fondo parte il futuro di tutti noi, «periferia dell’Impero», di un impero che è auspicabile possa continuare ad essere esempio e presidio di democrazia. Tuttavia, è vero, come scrive Ezio Mauro (la Repubblica, 10 novembre 2016), «abbiamo un dovere drammatico nei confronti della democrazia, dopo aver toccato con mano quant’è fragile, così esposta come non è mai stata».

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MARCO MAGNANI: «Sindona» ovvero dell’Italia sporca

Spregiudicatezza morale

«Per puntare in alto non solo in Italia», soprattutto per raggiungerlo, è talora necessaria una buona dose di «spregiudicatezza morale», come scrive Marco Magnani – economista, dal 1982 in Banca d’Italia – nel saggio “Sindona. Biografia degli anni Settanta” (Einaudi).

La spregiudicatezza morale, inoltre, non è da sola sufficiente. Per raggiungere «l’alto» occorre qualcosa di più, la «capacità relazionale», si tratti dell’amministrazione d’un condominio o della presidenza d’un comitato d’affari, fino al vertice delle istituzioni.

Avviene non solo nelle società corrotte, ma pure in quelle facilmente permeabili all’azione d’intense relazioni, siano esse d’amicizia, di parentela, d’interessi di vario tipo. A volte gli anticorpi funzionano, a volte; spesso tardivamente.

 Nel contesto del «capitalismo relazionale»

La vicenda di Michele Sindona è al riguardo paradigmatica, fra indifferenze incomprensioni e connivenze nel fango del fenomeno delinquenziale che Egli espresse dal 1960 – quando «coronò il suo sogno: divenne banchiere con l’acquisto della Bpf (Banca privata Finanziaria), una piccola, esclusiva banca milanese» – al 1974, anno in cui «le sue banche falliscono in Italia e negli Stati Uniti».

Fu abile nella scalata, egregiamente descritta da Magnani nel contesto del «capitalismo relazionale», del miracolo economico prima e della crisi finanziaria dopo.

Nel 1968 – col sostegno di Paul Marcinkus, arcivescovo tristemente noto, prossimo ai vertici dello Ior – Sindona era diventato «il finanziere del Vaticano, che comportava immensi vantaggi» anche in termini di credibilità internazionale. Con Roberto Calvi – banchiere egli pure tristemente noto nelle vicende criminali finanziarie – Sindona «fece molti soldi a cavallo del 1970».

Mafia e poteri forti

Ugo La Malfa con Aldo Moro

Sindona intreccia «stabili rapporti con esponenti democristiani di primissimo piano […] è personaggio fondamentale nell’evoluzione dei rapporti tra mafia e finanza, vicino alla fazione di Cosa Nostra guidata da Bontate e Inzerillo collegata con Gambino e i fratelli Spatola: la cosiddetta ‘terza mafia’». Membro autorevole della P2 di Licio Gelli, riesce a neutralizzare diffidenze e sospetti nei suoi confronti, come quelli, per esempio, di Ugo La Malfa il quale – suo «principale avversario» – dovette dimettersi (1974) da ministro del Tesoro nel IV governo Rumor «per contrasti con i socialisti sulla politica economica» nelle cui maglie larghe Sindona sapeva accreditarsi e introdursi. 

Mario Sarcinelli, vice-direttore generale Bankitalia (1976-1981)

Paolo Baffi, Governatore Bankitalia (1975-1979)

Altri suoi avversari, ricorda Magnani, che ne compresero l’attitudine criminale, pagarono cara questa consapevolezza, come Paolo Baffi, Governatore della Banca d’Italia, e Mario Sarcinelli, vice-direttore generale, banchieri centrali stimati in Italia e all’estero. Colpiti il 24 marzo 1979 con l’accusa d’interesse privato in atti d’ufficio e favoreggiamento personale, verranno

Emanuele Macaluso con Enrico Berlinguer

assolti due anni dopo. 

Un’attitudine criminale, quella di Sindona, che fu sottovalutata pure dal Pci, come ebbe a riconoscere anni dopo Emanuele Macaluso, noto dirigente comunista siciliano.

 Giorgio Ambrosoli, «un eroe borghese»

In fondo la vicenda personale di Sindona, fiscalista siciliano approdato a Milano, interessa poco o nulla. Quella pubblica è repellente, nel durante e dopo. Anche, e forse ancora di più, dopo il crollo: fra nascondimenti, simulazioni, finti sequestri, falsi attentati e, infine, l’assassinio di Giorgio Ambrosoli (Milano, 17 ottobre 1933 – 11 luglio 1979).

L’avv. Giorgio Ambrosoli, nominato (1974) liquidatore del crack Sindona, verrà assassinato, dopo vani tentativi di corruzione esercitati nei suoi confronti, intimidazioni, minacce perché scagionasse Sindona. Ambrosoli non cedette, «eroe borghese» (secondo l’ottima definizione di Corrado Stajano). Fu assassinato poiché – a dispetto del rischio, noto, che Egli correva – non gli venne accordata alcuna protezione da parte dello Stato, emarginato «nell’isolamento più totale, assoluto».

Inoltre. «Ai funerali di Ambrosoli non partecipò alcun rappresentante delle istituzioni, a eccezione dei magistrati incaricati delle indagini sul dissesto, Ovidio Urbisci e Guido Viola, e del governatore della Banca d’Italia Baffi. A Sindona sarà poi inflitto il carcere a vita quale mandante dell’omicidio di Ambrosoli».

Uno spaccato – questo denso e puntuale saggio di Magnani – dell’Italia sporca di allora. Solo di allora?