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Il canto, la chitarra, la campagna, le cicale per quel di Fossadacqua

Il canto la chitarra la campagna le cicale

[Prova d'autore]. Il Nostro era nato e cresciuto nella primitività originaria della natura di Scordia ch’Egli s’era modellata alla sua maniera – il canto la chitarra la campagna le cicale – col corredo secondario d‘un adagio gaudente e col beneficio d’una suggestione che l’accompagnerà per lungo tempo… E non è che, indifferente, indolente, finanche apatico com’era, avesse tanta voglia di matrimonio e di responsabilità che potesse sgorgargli da quella giocosità (invero ambigua) del carattere ch’Egli aveva coltivata e ch’era stata per Lui foriera, più che di voglia di vivere, di “desiderio d’indolenza”. 

[Desiderio d’indolenza! No! Non vuol essere un giudizio di morbosità veritativa postuma né gratuita irriverente cattiveria esercitata in memoriam…].

Vuol dire trascrizione dell’esistenza d’un bambino che cresce con l’abbandono al silenzio che ti penetra e ti parla quando sei bambino come il Nostro a quei tempi di Scordia e sei disteso, il capo appena sollevato da terra da una pietra che l’accoglie, i fasci di luce lunare che ti colpiscono mentre due cicale friniscono e tu che sei bambino come il Nostro sai già, a differenza d’altri bambini, di che si tratta e della sensualità che v’è impressa, in quel suono, e sai che quelle due cicale vivranno quella sola estate e non raggiungeranno l’autunno prossimo, lo sai perché te l’ha detto la Natura quando riesci a conoscerla e penetrarla e riesci a parlare con lei, come aveva appreso a fare il Nostro, seguendo “solitario” i fratelli maggiori alla scoperta della natura e della libertà dell’essere nelle notti allunate, durante il giorno spesso occupato ad aspettare, attraversando “solitario” sotto i raggi infuocati i viottoli della sua terra segnati dalla cura di suo Padre, mentre lui, il Nostro, l’attendeva, il Padre, solcando quei viottoli, inseguendo la lucertola che gli tagliava il passo e che riusciva a fuggire impaurita o incrociando un serpente che gli strisciava lesto davanti scappando al rumore dei suoi passi, ma il Nostro non lo vedeva come raccapricciante perch’Egli sa che è solo una di quelle piccole serpi, bisce d’acqua, che non fanno male e non ti mordono…).

Il frumento  ondeggiava al soffio d’aria, all’alito di vento…

Poi, «… quando torna Papà?» chiedeva a sua Madre, e Lei di rimando «… tornerà, tornerà» ma non diceva quando e così i giorni passavano senza ch’Egli avesse nulla da fare, senza ch’Egli avesse voglia d’alcunché da fare né d’alcuno con cui discorrere che non fossero i suoi fratelli, che però Egli spesso vedeva allontanarsi mentre proseguiva da solo, quando divenne un po’ più grande, lungo i viottoli della campagna, capace d’avventurarsi nell’ascolto della cicala, nell’attraversamento del campo di grano quando il frumento era già alto e ondeggiava al soffio d’aria, all’alito di vento…

Poi un giorno s’alzava, di buon mattino come sempre, come voleva «mamma Santuzza», e dirigendosi svogliato nella sala della colazione d’improvviso i suoi occhi… gli occhi gli si illuminavano alla vista del Padre ch’era già seduto al suo posto nel tavolo ovale che li accoglieva tutti e cinque, marmellate, miele pane e tazze che si riempivano di latte ch’era stato appena munto dalle mammelle delle mucche, quindi fatto bollire, e che veniva adesso versato da boccali in terracotta, il pane fresco era già pronto ma la mattina s’aveva a consumare quello del giorno prima…

E allora, alla vista del Padre, il Nostro sentiva rinvigorirsi l’animo ancor prima del corpo, aspettando con trepidazione di tuffarsi con lui nel gruppo fra contadini col capo coperto di cappelli di paglia e contadine le cui chiome lunghe erano scomparse, raccolte sotto l’ampio fazzoletto abilmente annodato dietro la nuca, tutti quanti attesi al lavoro del campo di grano sotto il sole di luglio – «… un raccolto che manca… », diceva suo Padre, «… ed è fame per tutti» – e osservava il falcetto per la mietitura, l’uso che se ne faceva e l’accortezza di chi l’usava, qualcuna di loro aveva la mano fasciata, non tutta, solo il pollice e l’indice di quella sinistra con la quale afferrava le spighe destinate al taglio del falcetto impugnato con l’altra mano…                    

 All’acqua!

Poi alla sera, con un carro, raccoglievano i covoni e li trasportavano sull’aia dove sarebbe avvenuta la trebbiatura –  le trebbiatrici a vapore, ch’erano costose, suo Padre non se le poteva permettere e venivano noleggiate da fuori e occorreva far presto per pagare il meno possibile  – e poi la sera, stanco, sfiancato, di ritorno tutt’insieme, contadini e contadine, il Nostro s’aggrappava alla coscia robusta, muscolosa, resistente di suo Padre che non era di troppe parole né d’espansione e che Gli poneva teneramente la mano sulla testa proseguendo celermente subito dopo con una scoppola e un ordine: «All’acqua!».

Il Nostro sapeva ch’era l’ultimo, perché i suoi fratelli maggiori l’avevano preceduto, profittavano dell’età per tuffarsi prima di lui nell’acqua per la pulizia ch’era il sistema per terminar di lavorare prima e scansare l’ultima fatica, mentr’Egli, contento, aspettava proprio quel momento invece per restare da solo con suo Padre, coglierne il calore della mano che gli sfiorava i capelli, attenderne l’ordine – «All’acqua!» – e tutto questo senza la concorrenza prevaricante dei fratelli, che lo prevaricavano, lo anticipavano, lo strattonavano, in fondo loro erano più efficienti di lui che ancora non aveva forza adeguata alla fatica e al peso anche se si impegnava e correva su e giù, e cercava di far prima degli altri a trasportare più covoni ch’era possibile trasportare… aspettando un soffio d’aria, un alito di vento che allontanasse la paglia e facilitasse la caduta del chicco di grano in discesa repentina come un peso di piombo verso il centro del corso dell’aia…

Diceva, suo Padre, che presto sarebbe arrivata una mietitrice meccanica, che sarebbe stata trainata da cavalli o da buoi… e sarebbe stato un gran risparmio, di lavoro e di tempo… un buon profitto!

 Una domenica speciale

La domenica s’andava a messa, ma non era la messa popolosa del mezzogiorno e neppure quella d’élite del pomeriggio, la domenica era un giorno di riposo, ma per gli altri, perché invece il Nostro e tutta la famiglia avevano una levata ad ora mattutina anche la domenica, e quando tutti loro giungevano nella Chiesa di San Rocco, era la prima messa – che d’inverno non c’era ancora luce – quella recitata per i confratelli che vi risiedevano, non v’era altri con cui condividere il ritmo dell’incomprensibile liturgia, la lettura evangelica, il salmo, la teoria della recita eucaristica…  Gliel’aveva sentito dire al parroco: «donna Santa, a missa e va bonu, macari ca cumunione si vuliti, ma nun c’ha ghiessere nuddu ca vi vidi». 

Poi, un giorno, che aveva otto anni, quel giorno in Chiesa giunsero più tardi del solito, circa le otto del mattino, ma non era domenica, era di sabato e la messa non era di precetto, ma era una ricorrenza speciale per suo Padre e sua Madre, gliel’aveva detto suo Padre; quella mattina non c’erano solo loro in Chiesa, c’erano altri e altri due signori, l’uno era Rocco l’altro Nicola che poi a un certo punto s’alzarono dalla panca avvicinandosi all’altare, al prete che celebrava, don Sebastiano Salvo, e si chinarono a firmare un gran quaderno… e lui, il Nostro, ci stava male con quella cravatta che gli stringeva il collo e lui non c’era abituato; non capiva poi perché suo Padre e sua Madre giuravano di fare le cose che già facevano a casa, amarsi e rispettarsi, e che l’Uomo è il capo della famiglia com’era suo Padre che comandava i contadini e le contadine ma poi…

Poi, quando Papà andava via, era sua Madre che comandava contadini e contadine e dava le paghe e il Nostro chiedeva a sua Madre «… quando torna Papà»; Lei gli rispondeva «… tornerà, tornerà», il tono era dolce ma non era incerto, anzi rassicurante e lui, il Nostro, in fondo se n’era accorto più o meno – Gli sarà chiaro più tardi – che novantanove su cento, le famiglie sono lo specchio della donna che le dirige…, e si chiedeva chi fosse veramente il Capo della famiglia… suo Padre o sua Madre?

E questa cosa non gli andava proprio giù perché lui era l’Uomo come suo Padre e quando anche lui avrebbe avuto una donna bella come sua Madre – ma lui, si chiedeva, l’avrebbe mai avuta una donna bella come sua Madre? – allora sarebbe stato lui a comandare, in campagna come a casa, come suo Padre comandava i contadini e le contadine che s’annodavano i capelli e si fasciavano il pollice e l’indice… sarebbe stato lui a comandare «come la cicala, ch’è “la cicala-lui” che canta il suo suono», gli spiegava suo fratello il maggiore, «il canto della femmina manco s’avverte, “lui” frinisce e “lei” lo sceglie perché quel canto le è entrato dentro e non può più farne a meno»…

Come faceva suo Padre che di ritorno a casa la sera in testa ai suoi contadini e alle sue contadine che Lo seguivano dopo il lavoro ai campi lanciava un fischio, ma non era un fischio, era come l’assolo d’un musicista che riusciva a far vibrare l’aria, era come una melodia ch’Egli era capace di suonare col movimento delle labbra appena pronunciato…


 

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