Archivio

Archivio Ottobre 2017

ROBERTA GALLEGO, “Gli occhi del Salar” ovvero dell’imperfezione dell’umana natura

Un thriller inquietante

Roberta Gallego, è magistrato a Belluno; le biografie ce la descrivono impegnata in molteplici attività. Oltre che sostituto procuratore della Repubblica, Ella è mamma, lettrice appassionata in particolare di gialli, scrittrice. Di libri ne ha scritto quattro: Quota 33 (2013), il libro d’esordio, Doppia ombra (2014), Il sonno della cicala (2014)  e, l’ultimo, Gli occhi del Salar (2016), tutti con l’editrice TEA, Gruppo editoriale Mauri Spagnol. 

Sono thriller, diciamo intanto per non essere difficili, e in via di prima d’approssimazione, una specie di giallo, con i classici ingredienti: il misfatto il mistero l’enigma l’indagine la soluzione.

Vedremo come qui – ne Gli occhi del Salar - è tutto più complesso. Accanto ai consueti ingredienti del giallo classico, c’è una cifra nella narrativa di Roberta Gallego che richiama il  genere noir e «il noir – è stato scritto – si distingue per la marcata componente sociologica, per la caratterizzazione ambientale, che diventa la vera protagonista della storia [...]. Se il giallo classico è rassicurante (il caso si risolve sempre in maniera felice e tutto torna come prima), il noir colpisce e destabilizza il lettore».  Racconta aspetti oscuri d’una comunità, lasciando aperto il romanzo con interrogativi che rimangono in parte sospesi, insoluti, consegnati alla riflessione ulteriore del lettore.

Intanto, presentando la scrittrice, Ella è stata vincitrice (con Doppia Ombra) del premio “La Provincia in Giallo”, un premio del Rotary Club Cairoli di Pavia che intende mettere in luce «testi di narrativa i quali appartengano al genere “giallo-noir” e abbiano scelto l’ambientazione provinciale». Inoltre è stata finalista al Premio letterario promosso dalla “Rivista parlata di diritto concorsuale e commerciale” (Ri.P.DI.CO). 

Un’altra cifra della narrativa di Roberta Gallego è che i suoi romanzi hanno un quid pluris, una storia nella storia, per cui ciascuno appare come “episodio” d’una stessa serie, titolata dalla stessa A. come «storie di una procura imperfetta».

I componenti di questa Procura sono protagonisti dei diversi romanzi, per cui il lettore che s’inoltra viene ad acquisire una sorta di familiarità con gli stessi di cui impara a conoscere personalità e carattere, finisce col riconoscere i tratti distintivi di ciascuno, come del procuratore-capo Silvio Sassolongo (equilibrista, disponibile ai media, amante di golf) o dei p.m. Alvise Guarnieri (sentimentale, maturo, uomo difficile), o Anna Vescovo (inflessibile nell’ordine dell’esistenza, dotata di sufficiente femminilità e nonostante l’età ancora avvincente), o Agostina Arcais (tozza e spigolosa, ma fornita d’acume e sensibilità, umani e professionali) oppure del maresciallo-capo dei Carabinieri Saverio Alfano (siciliano e malinconico) o del dirigente della mobile Sebastiano Onis (sardo e forse un po’ nostalgico)…

Evidentemente cambiano in ciascun romanzo storie e trame, vittime e carnefici, ambientazione e circostanze, corollari e comparse…

Storia di una Procura imperfetta: una relazione ineguale

La locuzione – storie di una Procura imperfetta – è interessante. «Personalmente – dichiara l’A. – provo simpatia per l’imperfezione, la descrivo nei miei libri come risorsa, non solo come difetto».

Al bando – evidentemente – ogni connotazione autobiografica o autoreferenziale, il dato che qui interessa sottolineare è la decantazione che fa l’A. della forza arcaica, mitica, iscritta nell’immaginario collettivo e riferita ai magistrati, in particolari a quelli requirenti. Vi è al contrario oppure, se si vuole, vi è inoltre – soprattutto in quella fase delle indagini che, nei casi giudiziari più complessi, pone l’inquirente di fronte al “mistero” – un segno profondo di debolezza che l’A. descrive con grande puntualità ed efficacia, una debolezza spesso non percepita, o piuttosto percepita e denunciata dall’opinione pubblica o dalla stampa, come inefficienza, lentezza, inadeguatezza, incapacità.

E’ questo il gap di una relazione ineguale ove si gioca da un lato la solitudine dell’inquirente – uno o tanti, poco importa – mentre s’addentra nell’oscurità del mistero, e dall’altro lato la domanda di giustizia che – con intensità e in progressione decrescenti – viene dalle vittime, dai parenti delle vittime, dagli amici, dall’opinione pubblica, dalla stampa, via via proseguendo con dilatazione centrifuga ma con rumore inversamente opprimente.

Vediamone un esempio.

Il libro in questione tratta della scomparsa di un autobus del trasporto scolastico con sette bambini a bordo, non giunto alla destinazione della scuola privata elementare San Gottardo dell’immaginaria cittadina della provincia piemontese, Ardese. L’autobus, l’autista e i bambini sono stati come inghiottiti dalla nebbia in una mattina d’ottobre. Esigenze d’indagine – l’urgenza d’acquisire prime notizie intorno al “mistero” – impongono la «convocazione» dei genitori e la richiesta agli stessi di una «collaborazione» che poi, in termini pratici, significa interrogatori, perquisizioni, intercettazioni telefoniche, atti invasivi e difficilmente comprensibili da parte di chi, come i genitori dei bambini rapiti, avvertono d’essere parte lesa. 

«Verrete sentiti – dice ai genitori il sostituto procuratore Anna Vescovo – abbiamo necessità di conoscere ogni minimo dettaglio delle abitudini vostre e dei vostri figli [...], capire cosa sia accaduto di anomalo, di significativo nei giorni scorsi [...].

Un senso di inquietudine cominciò a serpeggiare  tra i presenti non più certi di essere considerati cittadini al di sopra di ogni sospetto [...]. Anna Vescovo [...] aumentò l’andatura raggiungendo l’ufficio. Non voleva mostrare a nessuno le lacrime che faticava a trattenere». 

Fare i conti con il passato

Fra le altre suggestioni, in questo romanzo c’è una massima d’esperienza diffusa cioè che nella vita, prima o poi, occorre fare i conti con il proprio passato. Ce lo dice il noto aforisma secondo cui “tutti i nodi vengono al pettine”, ce lo hanno detto Freud o Jung, i quali ci hanno insegnato che azioni, reazioni, omissioni d’ogni individuo sono spesso il frutto delle dinamiche innescate nel rapporto dell’attore con il proprio passato.

Per restare sul nostro terreno la psicologia criminale, la criminologia in generale, ha dato sistemazione scientifica all’analisi del delitto, alla condotta deviante, alla struttura della personalità del  criminale.

Le radici del crimine, è stato scritto, stanno nell’animo dell’uomo. 

Nel crimine, visto nel suo aspetto soggettivo, entrano in gioco l’intenzionalità del fatto, il grado di consapevolezza dell’attore e il movente, l’intenzione del reo, le cui motivazioni – specie nei crimini più complessi – si annidano nelle dinamiche interiori, come detto a vario titolo innescate nella sua psiche.

L’indagine investigativa sotto questo profilo – come viene efficacemente descritto – è allora concentrata sulla psicologia del reo, in particolare sul rapporto col proprio passato.

In questo libro, sotto l’aspetto letterario, il movente del delitto è l’asse, il fulcro, intorno a cui è costruita l’intera narrazione e tale importanza è indicata indirettamente dalla stessa Autrice che già ad inizio di libro nel capitolo intitolato Zero, descrive – senza anticipare alcunché – le movenze psicologiche che accompagnano le ore di sonno, o meglio di veglia, dei due sequestratori (Lei/Lui) nella notte che precede il rapimento. 

Vediamone un esempio nella lettura del testo. «Lei e Lui», gli autori del crimine. 

«Lei aspettava, acquattata, la spinta dell’alba [...]. Lui pensò che da troppo tempo erano stati inghiottiti dalla voragine bianca della loro sofferenza. Erano diventati invisibili. Abilità conquistata al prezzo di una privazione dopo l’altra. Rabbia dopo rabbia. Attese con Lei la spinta dell’alba. Conoscevano la vertigine della caduta. Era il momento di guardare sprofondare gli altri. Era il momento di saturare i vuoti e spegnere i silenzi. “Dormi”, disse Lei [...], ascoltando la furia dei suoi pensieri attraverso il rossore della nuca».

Ritratti d’ambiente, pennellate impressioniste

Introduciamoci nel romanzo. Leggendo, si apprende che l’ipotesi investigativa che va accreditandosi è quella di un sequestro di persona a scopo di estorsione trattandosi d’un rapimento collettivo di sette bambini, quelli della quinta classe elementare della scuola privata San Gottardo di Ardese.

Senonché, nell’approfondimento dell’indagine, gli inquirenti si trovano a rilevare che sei di essi appartengono a famiglie della Ardese-bene come suol dirsi, ben collocati socialmente e forniti finanziariamente.  

Uno d’essi invece - si chiama Tommasino Franzese ed è malato d’epilessia – proviene da famiglia d’umili origini, modesta e in ristrette condizioni economiche. Non c’è prezzo di riscatto, anche minimo, che i suoi genitori possano permettersi.

Allora i conti non tornano…

*   *   *

Il racconto è avvincente, coinvolgente, incalzante, ritmato con cadenza e puntualità quasi geometriche sulla descrizione degli ambienti che sono coinvolti nella vicenda; descrizione di ciò che avviene dentro, dentro la cisterna dove i bambini sono tenuti prigionieri, e di ciò che avviene fuori, nelle case dei loro genitori, in Procura, nella vita privata dei protagonisti…

Il tutto attraversato – abilmente, sottilmente – come acqua carsica che scorre sotterranea a tratti riaffiorando, dalle «pennellate impressioniste alla maniera di Paolo Conte», con le quali anche la nostra Autrice rappresenta «frammenti sentimentali, chiaroscuri dell’anima». Ritratti interiori. Frammenti di vita.

E così apprendiamo che il sostituto Alvise Guarnieri è innamorato della collega Anna Vescovo ma è consapevole che è «improbabile fare breccia nell’assetto ordinato della collega»; oppure vediamo il maresciallo-capo dei Carabinieri Saverio Alfano essersi finalmente ripreso dalla prostrazione per la morte della figlia Sara, avvenuta poco più che adolescente, a causa d’overdose, per la separazione, l’isolamento, l’apatia… S’è ripreso, a poco a poco, avendo conosciuto Alba con la quale ha avviato una relazione tuttavia come quella di «due porcospini consapevoli dei rispettivi aculei» che decidono «di approfondire la propria conoscenza senza fretta e senza porsi particolari traguardi, magari da dover poi disattendere»… 

Alcune scene.

Il casino in Procura. «Nell’arco di poche ore dal diffondersi della notizia si scatenò l’inferno: la Procura venne presa d’assalto [...]. Giornalisti di ogni testata, locale e nazionale [...]. Avvocati di altri fori nel tentativo di essere nominati difensori d’ufficio [...]. Sfaccendati opinionisti da barbiere [...]. Poliziotti e carabinieri transitanti da Ardese [...]»

Nella cisterna. Il risveglio di Marco. «Marco – uno dei bambini rapiti. Erano stati narcotizzati in autobus e trasportati in una cisterna, loro prigione – Marco fu il primo a vegliarsi, poche ore dopo [...]. Era con i suoi compagni di scuola [...] adesso qualcosa ricordava… Il pulmino stava viaggiando [...], l’autista imprecava [...]. Poi si erano fermati di colpo [...], e un tizio era salito dalla porta anteriore [...]. Aveva un cappuccio [...], aveva spruzzato una polvere piena di goccioline dense [...]. Marco aveva avvertito gli occhi chiudersi e si era addormentato [...]. Di una cosa era certo: a scuola non ci era proprio arrivato [...]».

Nella cisterna. Tommasino, l’epilettico. «Tommaso non rispondeva, non si muoveva [...]. Tommasino era un bambino speciale, tutti gli volevano bene perché era affettuoso e generoso [...]. Quando rimaneva a terra, in classe, senza respiro apparente, con la bava alla bocca, tutti i compagni si immobilizzavano a osservarlo [...] mentre gli adulti concitati lo soccorrevano e chiamavano i genitori [...] Erano grati a Tommaso anche di quella inconfessabile esperienza: a ogni attacco epilettico pubblico regalava loro la possibilità di proiettarsi con la mente nel buio dell’altrui mortalità [...] e di tornare indietro senza soffrirne davvero. Adesso però era diverso, non c’erano adulti a risolvere l’emergenza, e Tommaso non si muoveva più [...]».

La pipì di Rachele. «”Io mi vergogno”. Federica era stata la prima ad affrontare l’argomento. Fare la cacca davanti a sei compagni di scuola non era un’esperienza facile da affrontare. “A me scappa la pipì”, confessò Rachele preoccupata, incrociando le gambe. “Allora facciamo così – decise Gioia -: quando a qualcuno scappa qualcosa, gli altri si girano e si tappano le orecchie con le mani”. “Giratevi contro il muro – aggiunse Rachele. E voglio che, oltre a coprirvi le orecchie, cantiate tutte insieme. Sennò, non ce la faccio”. [...], Così attaccarono a cantare a squarciagola [...]. Stonati, sfasati, smemorati e tristi cantarono senza pubblico e senza peccato, senza sapere quale delicata armonia vivesse in quel gesto corale a protezione di un’intimità vulnerabile [...]».

Il movente enigmatico

La vicenda narrata si svolge fra il 18 ottobre (ore 7,19) e il  31 ottobre (ore 8), che sono tredici giorni e che sono meno di due settimane ma hanno la durata come d’una vita sia per i bambini rapiti sia per i loro genitori. In questo periodo si snoda il racconto sviluppato dall’A. in un crescendo di pathos che avvince, coinvolge, è incalzante.

Come gli inquirenti non danno tregua ai delinquenti così l’A. non dà tregua al lettore, ne tiene desta e alta la tensione in una narrazione che non risparmia supplementi d’azione e colpi di scena.

Il delitto – il rapimento di sette bambini – è enorme, il fatto è eclatante, l’interesse supera i confini di Ardese e diventa caso nazionale, se ne interessano la grande stampa e l’alta politica. Intervengono pure i Servizi segreti, e con essi pure personaggi di quel sottobosco umano che in tali casi spesso emergono, si tratti del medium millantatore, di sciacalli senza scrupoli, di curiosi impertinenti e invadenti, d’avvocati in cerca di notorietà… E poi ancora, fughe di notizie, pubblicazione di atti secretati.

L’atmosfera si fa pesante: «invisibili schizzi di veleno saettano dai titoli dei giornali contro gli inquirenti – non erano stati preparati agli anni di piombo, non erano preparati agli anni di merda».

Il mistero è fitto…

Quale misfatto può ascriversi ai genitori dei piccoli rapiti, da meritare un dramma così feroce, una violenza inaudita come il rapimento dei figli. E poi, che cosa può nascondere la famiglia di Tommasino Franzese, che è modesta, il papà fa il pizzaiolo, la mamma la cassiera all’Ipercoop, una vita semplice, sotto gli occhi di tutti,  trasparente?

Però una cosa risulta certa dalle indagini: che non hanno rapito i sette bambini per caso (quindi neanche Tommasino Franzese).

«Se davvero i bambini fossero stati rapiti a scopo di estorsione, Tommaso valeva ben poco nelle mani dei sequestratori. Se invece il sequestro nasceva da una vicenda che accomunava tutti i piccoli, Tommaso compreso, occorreva appurare il movente, cosa che sarebbe stata molto difficile».

Contesto drammatico fra humour e sarcasmo

Gli inquirenti sono in difficoltà e il racconto di Roberta Gallego ne svela il tratto drammatico non mancando tuttavia di innestarvi tratti d’humour e di sarcasmo.

«La petulanza della richiesta era un’ossessione acustica dalla quale non riuscivano a liberarsi [...]: “Avete degli indagati noti? Ci sono novità, dottore? Sviluppi dell’indagine?”

[...] si trovarono davanti alle locandine che strillavano [...]: “Indagini in stallo, magistrati occupati a difendere i privilegi della casta, più importanti della salvezza delle vittime. Guarnieri, cronicamente in fuga a Parigi, preferisce salvare il matrimonio e sorvegliare il figlio sbandato piuttosto che lavorare, La bella piemme Vescovo, fra maternità e codici, preferisce le mille astensioni al guadagnarsi con la presenza in ufficio il lauto stipendio che le dobbiamo pagare noi contribuenti”.

Rimasero immobili di fronte agli invisibili schizzi di veleno che saettavano dai titoli [...]. Non erano stati preparati agli anni di piombo, non erano preparati agli anni di merda».

E quando anche il ristoratore del piccolo localino ov’erano andati a consumare un veloce pasto azzarda pure lui un «Posso sapere?», la p.m. Vescovo sbotta d’impeto: «No! E basta, cazzo!» interrompendo l’esterrefatto ristoratore che si limitava a terminare la domanda: «Posso sapere… acqua, minerale o frizzante?». 

Sospensione e suspense

Più ci si introduce nel testo, più occorre arrestarsi fino ad arretrare nel commento perché, mentre le pagine volgono e volgono verso l’epilogo, le linee abilmente tracciate dall’Autrice e disseminate nel testo iniziano a convergere verso la conclusione e la soluzione del giallo.

Riusciranno, inquirenti e genitori, a salvare le vite dei bambini rapiti? E poi, quale maleficio grava su di loro per essere sottoposti a un dramma, a una sofferenza di tale portata? Qual è l’intento dei sequestratori?

E come in ogni libro, specie se giallo seppure tinto di noir, il commentatore non può correre il rischio di anticiparne l’esito.

Variazione sul tema

Piuttosto – variando il registro di questa interpretazione – vorrei concludere con una citazione che è pure un assunto ma è anche una domanda. C’è uno scrittore statunitense di gialli, Ed Mcbain (1926-2005) – che fa l’altro è stato sceneggiatore degli Uccelli di Hitchcock -, che Roberta Gallego cita in una sua intervista definendolo in qualche modo quasi come un ispiratore – un «formatore», Ella dice. 

Ed Mcbain dichiara che le sue trame sono tratte dalla strada, osservando i volti delle persone, incrociandone gli sguardi e l’incrocio delle vite, cercando di coglierne i segreti, le paure, le speranze, di penetrare quel velo invisibile che si intuisce in ogni ambiente estraneo il quale – non rischiarato dalla luce – si presenta all’osservatore come nero, noir per l’appunto.

Qualcosa di analogo credo che succeda in Roberta Gallego,  il cui filtro forse è più fitto, più complicato, o forse egualmente complicato, seppure per altre vie, procede dall’esperienza professionale, ma forse non basta, piuttosto dalla spinta d’una passione letteraria congiunta ad abilità narrativa e fantasia creativa con le quali Ella riesce a tracciare lineamenti di volti, dare sembianze ai volti, dare un’anima alle sembianze, accrescere con la fantasia ragionata l’anima dei  protagonisti… il tutto nel tentativo – riuscito come in questo caso – di penetrare nei meandri della coscienza umana al fine di coglierne (e rappresentarne) – al di là degli aspetti giudiziari – più in generale le debolezze, le colpe anche involontarie di cui ciascun uomo e ciascuna donna si fanno carico nella propria esistenza, di descrivere in definitiva l’imperfezione dell’umana natura, che – in fondo – è il dato che accomuna tutti a questo mondo, seppure ciascuno a modo proprio, con la propria responsabilità, nel ruolo suo proprio, con la personale coscienza morale.

Probabilmente, questa storia, queste storie di una Procura imperfetta sono metafora dell’umanità imperfetta, tuttavia non in astratto descritta ma narrata nella concretezza di uomini e di donne in carne ed ossa come Roberta Gallego riesce a fare sentire al lettore i suoi protagonisti. E in tal senso il romanzo della Gallego è riuscito poiché, come usa dire, è stato motivato in maniera credibile, parlando di gente vera in un mondo vero. Senza retorica, ma anche senza reticenze.