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Archivio Giugno 2017

MARIA GRECO, Il signor F. è morto in treno e altri racconti (Robin, 2017)

Sentinella, quanto rimane della notte?» 

Un libro inusuale, questo di Maria Greco, altamente godibile, nell’ottima edizione della Biblioteca del Vascello, Robin Edizioni (Torino, 2017), che si giova delle breve prefazione in risvolto di copertina di Elvira Seminara.

Ci troviamo di fonte ad un libro inusuale, per lo meno inusuale rispetto a quelli – senza nulla togliere – in  cui di norma ci imbattiamo; una raccolta di racconti, sono sette, in cui umorismo  e surrealismo, ironia e sarcasmo sono la forma di trame inedite, inusuali anch’esse.

I personaggi che lo frequentano, ancorché si tratti d’un piccolo libro, poco più di cento pagine, sono tuttavia idonei a trasmettere un’idea, a comunicare emozioni, a risvegliare tensioni sopite, ricordi spenti, altro che abbiamo rimosso dentro noi stessi: dai compagni di viaggio nello stesso compartimento del signor F. inopportunamente deceduto in treno, all’ideal-tipo d’un senatore della Repubblica, ch’è tutto proteso [sic!] all’interesse della collettività; dalla signora G. che s’attarda su frustrazioni ancestrali tramutandole in ipocondria, a due donne mitiche, Alcesti ed Euridice, la cui presenza – ancorché, loro, mitologiche – risponde a domande alle quali ancora neppure la contemporaneità ha saputo dare risposte. E poi, insieme ad altri, c’è lui, Nando. Fra i tanti c’è Nando, il calzolaio lettore, che è un tipo particolare, irrequieto, ma d’una irrequietezza che ispira tenerezza, adagio, …ci arriveremo.

I personaggi sono di varia natura ed esprimono differente tipologia umana; i racconti, come si conviene a raccolte di tal tipo, sono autonomi l’uno dall’altro, ma gli uni e gli altri – personaggi e racconti – sono forniti d’una logica d’insieme e di coerenza interna, legati – pur nella loro diversità – da un’idea di fondo che li attraversa e li accomuna.

«Sentinella, quanto rimane della notte?» La sentinella risponde: «Viene il mattino, e poi anche la notte» (Isaia, 21, 11-12)

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Se ne differenzia, dagli altri, questo piccolo libretto, sia sotto il profilo formale, possiamo dire per il registro linguistico, sia sotto il profilo dei contenuti, possiamo dire per il contesto narrativo.

Del registro linguistico: l’umorismo, la satira, la mimesi

In via preliminare, può osservarsi che il libro è tutto sviluppato nel solco dell’umorismo, nel senso cioè che l’Autrice tende a risum movere, cioè, sorridendo Ella stessa, conduce il lettore a sorridere di fronte alle varie situazioni raccontate.

Poi il sorriso di volta in volta si trasforma, sul volto come nell’anima; si presenta sotto differenti forme, varia d’intensità a seconda delle circostanze; si fa ora amaro (come in “Alcesti” che torna alla luce dagli Inferi ritrovando un marito che non la merita), ora rassegnato (come in “Ravanello”), ora  sarcastico (come in “Ritratto di un Senatore ideale”.)

Ne sono esempio alcune brevi espressioni dell’Autrice: (1) l’esclamazione: «beata la politica», a proposito dell’ideal-tipo del Senatore della Repubblica (un’esclamazione che appare irridente – come in Gogol – rispetto a una società sussiegosa o autoreferenziale, cinica, corrotta); (2) oppure, la «risata fragorosa lunga liberatoria» d’una moglie al cospetto delle «lacrime velenose e delle frasi stucchevoli» d’uno sposo indecente, «pusillanime»…

Credo di non azzardare tanto se ravviso in questo libretto una sufficiente dose di satira, laddove l’ironia – cioè il sorriso a danno degli altri – si fa pesante e sfocia nel sarcasmo (e lo fa, Maria Greco, seppure con lo stile leggero e sobrio di cui è capace).

Per addentrarci ancora sul terreno linguistico-formale. Questo libro è diverso anche perché diverso ne è l’impianto logico-discorsivo; il linguaggio – nell’uso che ne fanno i protagonisti (secondo la tecnica della narrazione mimetica, di cui diremo) – non è colto e neppure ha la compiutezza di quello scritto; si avvicina più a quello parlato, e ancor di più a quello pensato e, come il pensiero, esso si presenta libero da vincoli strutturali, mettendo spesso tra parentesi la consecutio logico-grammaticale.

Di modo che, poi, si viene a creare una felice congiunzione fra la forma linguistica semplice, immediata, contratta, mimetica, da una parte, e, dall’altra, temi, suggestioni e rimandi colti – da Balzac a Maupassant, da Hugo a Gogol, da Camus a Montale – che giungono a ritroso fino all’Olimpo e agli Inferi: il tutto – anche nel rimando mitologico – con riferimento alla contemporaneità, una per tutte la questione femminile evocata dalle figure mitiche di Alcesti ed Euridice, o meglio, più che questione femminile, la relazione fra l’aspettativa femminile e la risposta sociale (e pure individuale), spesso inadeguata. 

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Abbiamo detto di narrazione mimetica o, come usa pure, “illusione scenica”, cui spesso Maria Greco ricorre quando affida il racconto – piuttosto che a se stessa, cioè al narratore (esterno alla vicenda) – al dialogo tra i protagonisti della vicenda stessa (come avviene nel teatro che ne è rappresentazione esemplare). 

Del contesto narrativo: la quotidiana follia e l’identità 

E’ un libro diverso, questo di Maria Greco, pure per il contesto narrativo. Anche qui una premessa: una delle caratteristiche di questo libro è che esso spesso presenta situazioni dell’agire quotidiano, ma d’un quotidiano per lo più qualificato dall’ordinaria follia, follia quotidiana, di quelle situazioni cioè i cui protagonisti siedono raramente nei lettini dello psicanalista e che potremmo paragonare ai riflessi scombinati d’un caleidoscopio i cui specchietti interni (che sono non riconoscibili) sono impazziti.

Nel racconto L’ipocondria, una donna, la signora G. – alla quale il medico, dopo tutti gli accertamenti possibili eseguiti, dice «[...] da quest’ultimo esame non emerge nulla, tutto a posto» -  ascolta e accoglie questa diagnosi di buona salute  come una «sentenza di condanna a morte». E conforme è la sua reazione: emotiva, rabbiosa, isterica, quasi violenta. Vedrete, leggendo il racconto, che poi le cose sono più complicate di quanto non appaia, ma valga allo stato l’esemplificazione.

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Possiamo anche parlare di un contesto surreale, con la particolarità tuttavia che la narrazione si sviluppa sulla descrizione di una vicenda reale (non fantastica, quindi, né fiabesca) il cui svolgimento tuttavia è affidato a fatti eventi comportamenti che trascendono la realtà, per lo meno quella che riteniamo la realtà ordinaria, normale, secondo l’id quod plerumque accidit.

E qui l’Autrice ricorre ad alcuni espedienti letterari: (1) il paradosso, il grottesco, l’equivoco; (2) il gioco del doppio o (3) l’invenzione del sosia – elementi che si intersecano spesso nella narrazione letteraria, seppure ciascuno d’essi dotato di talune specificità:

(1) “Il signor F. è morto in treno” ma nessuno se n’accorge intanto, e da qui una serie di equivoci, per esempio il disappunto del viaggiatore ch’è appena salito in treno e che ha il posto assegnato proprio in quello dove è seduto il signor F. che è morto. Il viaggiatore insiste invano, presso il signor F. che è morto, di alzarsi per cedergli il posto. Ma invano, evidentemente…

Neppure i compagni di viaggio se ne sono accorti e s’accorgono che il signor F. è morto, per lo meno fino a un certo punto del racconto, e dopo, dopo ch’essi hanno preso coscienza del fatto, succedono altri eventi e si sovrappongono altre situazioni normalmente impensabili, e che conducono la storia nel binario d’una realtà d’ordinaria follia, fra paradosso e surrealismo… 

(2) Il gioco del doppio. Più che di una dicotomia fra il bene e il male - [esempi classici: Il signor Jekyll e Mister Hyde (R. Stevenson) come Il ritratto di Dorian Gray (O. Wilde)] - in Maria Greco  il doppio, cioè l’alternativa che travaglia l’uomo, pesa piuttosto sul piatto dell’identità (chi sono – che cosa voglio?), di pirandelliana ascendenza.

Ne è esempio il racconto del «ravanello piccante dentro il frigorifero» – in cui la protagonista vive un doppio ruolo: quella d’una bohémienne che tenta di fuggire «l’insipidezza del quotidiano», attratta dall’ambiente fantastico, creativo d’un teatro d’essai, da un lato; dall’altro, quella d’una donna che si trova a vivere nel labirinto soffocante d’una relazione di coppia  esaurita.

«Due vite insieme, senza una parola […] Cosa dirsi oramai che non sia già lì, dentro quei piatti e quel risotto […]».

In punto si gioca il tema dell’identità (chi sono? Che cosa voglio?). 

E se per Pirandello la soluzione è raggiungere come uno stato di follia, superare l’ovvio e il conformismo ovvero vivere al di fuori o al di sopra delle convenzioni sociali, sembra – a mio avviso – che la nostra Autrice preferisca la soluzione implicita nella domanda che pone José Saramago (L’uomo duplicato, 2002), una domanda retorica che è forse più inquietante poiché più inquietante ne è la risposta sottesa: “siamo sicuri di essere così unici e univoci?”.

«Sono io quella» – dice la protagonista di “Ravanello”– «Eppure è come se fosse un’altra me».

Come nello specchio, noi siamo il nostro doppio

(3) L’invenzione del sosia. Che poi è una variante del doppio. Ombra, riflesso, doppio sono tutti sinonimi, che attraversano i tempi letterari, da quello classico (Plauto, L’anfitrione) a quello romantico (Dostoevskij, Il sosia, 1846) fino al contemporaneo (Pirandello, Il fu Mattia Pascal, 1904 oppure Uno, nessuno, centomila, 1926; Calvino, Il visconte dimezzato, 1952; Saramago, L’uomo duplicato, cit.).

Nel mezzo (più o meno) di questo cammino, a un certo punto, sappiamo, è arrivato il dottor Freud che con Io-SuperIo, conscio-inconscio, coscienza-conoscenza offre a tutto questo una base di sostenibilità scientifica. Ma soprattutto ci dice della nostra duplicità (o molteplicità) identitaria. Noi siamo il nostro doppio (o molteplice).

Il sosia, il doppio, l’ombra – il sosia che porta la nostra stessa immagine e la medesima forma; il doppio di noi stessi che vediamo proiettato (sdoppiato) nello specchio; l’ombra del nostro corpo riflessa sulla strada o nel muro che costeggiamo – sono la rappresentazione, attraverso lo sdoppiamento di noi stessi, di quella molteplicità che ci accompagna nella ricerca, per l’appunto, di fuggire il quotidiano, sia esso insipido, scialbo, evanescente, oppure drammatico, infelice, ostile (“Ravanello” – “Il signor M. e lo specchio”).

Nel racconto de “Il signor M. e lo specchio”, Maria Greco dice – a mio avviso – proprio questo, la funzione al contempo rassicurante e stimolante, inquietante e onirica del nostro doppio: rassicurante perché mostra che un’altra realtà è possibile oltre l’esistente; stimolante perché ci impegna nella ricerca; inquietante perché destabilizza le certezze apparenti; onirica perché libera nel sogno e col sogno le nostre energie fantastiche.

Il signor M., infatti, rincasando la sera, si guarda allo specchio (come spesso capita a ciascuno di noi nella verifica finale di come ci siamo mantenuti durante il giorno), ma non vi vede riflessa la propria immagine né la propria ombra; entra ovviamente in crisi (una crisi di identità).

E, avviandosi come in un noir psicologico – privo dell’immagine allo specchio e dell’ombra – il signor M. comincia a fare congetture intorno alla sua identità ma non solo, intorno alla sua stessa esistenza e, come un commissario di polizia, inizia un’indagine tutta interiore – quasi al limite del paradosso… fino a quando… fino a quando lo scoprirete leggendo il libro.

Narciso e Socrate

Il discorso si amplia. Tiresia, il vate cieco “ebbe a profetizzare che Narciso sarebbe stato ‘felice’ fino a quando non avesse conosciuto se stesso” piuttosto che limitarsi a godere di se stesso come narcotizzandosi della propria immagine riflessa nell’acqua d’un laghetto. La profezia di Tiresia è l’altra faccia della nota sapienza antica iscritta nel pronao del tempio di Apollo a Delfi che fu la massima di Socrate «Conosci te stesso».

Infatti, noi sappiamo che, maggiore è la conoscenza di noi stessi, più profonda è l’insoddisfazione, l’inquietudine, la depressione, l’angoscia… che ci pervadono, nel conflitto fra ciò che si è e ciò che si vorrebbe o si potrebbe anche essere, seppure in mutate circostanze.

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In questi racconti di Maria Greco succede a taluni personaggi qualcosa di simile a ciò che succede a Narciso, cioè narcotizzarsi nella contemplazione e nel godimento d’una felicità tanto desiderata ma che è, però, solo inventata, non corrisponde ad alcuna condizione di reale benessere e risulta con l’essere inquietante, patologica, a volte pure drammatica.

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Ricordate la Signora P. – l’abbiamo già incontrata, la ricordate? Ella vuole una foto-ricordo insieme all’amica e al Signor F, che è deceduto nel suo stesso compartimento!

La Signora P. aveva deciso di «godersi la vita» con un viaggio in treno «davvero speciale», che doveva essere speciale perché così lo voleva, caparbiamente.

E il viaggio lo fa, la signora P., ed esso diventa per lei speciale – per l’appunto, con la morte del signor F. – perché in quella morte avvenuta in treno nel suo stesso compartimento Ella vede – come davanti a uno specchio inventato – il proprio desiderio d’un quid di speciale, d’«esotico», nella propria vita, per cui s’adopera a non considerarla, la morte, per quello che è, piuttosto a riconoscervi il proprio desiderio d’evasione, ridicolizzandola alla stregua d’una foto-ricordo, come se la vita (e la morte) fossero un gioco di saltimbanchi o d’animali ammaestrati, per l’appunto un momento d’«evasione dall’ordinario».

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Allo stesso modo, si specchia, il senatore ideale, nel laghetto del suo «compassato sussiego per il successo raggiunto». Gli succede una mattina che, alzandosi da letto e nell’atto di vestirsi per andare in Senato, giusto al punto d’indossare le scarpe, queste gli sfuggono di mano, saltellano, scappano, non intendono farsi indossare.

Il senatore le insegue senza riuscire ad acchiapparle!

Sicché Egli decide di andare ugualmente con qualche imbarazzo, ma anche con la sua consueta dose di cinismo, restio a comprendere che forse quell’evento surreale… sia una metafora, il rifiuto dei cittadini d’essere governati da siffatti tipi di governanti…

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Più drammatico il narcisismo della signora G. che abbiamo già incontrato, protagonista d’altro racconto (“Ipocondria”), a tal punto concentrata su se stessa da essere sopraffatta da frustrazioni ancestrali o dall’incapacità d’una relazione autentica – il rapporto col padre o col marito – se per l’appunto, come detto, avverte la diagnosi del medico – «tutto a posto» – come «una sentenza di condanna a morte». 

Il calzolaio e la bohémienne: tenero adagio e aria di vetro

E vorrei avviarmi alla conclusione. Abbiamo detto di umorismo, ironia, sarcasmo, di sorriso sorridente, triste, rassegnato, amaro… di fronte alla prosa spesso sgrammaticata della vita.

Poi c’è un altro aspetto dell’esistenza ed è pure un altro aspetto di questo piccolo libro di Maria Greco, piccolo, breve, ma denso e profondo. E’ la poesia, il verso, lo scorrere dell’esistenza ritmato su altro registro, anch’esso triste, se si vuole, ma nel cui sottofondo è possibile cogliere un adagio di tenerezza, dove le tensioni sembrano sciogliersi o quanto meno attenuarsi  lungo le correnti tranquille come d’un mare finalmente calmo.

La “Poesia” nella vita – come in questo libro – va ricercata e può essere trovata come avviene nel racconto di Nando (“Il calzolaio lettore”), che è un tipo particolare, ispira tenerezza, è uno di quelli (dei protagonisti) di questi racconti di Maria Greco che trasmette al lettore uno stato d’animo di tenero adagio. Egli è calzolaio e lettore, calzolaio di professione, lettore per passione, aspirante libraio, collezionista di libri… e anche autore d’un manoscritto, che è sgrammaticato, come lui stesso riconosce, ma che vuol pubblicare così com’è, per l’appunto sgrammaticato. Chissà che non vada lo stesso.

“I Miserabili” non l’ha ancora letto – ha letto Camus e tant’altro – perché tra scarpe da piallare e daffare familiare di marito, padre e nonno, non ne ha avuto proprio il tempo, ma si ripromette di farlo una volta che raggiunga il sospirato momento della pensione, oramai è agli sgoccioli, tre anni e poi due e poi uno … e alla fine vi giunge con un finale a sorpresa, come la sorpresa del benvenuto – “Giù il cappello” – che accoglie il cliente il quale  varca la soglia della sua bottega…

Non è che le vicende della sua vita gli siano favorevoli, ma Egli ha una filosofia della vita che forse, in qualche modo, riesce a compensarlo delle sue tante insoddisfazioni, non cade in depressione e neppure in angoscia, piuttosto in uno speciale, differente atteggiamento interiore che è quello della speranza, dell’attesa: mancano solo tre anni alla pensione, poi due poi uno… e poi ancora, non è ancora possibile realizzare il suo sogno poiché… mancano tre mesi…  

Aggiunge: «[...] mi sono preso un pomeriggio di libertà [...], metto gli ultimi libri negli scaffali, non ho ancora completato, mi siedo nella mia poltroncina in garage, mi metto a leggere… nella mia pace… mancano tre mesi […], dopo, forse, potrò riprendere I Miserabili [...]»  e poi? Poi leggerete quello che succede… 

Il Nostro Nando è immerso in un ordine di pensieri che, come il pendolo d’un orologio, oscilla fra monotonia e attesa, la monotonia del battito e l’attesa del nuovo; all’apparenza non ha e non dà pace, ma la sua è un’oscillazione che, a ben guardare oltre l’apparenza, dà sicurezza – come la sentinella di Isaia – cioè senso di ciò che rimane possibile oltre lo scorrere del tempo. Lui ripete il movimento del suo pensiero con indefettibilità, resiste – aspirante libraio, lettore e scrittore – nel labirinto di calzolaio, marito, padre e nonno. 

S’è fatto forte, come se fosse irrobustito al cammino nel sentiero della libreria da avviare, delle letture da completare, del manoscritto da pubblicare, come rassicurato infine dalla domanda e dall’attesa:  «Sentinella, quanto rimane della notte?».

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E sulla stessa linea – che se non vogliamo dire “poesia” possiamo pur evocare la suggestione dello scorrere dell’esistenza come il ritmo d’un verso o il fluire d’un ruscello – sulla stessa linea, dicevo, si muove la protagonista di “Ravanello” che s’allontana dal piatto conformismo d’ogni giorno per scegliere d’unirsi per un tratto della vita a un gruppo d’appassionati giovani teatranti, frequentandone i luoghi che somigliano a «quelle misere e romantiche pensioni in cui alloggiavano i giovani intraprendenti di Balzac e Maupassant o a quelle equivoche sale da ballo dipinte da Toulouse-Lautrec» e s’adatta a pedane scenografiche sgangherate, a vestiti di scena improvvisati, al disordine di «bauli sormontati da cento scatolini»… mentre dal tetto un po’ sconnesso penetra l’acqua che piove giù dal cielo e la bagna ed Ella non intende spostarsi da questo luogo in qualche modo rabberciato a teatro «per timore di rompere (o che si rompesse) qualcosa, un’aria di vetro»…

un’aria di vetro – è la citazione breve, appena accennata da Maria Greco, quasi timida – giusta quanto serve tuttavia per inondare di poesia  il suo nuovo scenario esistenziale nel pensiero – con il verso di Eugenio Montale Forse un mattino andando in un’aria di vetro… – (col pensiero) di lasciarsi «il nulla alle spalle, il vuoto dietro di me, con un terrore di ubriaco […] ed io me ne andrò zitto tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto». In cammino, nell’attesa – «Sentinella, quanto rimane della notte?» - che qualcun altro degli uomini si volti per accorgersi del nulla alle spalle, del vuoto dentro se stesso…


 

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