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Archivio Luglio 2017

«Venti dicembre duemilaundici»… e le stelle stanno a guardare: i «sei panorami» di Ivo Celeschi

Il Cosmo, la luna, le stelle di Ivo Celeschi 

Scrive Ivo Celeschi: «Amiamo i panorami perché sono lontani. Prima ci amiamo, poi ci guardiamo da vicino e capiamo che non avevamo capito. Come il Cosmo, la luna la sua luce, il brillio delle stelle. Ci siamo andati, continueremo ad andarci e abbiamo visto da vicino: pietre, silenzio, penombra, deserti, vulcani spenti, morte. Il Cosmo è quello che resta dopo il niente che è stato. Rassegnarsi al panorama, è sottrarsi alla vita.

In questo deserto di stelle ci siamo solo noi, possono cercare quanto vogliono troveranno solo deserti e silenzio. Siamo tutto il male e tutto il bene dell’Universo. “E le stelle stanno a guardare”. Guardano, come guardano le pietre, brillano e basta» (post su facebook del 17 aprile 2016).

Il Cosmo, la luna, le stelle di Tomasi di Lampedusa

«Tre anni di fuoco, trenta di cenere», diceva don Fabrizio  Corbera, principe di Salina, cioè (come scrive Ivo Celeschi) tutto, dopo l’amore apparente, talora consumato, è «pietra, silenzio, penombra, deserto, vulcani spenti, morte».

«Don Fabrizio [...] salì una lunga scaletta e sboccò nella grande luce azzurra dell’Osservatorio. [...] Il panorama ostentava ogni cosa [...] priva di peso: il mare, in fondo, era una macchia di puro colore, le montagne [...] ammassi di vapori sul punto di dissolversi [...]. Il sole [...] violento e sfacciato, [...] narcotizzante anche, [...] annullava le volontà singole e manteneva ogni cosa in una immobilità servile, cullata in sogni violenti, in violenze che partecipavano all’arbitrarietà dei sogni».

E questo è l’universo che conosciamo, ove ogni cosa sembra priva di peso, la quotidianità cristallizzata dall’inerzia, dalla paura, dall’abitudine; il misero palcoscenico, spoglio e muto; l’alba che si dissolve nel tramonto con l’annebbiamento della memoria, con lo smarrimento del linguaggio emotivo… 

Poi, però, penso che nei dintorni dell’uomo ci sia qualcos’altro e che sia diverso dal cosmo scientifico, filosofico o teologico, penso che ci sia un cosmo dello spirito, ed è un altro universo. Lo chiamerei l’universo del possibile, il quale non è retto da leggi costanti  siano esse fisiche, matematiche, logiche morali  ma dalla complessità variabile e multiforme dei panorami che sono dentro di noi, spesso sconosciuti… 

Musica del futuro e l’ombra di mille foglie

E dentro di noi ci sono tante cose, certamente quelle che richiama Ivo Celeschi – «pietre, silenzio, penombra, deserti, vulcani spenti, morte» – e che delineano panorami desolanti,  in-differenza, «[...] l’ovatta colorata sugli occhi [...]. Ti si è già fatto buio davanti e non riesci a leggere fino in fondo questa riga [...] perché sei andata e sei tornata e per tutto ciò che di te non so queste mie esili sillabe sono troppo poco – o troppo come mille foglie che non fanno ombra o ne fanno troppa» (H.M. Enzensberger).  

Poi, se t‘addentri alla ricerca d’altro dentro te stesso, trovi le stesse cose - «pietre, silenzio, penombra, deserti, vulcani spenti, morte» - ma dicono altro, dicono che il Cosmo ha anche bellezze inesplorate che fanno la differenza, lì dove l’altro lo riconosci ed è un panorama “altro”.

In fondo, è quello che dice Celeschi: «[...] tutto il male e tutto il bene dell’Universo mentre “le stelle stanno a guardare”».

Il deserto inquieto di quiete

(1) Trovi il «deserto». Ma non è solo sconsolata solitudine, è pure rifugio, ricerca ancorché inquieta di quiete; devi compiere solo un attraversamento, una navigazione dentro te stesso, liberare l’immaginazione, rivolgere uno sguardo al mondo che gira col mappamondo che ruota, come avviene nel web, il mappamondo dell’era informatica che moltiplica le percezioni cognitive, produce nuove forme di conoscenza, rapporti inediti col mondo esterno.

Il mondo gira col mappamondo che ruota, scorrono terre rigogliose e popolate oppure lande aride e solitarie, estati tropicali e primavere boreali, dame e cavalieri, avventurieri ed esploratori, missionari e mercanti, musicisti e aviatori, sognatori e insonni, poeti e filosofi. Non puoi esercitarvi alcuna volontà di potenza, occorrerebbe fermare il mappamondo. Se lo lasci ruotare si amplificano gli spazi della coscienza, come la sfolgorante fantasia nei giochi dei bambini.

«Il deserto cresce guai a colui che favorisce i deserti» (F. Nietzsche). «Ci salutiamo e ognuno di noi si gira e va a infilarsi nella folla di sconosciuti che avvolge tutti gli addii. E ora penso… devo smettere di perdere persone» (E. De Luca). 

La penombra ovvero il bistrot di colori

(2) Trovi la «penombra» e t’accorgi ch’essa ti protegge dall’abbaglio insensato ma non impedisce lo sguardo agevolandone l’immaginario che prende forma, diventa reale e modifica l’esistente, secondo l’utopia del buon-luogo per cui «niente al mondo di ciò che possibile diverrebbe reale se non si tentasse continuamente l’impossibile».

Non è impossibile ma è reale. Navigando lungo rotte sfumate d’accecanti luminosità potrai vedere oggi da terra «la stella lucentissima sparita dal cielo un milione di anni fa» (W. Allen, Manhattan, 1979) o mietere un raccolto sovrabbondante nonostante l’apparente leggerezza dei semi o riscoprire il preludio esistenziale, si tratti del notturno romantico ovvero del realismo magico degli anni Venti o dell’intimismo decadente dei Novanta oppure d’un bistrot d’inaspettati colori.

La pietra sfatata

3) Trovi la «pietra». E se l’avvicini si mostra in-sensibile e in-differente, richiesta in conversazione, si sottrae.

«Busso alla porta della pietra» – racconta Wislawa Szymborska –  «sono io, fammi entrare. Voglio venirti dentro, dare un’occhiata, respirarti come l’aria. Non posso attendere duemila secoli. Vattene – dice la pietra – non ho porta, sono ermeticamente chiusa».

Accade, tuttavia, ch’essa - come sul punto della metamorfosi del magma - si trasformi, diventi un’altra cosa. Così trasformata, essa - sfatando la leggenda - si fa pietra viventesi predispone alla conversazione, complice gentile – adagiata, modellata, scolpita –  pronta adesso ad assecondare la richiesta che l’avvolge, accondiscendente alla mano dell’uomo che la coglie e, raccogliendola, ne rivela le trame nascoste.

Il silenzio e la chiave

(4) Trovi il «silenzio» che è forma dell’essenziale, unica e irripetibile complicità e che non richiede parole che – quando non siano vane – sono spesso improprie, inadeguate, senz’altro inadeguate a dire…  A volte la pagina è bianca e tale deve rimanere e, quando non lo è, succede che si sciolga alla pioggia o si sbricioli nell’immondizia, qualcuno l’ha detto: 

«Quella che hai giusto in mano è pagina quasi bianca, ma non del tutto, non esiste bianco totale [...], assorbe tutto, orrori, contraddizioni, sogni, angosce, trucchi, lacrime, brame, [...] finché il tutto s’ammolla nella pioggia, si sbriciola nell’immondizia [...]. Forse soltanto se è della qualità migliore… – ove poi meglio di tutto è forse ciò che nessuno vi ha scritto [...] resiste, mille anni forse, o solo un minuto ancora» (H.M. Enzensberger).

Là dove il testo è indecifrabile, occorre fermarsi, sospendere il movimento, deporre la chiave perché ogni abuso della parola o d’altro segno viola l’inviolabilità dell’essere e ne rompe la sospensione, magica oppure tragica, quand’esso – il testo – s’occulta nel silenzio, nel non-detto, nell’invisibile.

I vulcani spenti e le notti bianche

(5-6) Sì, ci sono pure «vulcani spenti», giganti maligni oramai innocui, e quelli che si spengono a poco a poco quando sopravanza l’altro silenzio, l’ostentata vitalità dell’esistenza, la vita pullulante nei circoli, nelle discoteche, nei salotti dove un noioso conversare e ridere riunisce in apparente solidarietà persone fors’anche più estranee di quelle incontrate per le vie. L’altro silenzio: quello che allontana il momento di dire il non-detto. C’è la morte, infine, che salva l’uomo quando tutto s’è esaurito. Poi, caro Ivo, hai ragione: “Rassegnarsi al panorama è sottrarsi alla vita”.

Dedicato a Nasten’ka: «[...] io vorrei farti dormire, ma come i personaggi delle favole, che dormono per svegliarsi solo il giorno in cui saranno felici. Ma succederà così anche a te. Un giorno tu ti sveglierai e vedrai una bella giornata. Ci sarà il sole, e tutto sarà nuovo, cambiato, limpido. Quello che prima ti sembrava impossibile diventerà semplice, normale. Non ci credi? Io sono sicuro. E presto. Anche domani» (F. Dostoevskij).

Infatti (l’ho già scritto da qualche altra parte):  succede – non sempre ma succede – che ricompare da qualche parte la luce dopo la notte, la primavera dopo l’inverno. Mi capita d’accendere il lettore, Ella Fitzgerald intona Summertime: dopo, in tempo d’estate, la vita è facile. Venti dicembre duemilaundici. À très bientôt.

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