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ROBERTA GALLEGO, “Gli occhi del Salar” ovvero dell’imperfezione dell’umana natura

Un thriller inquietante

Roberta Gallego, è magistrato a Belluno; le biografie ce la descrivono impegnata in molteplici attività. Oltre che sostituto procuratore della Repubblica, Ella è mamma, lettrice appassionata in particolare di gialli, scrittrice. Di libri ne ha scritto quattro: Quota 33 (2013), il libro d’esordio, Doppia ombra (2014), Il sonno della cicala (2014)  e, l’ultimo, Gli occhi del Salar (2016), tutti con l’editrice TEA, Gruppo editoriale Mauri Spagnol. 

Sono thriller, diciamo intanto per non essere difficili, e in via di prima d’approssimazione, una specie di giallo, con i classici ingredienti: il misfatto il mistero l’enigma l’indagine la soluzione.

Vedremo come qui – ne Gli occhi del Salar - è tutto più complesso. Accanto ai consueti ingredienti del giallo classico, c’è una cifra nella narrativa di Roberta Gallego che richiama il  genere noir e «il noir – è stato scritto – si distingue per la marcata componente sociologica, per la caratterizzazione ambientale, che diventa la vera protagonista della storia [...]. Se il giallo classico è rassicurante (il caso si risolve sempre in maniera felice e tutto torna come prima), il noir colpisce e destabilizza il lettore».  Racconta aspetti oscuri d’una comunità, lasciando aperto il romanzo con interrogativi che rimangono in parte sospesi, insoluti, consegnati alla riflessione ulteriore del lettore.

Intanto, presentando la scrittrice, Ella è stata vincitrice (con Doppia Ombra) del premio “La Provincia in Giallo”, un premio del Rotary Club Cairoli di Pavia che intende mettere in luce «testi di narrativa i quali appartengano al genere “giallo-noir” e abbiano scelto l’ambientazione provinciale». Inoltre è stata finalista al Premio letterario promosso dalla “Rivista parlata di diritto concorsuale e commerciale” (Ri.P.DI.CO). 

Un’altra cifra della narrativa di Roberta Gallego è che i suoi romanzi hanno un quid pluris, una storia nella storia, per cui ciascuno appare come “episodio” d’una stessa serie, titolata dalla stessa A. come «storie di una procura imperfetta».

I componenti di questa Procura sono protagonisti dei diversi romanzi, per cui il lettore che s’inoltra viene ad acquisire una sorta di familiarità con gli stessi di cui impara a conoscere personalità e carattere, finisce col riconoscere i tratti distintivi di ciascuno, come del procuratore-capo Silvio Sassolongo (equilibrista, disponibile ai media, amante di golf) o dei p.m. Alvise Guarnieri (sentimentale, maturo, uomo difficile), o Anna Vescovo (inflessibile nell’ordine dell’esistenza, dotata di sufficiente femminilità e nonostante l’età ancora avvincente), o Agostina Arcais (tozza e spigolosa, ma fornita d’acume e sensibilità, umani e professionali) oppure del maresciallo-capo dei Carabinieri Saverio Alfano (siciliano e malinconico) o del dirigente della mobile Sebastiano Onis (sardo e forse un po’ nostalgico)…

Evidentemente cambiano in ciascun romanzo storie e trame, vittime e carnefici, ambientazione e circostanze, corollari e comparse…

Storia di una Procura imperfetta: una relazione ineguale

La locuzione – storie di una Procura imperfetta – è interessante. «Personalmente – dichiara l’A. – provo simpatia per l’imperfezione, la descrivo nei miei libri come risorsa, non solo come difetto».

Al bando – evidentemente – ogni connotazione autobiografica o autoreferenziale, il dato che qui interessa sottolineare è la decantazione che fa l’A. della forza arcaica, mitica, iscritta nell’immaginario collettivo e riferita ai magistrati, in particolari a quelli requirenti. Vi è al contrario oppure, se si vuole, vi è inoltre – soprattutto in quella fase delle indagini che, nei casi giudiziari più complessi, pone l’inquirente di fronte al “mistero” – un segno profondo di debolezza che l’A. descrive con grande puntualità ed efficacia, una debolezza spesso non percepita, o piuttosto percepita e denunciata dall’opinione pubblica o dalla stampa, come inefficienza, lentezza, inadeguatezza, incapacità.

E’ questo il gap di una relazione ineguale ove si gioca da un lato la solitudine dell’inquirente – uno o tanti, poco importa – mentre s’addentra nell’oscurità del mistero, e dall’altro lato la domanda di giustizia che – con intensità e in progressione decrescenti – viene dalle vittime, dai parenti delle vittime, dagli amici, dall’opinione pubblica, dalla stampa, via via proseguendo con dilatazione centrifuga ma con rumore inversamente opprimente.

Vediamone un esempio.

Il libro in questione tratta della scomparsa di un autobus del trasporto scolastico con sette bambini a bordo, non giunto alla destinazione della scuola privata elementare San Gottardo dell’immaginaria cittadina della provincia piemontese, Ardese. L’autobus, l’autista e i bambini sono stati come inghiottiti dalla nebbia in una mattina d’ottobre. Esigenze d’indagine – l’urgenza d’acquisire prime notizie intorno al “mistero” – impongono la «convocazione» dei genitori e la richiesta agli stessi di una «collaborazione» che poi, in termini pratici, significa interrogatori, perquisizioni, intercettazioni telefoniche, atti invasivi e difficilmente comprensibili da parte di chi, come i genitori dei bambini rapiti, avvertono d’essere parte lesa. 

«Verrete sentiti – dice ai genitori il sostituto procuratore Anna Vescovo – abbiamo necessità di conoscere ogni minimo dettaglio delle abitudini vostre e dei vostri figli [...], capire cosa sia accaduto di anomalo, di significativo nei giorni scorsi [...].

Un senso di inquietudine cominciò a serpeggiare  tra i presenti non più certi di essere considerati cittadini al di sopra di ogni sospetto [...]. Anna Vescovo [...] aumentò l’andatura raggiungendo l’ufficio. Non voleva mostrare a nessuno le lacrime che faticava a trattenere». 

Fare i conti con il passato

Fra le altre suggestioni, in questo romanzo c’è una massima d’esperienza diffusa cioè che nella vita, prima o poi, occorre fare i conti con il proprio passato. Ce lo dice il noto aforisma secondo cui “tutti i nodi vengono al pettine”, ce lo hanno detto Freud o Jung, i quali ci hanno insegnato che azioni, reazioni, omissioni d’ogni individuo sono spesso il frutto delle dinamiche innescate nel rapporto dell’attore con il proprio passato.

Per restare sul nostro terreno la psicologia criminale, la criminologia in generale, ha dato sistemazione scientifica all’analisi del delitto, alla condotta deviante, alla struttura della personalità del  criminale.

Le radici del crimine, è stato scritto, stanno nell’animo dell’uomo. 

Nel crimine, visto nel suo aspetto soggettivo, entrano in gioco l’intenzionalità del fatto, il grado di consapevolezza dell’attore e il movente, l’intenzione del reo, le cui motivazioni – specie nei crimini più complessi – si annidano nelle dinamiche interiori, come detto a vario titolo innescate nella sua psiche.

L’indagine investigativa sotto questo profilo – come viene efficacemente descritto – è allora concentrata sulla psicologia del reo, in particolare sul rapporto col proprio passato.

In questo libro, sotto l’aspetto letterario, il movente del delitto è l’asse, il fulcro, intorno a cui è costruita l’intera narrazione e tale importanza è indicata indirettamente dalla stessa Autrice che già ad inizio di libro nel capitolo intitolato Zero, descrive – senza anticipare alcunché – le movenze psicologiche che accompagnano le ore di sonno, o meglio di veglia, dei due sequestratori (Lei/Lui) nella notte che precede il rapimento. 

Vediamone un esempio nella lettura del testo. «Lei e Lui», gli autori del crimine. 

«Lei aspettava, acquattata, la spinta dell’alba [...]. Lui pensò che da troppo tempo erano stati inghiottiti dalla voragine bianca della loro sofferenza. Erano diventati invisibili. Abilità conquistata al prezzo di una privazione dopo l’altra. Rabbia dopo rabbia. Attese con Lei la spinta dell’alba. Conoscevano la vertigine della caduta. Era il momento di guardare sprofondare gli altri. Era il momento di saturare i vuoti e spegnere i silenzi. “Dormi”, disse Lei [...], ascoltando la furia dei suoi pensieri attraverso il rossore della nuca».

Ritratti d’ambiente, pennellate impressioniste

Introduciamoci nel romanzo. Leggendo, si apprende che l’ipotesi investigativa che va accreditandosi è quella di un sequestro di persona a scopo di estorsione trattandosi d’un rapimento collettivo di sette bambini, quelli della quinta classe elementare della scuola privata San Gottardo di Ardese.

Senonché, nell’approfondimento dell’indagine, gli inquirenti si trovano a rilevare che sei di essi appartengono a famiglie della Ardese-bene come suol dirsi, ben collocati socialmente e forniti finanziariamente.  

Uno d’essi invece - si chiama Tommasino Franzese ed è malato d’epilessia – proviene da famiglia d’umili origini, modesta e in ristrette condizioni economiche. Non c’è prezzo di riscatto, anche minimo, che i suoi genitori possano permettersi.

Allora i conti non tornano…

*   *   *

Il racconto è avvincente, coinvolgente, incalzante, ritmato con cadenza e puntualità quasi geometriche sulla descrizione degli ambienti che sono coinvolti nella vicenda; descrizione di ciò che avviene dentro, dentro la cisterna dove i bambini sono tenuti prigionieri, e di ciò che avviene fuori, nelle case dei loro genitori, in Procura, nella vita privata dei protagonisti…

Il tutto attraversato – abilmente, sottilmente – come acqua carsica che scorre sotterranea a tratti riaffiorando, dalle «pennellate impressioniste alla maniera di Paolo Conte», con le quali anche la nostra Autrice rappresenta «frammenti sentimentali, chiaroscuri dell’anima». Ritratti interiori. Frammenti di vita.

E così apprendiamo che il sostituto Alvise Guarnieri è innamorato della collega Anna Vescovo ma è consapevole che è «improbabile fare breccia nell’assetto ordinato della collega»; oppure vediamo il maresciallo-capo dei Carabinieri Saverio Alfano essersi finalmente ripreso dalla prostrazione per la morte della figlia Sara, avvenuta poco più che adolescente, a causa d’overdose, per la separazione, l’isolamento, l’apatia… S’è ripreso, a poco a poco, avendo conosciuto Alba con la quale ha avviato una relazione tuttavia come quella di «due porcospini consapevoli dei rispettivi aculei» che decidono «di approfondire la propria conoscenza senza fretta e senza porsi particolari traguardi, magari da dover poi disattendere»… 

Alcune scene.

Il casino in Procura. «Nell’arco di poche ore dal diffondersi della notizia si scatenò l’inferno: la Procura venne presa d’assalto [...]. Giornalisti di ogni testata, locale e nazionale [...]. Avvocati di altri fori nel tentativo di essere nominati difensori d’ufficio [...]. Sfaccendati opinionisti da barbiere [...]. Poliziotti e carabinieri transitanti da Ardese [...]»

Nella cisterna. Il risveglio di Marco. «Marco – uno dei bambini rapiti. Erano stati narcotizzati in autobus e trasportati in una cisterna, loro prigione – Marco fu il primo a vegliarsi, poche ore dopo [...]. Era con i suoi compagni di scuola [...] adesso qualcosa ricordava… Il pulmino stava viaggiando [...], l’autista imprecava [...]. Poi si erano fermati di colpo [...], e un tizio era salito dalla porta anteriore [...]. Aveva un cappuccio [...], aveva spruzzato una polvere piena di goccioline dense [...]. Marco aveva avvertito gli occhi chiudersi e si era addormentato [...]. Di una cosa era certo: a scuola non ci era proprio arrivato [...]».

Nella cisterna. Tommasino, l’epilettico. «Tommaso non rispondeva, non si muoveva [...]. Tommasino era un bambino speciale, tutti gli volevano bene perché era affettuoso e generoso [...]. Quando rimaneva a terra, in classe, senza respiro apparente, con la bava alla bocca, tutti i compagni si immobilizzavano a osservarlo [...] mentre gli adulti concitati lo soccorrevano e chiamavano i genitori [...] Erano grati a Tommaso anche di quella inconfessabile esperienza: a ogni attacco epilettico pubblico regalava loro la possibilità di proiettarsi con la mente nel buio dell’altrui mortalità [...] e di tornare indietro senza soffrirne davvero. Adesso però era diverso, non c’erano adulti a risolvere l’emergenza, e Tommaso non si muoveva più [...]».

La pipì di Rachele. «”Io mi vergogno”. Federica era stata la prima ad affrontare l’argomento. Fare la cacca davanti a sei compagni di scuola non era un’esperienza facile da affrontare. “A me scappa la pipì”, confessò Rachele preoccupata, incrociando le gambe. “Allora facciamo così – decise Gioia -: quando a qualcuno scappa qualcosa, gli altri si girano e si tappano le orecchie con le mani”. “Giratevi contro il muro – aggiunse Rachele. E voglio che, oltre a coprirvi le orecchie, cantiate tutte insieme. Sennò, non ce la faccio”. [...], Così attaccarono a cantare a squarciagola [...]. Stonati, sfasati, smemorati e tristi cantarono senza pubblico e senza peccato, senza sapere quale delicata armonia vivesse in quel gesto corale a protezione di un’intimità vulnerabile [...]».

Il movente enigmatico

La vicenda narrata si svolge fra il 18 ottobre (ore 7,19) e il  31 ottobre (ore 8), che sono tredici giorni e che sono meno di due settimane ma hanno la durata come d’una vita sia per i bambini rapiti sia per i loro genitori. In questo periodo si snoda il racconto sviluppato dall’A. in un crescendo di pathos che avvince, coinvolge, è incalzante.

Come gli inquirenti non danno tregua ai delinquenti così l’A. non dà tregua al lettore, ne tiene desta e alta la tensione in una narrazione che non risparmia supplementi d’azione e colpi di scena.

Il delitto – il rapimento di sette bambini – è enorme, il fatto è eclatante, l’interesse supera i confini di Ardese e diventa caso nazionale, se ne interessano la grande stampa e l’alta politica. Intervengono pure i Servizi segreti, e con essi pure personaggi di quel sottobosco umano che in tali casi spesso emergono, si tratti del medium millantatore, di sciacalli senza scrupoli, di curiosi impertinenti e invadenti, d’avvocati in cerca di notorietà… E poi ancora, fughe di notizie, pubblicazione di atti secretati.

L’atmosfera si fa pesante: «invisibili schizzi di veleno saettano dai titoli dei giornali contro gli inquirenti – non erano stati preparati agli anni di piombo, non erano preparati agli anni di merda».

Il mistero è fitto…

Quale misfatto può ascriversi ai genitori dei piccoli rapiti, da meritare un dramma così feroce, una violenza inaudita come il rapimento dei figli. E poi, che cosa può nascondere la famiglia di Tommasino Franzese, che è modesta, il papà fa il pizzaiolo, la mamma la cassiera all’Ipercoop, una vita semplice, sotto gli occhi di tutti,  trasparente?

Però una cosa risulta certa dalle indagini: che non hanno rapito i sette bambini per caso (quindi neanche Tommasino Franzese).

«Se davvero i bambini fossero stati rapiti a scopo di estorsione, Tommaso valeva ben poco nelle mani dei sequestratori. Se invece il sequestro nasceva da una vicenda che accomunava tutti i piccoli, Tommaso compreso, occorreva appurare il movente, cosa che sarebbe stata molto difficile».

Contesto drammatico fra humour e sarcasmo

Gli inquirenti sono in difficoltà e il racconto di Roberta Gallego ne svela il tratto drammatico non mancando tuttavia di innestarvi tratti d’humour e di sarcasmo.

«La petulanza della richiesta era un’ossessione acustica dalla quale non riuscivano a liberarsi [...]: “Avete degli indagati noti? Ci sono novità, dottore? Sviluppi dell’indagine?”

[...] si trovarono davanti alle locandine che strillavano [...]: “Indagini in stallo, magistrati occupati a difendere i privilegi della casta, più importanti della salvezza delle vittime. Guarnieri, cronicamente in fuga a Parigi, preferisce salvare il matrimonio e sorvegliare il figlio sbandato piuttosto che lavorare, La bella piemme Vescovo, fra maternità e codici, preferisce le mille astensioni al guadagnarsi con la presenza in ufficio il lauto stipendio che le dobbiamo pagare noi contribuenti”.

Rimasero immobili di fronte agli invisibili schizzi di veleno che saettavano dai titoli [...]. Non erano stati preparati agli anni di piombo, non erano preparati agli anni di merda».

E quando anche il ristoratore del piccolo localino ov’erano andati a consumare un veloce pasto azzarda pure lui un «Posso sapere?», la p.m. Vescovo sbotta d’impeto: «No! E basta, cazzo!» interrompendo l’esterrefatto ristoratore che si limitava a terminare la domanda: «Posso sapere… acqua, minerale o frizzante?». 

Sospensione e suspense

Più ci si introduce nel testo, più occorre arrestarsi fino ad arretrare nel commento perché, mentre le pagine volgono e volgono verso l’epilogo, le linee abilmente tracciate dall’Autrice e disseminate nel testo iniziano a convergere verso la conclusione e la soluzione del giallo.

Riusciranno, inquirenti e genitori, a salvare le vite dei bambini rapiti? E poi, quale maleficio grava su di loro per essere sottoposti a un dramma, a una sofferenza di tale portata? Qual è l’intento dei sequestratori?

E come in ogni libro, specie se giallo seppure tinto di noir, il commentatore non può correre il rischio di anticiparne l’esito.

Variazione sul tema

Piuttosto – variando il registro di questa interpretazione – vorrei concludere con una citazione che è pure un assunto ma è anche una domanda. C’è uno scrittore statunitense di gialli, Ed Mcbain (1926-2005) – che fa l’altro è stato sceneggiatore degli Uccelli di Hitchcock -, che Roberta Gallego cita in una sua intervista definendolo in qualche modo quasi come un ispiratore – un «formatore», Ella dice. 

Ed Mcbain dichiara che le sue trame sono tratte dalla strada, osservando i volti delle persone, incrociandone gli sguardi e l’incrocio delle vite, cercando di coglierne i segreti, le paure, le speranze, di penetrare quel velo invisibile che si intuisce in ogni ambiente estraneo il quale – non rischiarato dalla luce – si presenta all’osservatore come nero, noir per l’appunto.

Qualcosa di analogo credo che succeda in Roberta Gallego,  il cui filtro forse è più fitto, più complicato, o forse egualmente complicato, seppure per altre vie, procede dall’esperienza professionale, ma forse non basta, piuttosto dalla spinta d’una passione letteraria congiunta ad abilità narrativa e fantasia creativa con le quali Ella riesce a tracciare lineamenti di volti, dare sembianze ai volti, dare un’anima alle sembianze, accrescere con la fantasia ragionata l’anima dei  protagonisti… il tutto nel tentativo – riuscito come in questo caso – di penetrare nei meandri della coscienza umana al fine di coglierne (e rappresentarne) – al di là degli aspetti giudiziari – più in generale le debolezze, le colpe anche involontarie di cui ciascun uomo e ciascuna donna si fanno carico nella propria esistenza, di descrivere in definitiva l’imperfezione dell’umana natura, che – in fondo – è il dato che accomuna tutti a questo mondo, seppure ciascuno a modo proprio, con la propria responsabilità, nel ruolo suo proprio, con la personale coscienza morale.

Probabilmente, questa storia, queste storie di una Procura imperfetta sono metafora dell’umanità imperfetta, tuttavia non in astratto descritta ma narrata nella concretezza di uomini e di donne in carne ed ossa come Roberta Gallego riesce a fare sentire al lettore i suoi protagonisti. E in tal senso il romanzo della Gallego è riuscito poiché, come usa dire, è stato motivato in maniera credibile, parlando di gente vera in un mondo vero. Senza retorica, ma anche senza reticenze.

«Venti dicembre duemilaundici»… e le stelle stanno a guardare: i «sei panorami» di Ivo Celeschi

Il Cosmo, la luna, le stelle di Ivo Celeschi 

Scrive Ivo Celeschi: «Amiamo i panorami perché sono lontani. Prima ci amiamo, poi ci guardiamo da vicino e capiamo che non avevamo capito. Come il Cosmo, la luna la sua luce, il brillio delle stelle. Ci siamo andati, continueremo ad andarci e abbiamo visto da vicino: pietre, silenzio, penombra, deserti, vulcani spenti, morte. Il Cosmo è quello che resta dopo il niente che è stato. Rassegnarsi al panorama, è sottrarsi alla vita.

In questo deserto di stelle ci siamo solo noi, possono cercare quanto vogliono troveranno solo deserti e silenzio. Siamo tutto il male e tutto il bene dell’Universo. “E le stelle stanno a guardare”. Guardano, come guardano le pietre, brillano e basta» (post su facebook del 17 aprile 2016).

Il Cosmo, la luna, le stelle di Tomasi di Lampedusa

«Tre anni di fuoco, trenta di cenere», diceva don Fabrizio  Corbera, principe di Salina, cioè (come scrive Ivo Celeschi) tutto, dopo l’amore apparente, talora consumato, è «pietra, silenzio, penombra, deserto, vulcani spenti, morte».

«Don Fabrizio [...] salì una lunga scaletta e sboccò nella grande luce azzurra dell’Osservatorio. [...] Il panorama ostentava ogni cosa [...] priva di peso: il mare, in fondo, era una macchia di puro colore, le montagne [...] ammassi di vapori sul punto di dissolversi [...]. Il sole [...] violento e sfacciato, [...] narcotizzante anche, [...] annullava le volontà singole e manteneva ogni cosa in una immobilità servile, cullata in sogni violenti, in violenze che partecipavano all’arbitrarietà dei sogni».

E questo è l’universo che conosciamo, ove ogni cosa sembra priva di peso, la quotidianità cristallizzata dall’inerzia, dalla paura, dall’abitudine; il misero palcoscenico, spoglio e muto; l’alba che si dissolve nel tramonto con l’annebbiamento della memoria, con lo smarrimento del linguaggio emotivo… 

Poi, però, penso che nei dintorni dell’uomo ci sia qualcos’altro e che sia diverso dal cosmo scientifico, filosofico o teologico, penso che ci sia un cosmo dello spirito, ed è un altro universo. Lo chiamerei l’universo del possibile, il quale non è retto da leggi costanti  siano esse fisiche, matematiche, logiche morali  ma dalla complessità variabile e multiforme dei panorami che sono dentro di noi, spesso sconosciuti… 

Musica del futuro e l’ombra di mille foglie

E dentro di noi ci sono tante cose, certamente quelle che richiama Ivo Celeschi – «pietre, silenzio, penombra, deserti, vulcani spenti, morte» – e che delineano panorami desolanti,  in-differenza, «[...] l’ovatta colorata sugli occhi [...]. Ti si è già fatto buio davanti e non riesci a leggere fino in fondo questa riga [...] perché sei andata e sei tornata e per tutto ciò che di te non so queste mie esili sillabe sono troppo poco – o troppo come mille foglie che non fanno ombra o ne fanno troppa» (H.M. Enzensberger).  

Poi, se t‘addentri alla ricerca d’altro dentro te stesso, trovi le stesse cose - «pietre, silenzio, penombra, deserti, vulcani spenti, morte» - ma dicono altro, dicono che il Cosmo ha anche bellezze inesplorate che fanno la differenza, lì dove l’altro lo riconosci ed è un panorama “altro”.

In fondo, è quello che dice Celeschi: «[...] tutto il male e tutto il bene dell’Universo mentre “le stelle stanno a guardare”».

Il deserto inquieto di quiete

(1) Trovi il «deserto». Ma non è solo sconsolata solitudine, è pure rifugio, ricerca ancorché inquieta di quiete; devi compiere solo un attraversamento, una navigazione dentro te stesso, liberare l’immaginazione, rivolgere uno sguardo al mondo che gira col mappamondo che ruota, come avviene nel web, il mappamondo dell’era informatica che moltiplica le percezioni cognitive, produce nuove forme di conoscenza, rapporti inediti col mondo esterno.

Il mondo gira col mappamondo che ruota, scorrono terre rigogliose e popolate oppure lande aride e solitarie, estati tropicali e primavere boreali, dame e cavalieri, avventurieri ed esploratori, missionari e mercanti, musicisti e aviatori, sognatori e insonni, poeti e filosofi. Non puoi esercitarvi alcuna volontà di potenza, occorrerebbe fermare il mappamondo. Se lo lasci ruotare si amplificano gli spazi della coscienza, come la sfolgorante fantasia nei giochi dei bambini.

«Il deserto cresce guai a colui che favorisce i deserti» (F. Nietzsche). «Ci salutiamo e ognuno di noi si gira e va a infilarsi nella folla di sconosciuti che avvolge tutti gli addii. E ora penso… devo smettere di perdere persone» (E. De Luca). 

La penombra ovvero il bistrot di colori

(2) Trovi la «penombra» e t’accorgi ch’essa ti protegge dall’abbaglio insensato ma non impedisce lo sguardo agevolandone l’immaginario che prende forma, diventa reale e modifica l’esistente, secondo l’utopia del buon-luogo per cui «niente al mondo di ciò che possibile diverrebbe reale se non si tentasse continuamente l’impossibile».

Non è impossibile ma è reale. Navigando lungo rotte sfumate d’accecanti luminosità potrai vedere oggi da terra «la stella lucentissima sparita dal cielo un milione di anni fa» (W. Allen, Manhattan, 1979) o mietere un raccolto sovrabbondante nonostante l’apparente leggerezza dei semi o riscoprire il preludio esistenziale, si tratti del notturno romantico ovvero del realismo magico degli anni Venti o dell’intimismo decadente dei Novanta oppure d’un bistrot d’inaspettati colori.

La pietra sfatata

3) Trovi la «pietra». E se l’avvicini si mostra in-sensibile e in-differente, richiesta in conversazione, si sottrae.

«Busso alla porta della pietra» – racconta Wislawa Szymborska –  «sono io, fammi entrare. Voglio venirti dentro, dare un’occhiata, respirarti come l’aria. Non posso attendere duemila secoli. Vattene – dice la pietra – non ho porta, sono ermeticamente chiusa».

Accade, tuttavia, ch’essa - come sul punto della metamorfosi del magma - si trasformi, diventi un’altra cosa. Così trasformata, essa - sfatando la leggenda - si fa pietra viventesi predispone alla conversazione, complice gentile – adagiata, modellata, scolpita –  pronta adesso ad assecondare la richiesta che l’avvolge, accondiscendente alla mano dell’uomo che la coglie e, raccogliendola, ne rivela le trame nascoste.

Il silenzio e la chiave

(4) Trovi il «silenzio» che è forma dell’essenziale, unica e irripetibile complicità e che non richiede parole che – quando non siano vane – sono spesso improprie, inadeguate, senz’altro inadeguate a dire…  A volte la pagina è bianca e tale deve rimanere e, quando non lo è, succede che si sciolga alla pioggia o si sbricioli nell’immondizia, qualcuno l’ha detto: 

«Quella che hai giusto in mano è pagina quasi bianca, ma non del tutto, non esiste bianco totale [...], assorbe tutto, orrori, contraddizioni, sogni, angosce, trucchi, lacrime, brame, [...] finché il tutto s’ammolla nella pioggia, si sbriciola nell’immondizia [...]. Forse soltanto se è della qualità migliore… – ove poi meglio di tutto è forse ciò che nessuno vi ha scritto [...] resiste, mille anni forse, o solo un minuto ancora» (H.M. Enzensberger).

Là dove il testo è indecifrabile, occorre fermarsi, sospendere il movimento, deporre la chiave perché ogni abuso della parola o d’altro segno viola l’inviolabilità dell’essere e ne rompe la sospensione, magica oppure tragica, quand’esso – il testo – s’occulta nel silenzio, nel non-detto, nell’invisibile.

I vulcani spenti e le notti bianche

(5-6) Sì, ci sono pure «vulcani spenti», giganti maligni oramai innocui, e quelli che si spengono a poco a poco quando sopravanza l’altro silenzio, l’ostentata vitalità dell’esistenza, la vita pullulante nei circoli, nelle discoteche, nei salotti dove un noioso conversare e ridere riunisce in apparente solidarietà persone fors’anche più estranee di quelle incontrate per le vie. L’altro silenzio: quello che allontana il momento di dire il non-detto. C’è la morte, infine, che salva l’uomo quando tutto s’è esaurito. Poi, caro Ivo, hai ragione: “Rassegnarsi al panorama è sottrarsi alla vita”.

Dedicato a Nasten’ka: «[...] io vorrei farti dormire, ma come i personaggi delle favole, che dormono per svegliarsi solo il giorno in cui saranno felici. Ma succederà così anche a te. Un giorno tu ti sveglierai e vedrai una bella giornata. Ci sarà il sole, e tutto sarà nuovo, cambiato, limpido. Quello che prima ti sembrava impossibile diventerà semplice, normale. Non ci credi? Io sono sicuro. E presto. Anche domani» (F. Dostoevskij).

Infatti (l’ho già scritto da qualche altra parte):  succede – non sempre ma succede – che ricompare da qualche parte la luce dopo la notte, la primavera dopo l’inverno. Mi capita d’accendere il lettore, Ella Fitzgerald intona Summertime: dopo, in tempo d’estate, la vita è facile. Venti dicembre duemilaundici. À très bientôt.

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MARIA GRECO, Il signor F. è morto in treno e altri racconti (Robin, 2017)

Sentinella, quanto rimane della notte?» 

Un libro inusuale, questo di Maria Greco, altamente godibile, nell’ottima edizione della Biblioteca del Vascello, Robin Edizioni (Torino, 2017), che si giova delle breve prefazione in risvolto di copertina di Elvira Seminara.

Ci troviamo di fonte ad un libro inusuale, per lo meno inusuale rispetto a quelli – senza nulla togliere – in  cui di norma ci imbattiamo; una raccolta di racconti, sono sette, in cui umorismo  e surrealismo, ironia e sarcasmo sono la forma di trame inedite, inusuali anch’esse.

I personaggi che lo frequentano, ancorché si tratti d’un piccolo libro, poco più di cento pagine, sono tuttavia idonei a trasmettere un’idea, a comunicare emozioni, a risvegliare tensioni sopite, ricordi spenti, altro che abbiamo rimosso dentro noi stessi: dai compagni di viaggio nello stesso compartimento del signor F. inopportunamente deceduto in treno, all’ideal-tipo d’un senatore della Repubblica, ch’è tutto proteso [sic!] all’interesse della collettività; dalla signora G. che s’attarda su frustrazioni ancestrali tramutandole in ipocondria, a due donne mitiche, Alcesti ed Euridice, la cui presenza – ancorché, loro, mitologiche – risponde a domande alle quali ancora neppure la contemporaneità ha saputo dare risposte. E poi, insieme ad altri, c’è lui, Nando. Fra i tanti c’è Nando, il calzolaio lettore, che è un tipo particolare, irrequieto, ma d’una irrequietezza che ispira tenerezza, adagio, …ci arriveremo.

I personaggi sono di varia natura ed esprimono differente tipologia umana; i racconti, come si conviene a raccolte di tal tipo, sono autonomi l’uno dall’altro, ma gli uni e gli altri – personaggi e racconti – sono forniti d’una logica d’insieme e di coerenza interna, legati – pur nella loro diversità – da un’idea di fondo che li attraversa e li accomuna.

«Sentinella, quanto rimane della notte?» La sentinella risponde: «Viene il mattino, e poi anche la notte» (Isaia, 21, 11-12)

*   *   *

Se ne differenzia, dagli altri, questo piccolo libretto, sia sotto il profilo formale, possiamo dire per il registro linguistico, sia sotto il profilo dei contenuti, possiamo dire per il contesto narrativo.

Del registro linguistico: l’umorismo, la satira, la mimesi

In via preliminare, può osservarsi che il libro è tutto sviluppato nel solco dell’umorismo, nel senso cioè che l’Autrice tende a risum movere, cioè, sorridendo Ella stessa, conduce il lettore a sorridere di fronte alle varie situazioni raccontate.

Poi il sorriso di volta in volta si trasforma, sul volto come nell’anima; si presenta sotto differenti forme, varia d’intensità a seconda delle circostanze; si fa ora amaro (come in “Alcesti” che torna alla luce dagli Inferi ritrovando un marito che non la merita), ora rassegnato (come in “Ravanello”), ora  sarcastico (come in “Ritratto di un Senatore ideale”.)

Ne sono esempio alcune brevi espressioni dell’Autrice: (1) l’esclamazione: «beata la politica», a proposito dell’ideal-tipo del Senatore della Repubblica (un’esclamazione che appare irridente – come in Gogol – rispetto a una società sussiegosa o autoreferenziale, cinica, corrotta); (2) oppure, la «risata fragorosa lunga liberatoria» d’una moglie al cospetto delle «lacrime velenose e delle frasi stucchevoli» d’uno sposo indecente, «pusillanime»…

Credo di non azzardare tanto se ravviso in questo libretto una sufficiente dose di satira, laddove l’ironia – cioè il sorriso a danno degli altri – si fa pesante e sfocia nel sarcasmo (e lo fa, Maria Greco, seppure con lo stile leggero e sobrio di cui è capace).

Per addentrarci ancora sul terreno linguistico-formale. Questo libro è diverso anche perché diverso ne è l’impianto logico-discorsivo; il linguaggio – nell’uso che ne fanno i protagonisti (secondo la tecnica della narrazione mimetica, di cui diremo) – non è colto e neppure ha la compiutezza di quello scritto; si avvicina più a quello parlato, e ancor di più a quello pensato e, come il pensiero, esso si presenta libero da vincoli strutturali, mettendo spesso tra parentesi la consecutio logico-grammaticale.

Di modo che, poi, si viene a creare una felice congiunzione fra la forma linguistica semplice, immediata, contratta, mimetica, da una parte, e, dall’altra, temi, suggestioni e rimandi colti – da Balzac a Maupassant, da Hugo a Gogol, da Camus a Montale – che giungono a ritroso fino all’Olimpo e agli Inferi: il tutto – anche nel rimando mitologico – con riferimento alla contemporaneità, una per tutte la questione femminile evocata dalle figure mitiche di Alcesti ed Euridice, o meglio, più che questione femminile, la relazione fra l’aspettativa femminile e la risposta sociale (e pure individuale), spesso inadeguata. 

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Abbiamo detto di narrazione mimetica o, come usa pure, “illusione scenica”, cui spesso Maria Greco ricorre quando affida il racconto – piuttosto che a se stessa, cioè al narratore (esterno alla vicenda) – al dialogo tra i protagonisti della vicenda stessa (come avviene nel teatro che ne è rappresentazione esemplare). 

Del contesto narrativo: la quotidiana follia e l’identità 

E’ un libro diverso, questo di Maria Greco, pure per il contesto narrativo. Anche qui una premessa: una delle caratteristiche di questo libro è che esso spesso presenta situazioni dell’agire quotidiano, ma d’un quotidiano per lo più qualificato dall’ordinaria follia, follia quotidiana, di quelle situazioni cioè i cui protagonisti siedono raramente nei lettini dello psicanalista e che potremmo paragonare ai riflessi scombinati d’un caleidoscopio i cui specchietti interni (che sono non riconoscibili) sono impazziti.

Nel racconto L’ipocondria, una donna, la signora G. – alla quale il medico, dopo tutti gli accertamenti possibili eseguiti, dice «[...] da quest’ultimo esame non emerge nulla, tutto a posto» -  ascolta e accoglie questa diagnosi di buona salute  come una «sentenza di condanna a morte». E conforme è la sua reazione: emotiva, rabbiosa, isterica, quasi violenta. Vedrete, leggendo il racconto, che poi le cose sono più complicate di quanto non appaia, ma valga allo stato l’esemplificazione.

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Possiamo anche parlare di un contesto surreale, con la particolarità tuttavia che la narrazione si sviluppa sulla descrizione di una vicenda reale (non fantastica, quindi, né fiabesca) il cui svolgimento tuttavia è affidato a fatti eventi comportamenti che trascendono la realtà, per lo meno quella che riteniamo la realtà ordinaria, normale, secondo l’id quod plerumque accidit.

E qui l’Autrice ricorre ad alcuni espedienti letterari: (1) il paradosso, il grottesco, l’equivoco; (2) il gioco del doppio o (3) l’invenzione del sosia – elementi che si intersecano spesso nella narrazione letteraria, seppure ciascuno d’essi dotato di talune specificità:

(1) “Il signor F. è morto in treno” ma nessuno se n’accorge intanto, e da qui una serie di equivoci, per esempio il disappunto del viaggiatore ch’è appena salito in treno e che ha il posto assegnato proprio in quello dove è seduto il signor F. che è morto. Il viaggiatore insiste invano, presso il signor F. che è morto, di alzarsi per cedergli il posto. Ma invano, evidentemente…

Neppure i compagni di viaggio se ne sono accorti e s’accorgono che il signor F. è morto, per lo meno fino a un certo punto del racconto, e dopo, dopo ch’essi hanno preso coscienza del fatto, succedono altri eventi e si sovrappongono altre situazioni normalmente impensabili, e che conducono la storia nel binario d’una realtà d’ordinaria follia, fra paradosso e surrealismo… 

(2) Il gioco del doppio. Più che di una dicotomia fra il bene e il male - [esempi classici: Il signor Jekyll e Mister Hyde (R. Stevenson) come Il ritratto di Dorian Gray (O. Wilde)] - in Maria Greco  il doppio, cioè l’alternativa che travaglia l’uomo, pesa piuttosto sul piatto dell’identità (chi sono – che cosa voglio?), di pirandelliana ascendenza.

Ne è esempio il racconto del «ravanello piccante dentro il frigorifero» – in cui la protagonista vive un doppio ruolo: quella d’una bohémienne che tenta di fuggire «l’insipidezza del quotidiano», attratta dall’ambiente fantastico, creativo d’un teatro d’essai, da un lato; dall’altro, quella d’una donna che si trova a vivere nel labirinto soffocante d’una relazione di coppia  esaurita.

«Due vite insieme, senza una parola […] Cosa dirsi oramai che non sia già lì, dentro quei piatti e quel risotto […]».

In punto si gioca il tema dell’identità (chi sono? Che cosa voglio?). 

E se per Pirandello la soluzione è raggiungere come uno stato di follia, superare l’ovvio e il conformismo ovvero vivere al di fuori o al di sopra delle convenzioni sociali, sembra – a mio avviso – che la nostra Autrice preferisca la soluzione implicita nella domanda che pone José Saramago (L’uomo duplicato, 2002), una domanda retorica che è forse più inquietante poiché più inquietante ne è la risposta sottesa: “siamo sicuri di essere così unici e univoci?”.

«Sono io quella» – dice la protagonista di “Ravanello”– «Eppure è come se fosse un’altra me».

Come nello specchio, noi siamo il nostro doppio

(3) L’invenzione del sosia. Che poi è una variante del doppio. Ombra, riflesso, doppio sono tutti sinonimi, che attraversano i tempi letterari, da quello classico (Plauto, L’anfitrione) a quello romantico (Dostoevskij, Il sosia, 1846) fino al contemporaneo (Pirandello, Il fu Mattia Pascal, 1904 oppure Uno, nessuno, centomila, 1926; Calvino, Il visconte dimezzato, 1952; Saramago, L’uomo duplicato, cit.).

Nel mezzo (più o meno) di questo cammino, a un certo punto, sappiamo, è arrivato il dottor Freud che con Io-SuperIo, conscio-inconscio, coscienza-conoscenza offre a tutto questo una base di sostenibilità scientifica. Ma soprattutto ci dice della nostra duplicità (o molteplicità) identitaria. Noi siamo il nostro doppio (o molteplice).

Il sosia, il doppio, l’ombra – il sosia che porta la nostra stessa immagine e la medesima forma; il doppio di noi stessi che vediamo proiettato (sdoppiato) nello specchio; l’ombra del nostro corpo riflessa sulla strada o nel muro che costeggiamo – sono la rappresentazione, attraverso lo sdoppiamento di noi stessi, di quella molteplicità che ci accompagna nella ricerca, per l’appunto, di fuggire il quotidiano, sia esso insipido, scialbo, evanescente, oppure drammatico, infelice, ostile (“Ravanello” – “Il signor M. e lo specchio”).

Nel racconto de “Il signor M. e lo specchio”, Maria Greco dice – a mio avviso – proprio questo, la funzione al contempo rassicurante e stimolante, inquietante e onirica del nostro doppio: rassicurante perché mostra che un’altra realtà è possibile oltre l’esistente; stimolante perché ci impegna nella ricerca; inquietante perché destabilizza le certezze apparenti; onirica perché libera nel sogno e col sogno le nostre energie fantastiche.

Il signor M., infatti, rincasando la sera, si guarda allo specchio (come spesso capita a ciascuno di noi nella verifica finale di come ci siamo mantenuti durante il giorno), ma non vi vede riflessa la propria immagine né la propria ombra; entra ovviamente in crisi (una crisi di identità).

E, avviandosi come in un noir psicologico – privo dell’immagine allo specchio e dell’ombra – il signor M. comincia a fare congetture intorno alla sua identità ma non solo, intorno alla sua stessa esistenza e, come un commissario di polizia, inizia un’indagine tutta interiore – quasi al limite del paradosso… fino a quando… fino a quando lo scoprirete leggendo il libro.

Narciso e Socrate

Il discorso si amplia. Tiresia, il vate cieco “ebbe a profetizzare che Narciso sarebbe stato ‘felice’ fino a quando non avesse conosciuto se stesso” piuttosto che limitarsi a godere di se stesso come narcotizzandosi della propria immagine riflessa nell’acqua d’un laghetto. La profezia di Tiresia è l’altra faccia della nota sapienza antica iscritta nel pronao del tempio di Apollo a Delfi che fu la massima di Socrate «Conosci te stesso».

Infatti, noi sappiamo che, maggiore è la conoscenza di noi stessi, più profonda è l’insoddisfazione, l’inquietudine, la depressione, l’angoscia… che ci pervadono, nel conflitto fra ciò che si è e ciò che si vorrebbe o si potrebbe anche essere, seppure in mutate circostanze.

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In questi racconti di Maria Greco succede a taluni personaggi qualcosa di simile a ciò che succede a Narciso, cioè narcotizzarsi nella contemplazione e nel godimento d’una felicità tanto desiderata ma che è, però, solo inventata, non corrisponde ad alcuna condizione di reale benessere e risulta con l’essere inquietante, patologica, a volte pure drammatica.

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Ricordate la Signora P. – l’abbiamo già incontrata, la ricordate? Ella vuole una foto-ricordo insieme all’amica e al Signor F, che è deceduto nel suo stesso compartimento!

La Signora P. aveva deciso di «godersi la vita» con un viaggio in treno «davvero speciale», che doveva essere speciale perché così lo voleva, caparbiamente.

E il viaggio lo fa, la signora P., ed esso diventa per lei speciale – per l’appunto, con la morte del signor F. – perché in quella morte avvenuta in treno nel suo stesso compartimento Ella vede – come davanti a uno specchio inventato – il proprio desiderio d’un quid di speciale, d’«esotico», nella propria vita, per cui s’adopera a non considerarla, la morte, per quello che è, piuttosto a riconoscervi il proprio desiderio d’evasione, ridicolizzandola alla stregua d’una foto-ricordo, come se la vita (e la morte) fossero un gioco di saltimbanchi o d’animali ammaestrati, per l’appunto un momento d’«evasione dall’ordinario».

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Allo stesso modo, si specchia, il senatore ideale, nel laghetto del suo «compassato sussiego per il successo raggiunto». Gli succede una mattina che, alzandosi da letto e nell’atto di vestirsi per andare in Senato, giusto al punto d’indossare le scarpe, queste gli sfuggono di mano, saltellano, scappano, non intendono farsi indossare.

Il senatore le insegue senza riuscire ad acchiapparle!

Sicché Egli decide di andare ugualmente con qualche imbarazzo, ma anche con la sua consueta dose di cinismo, restio a comprendere che forse quell’evento surreale… sia una metafora, il rifiuto dei cittadini d’essere governati da siffatti tipi di governanti…

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Più drammatico il narcisismo della signora G. che abbiamo già incontrato, protagonista d’altro racconto (“Ipocondria”), a tal punto concentrata su se stessa da essere sopraffatta da frustrazioni ancestrali o dall’incapacità d’una relazione autentica – il rapporto col padre o col marito – se per l’appunto, come detto, avverte la diagnosi del medico – «tutto a posto» – come «una sentenza di condanna a morte». 

Il calzolaio e la bohémienne: tenero adagio e aria di vetro

E vorrei avviarmi alla conclusione. Abbiamo detto di umorismo, ironia, sarcasmo, di sorriso sorridente, triste, rassegnato, amaro… di fronte alla prosa spesso sgrammaticata della vita.

Poi c’è un altro aspetto dell’esistenza ed è pure un altro aspetto di questo piccolo libro di Maria Greco, piccolo, breve, ma denso e profondo. E’ la poesia, il verso, lo scorrere dell’esistenza ritmato su altro registro, anch’esso triste, se si vuole, ma nel cui sottofondo è possibile cogliere un adagio di tenerezza, dove le tensioni sembrano sciogliersi o quanto meno attenuarsi  lungo le correnti tranquille come d’un mare finalmente calmo.

La “Poesia” nella vita – come in questo libro – va ricercata e può essere trovata come avviene nel racconto di Nando (“Il calzolaio lettore”), che è un tipo particolare, ispira tenerezza, è uno di quelli (dei protagonisti) di questi racconti di Maria Greco che trasmette al lettore uno stato d’animo di tenero adagio. Egli è calzolaio e lettore, calzolaio di professione, lettore per passione, aspirante libraio, collezionista di libri… e anche autore d’un manoscritto, che è sgrammaticato, come lui stesso riconosce, ma che vuol pubblicare così com’è, per l’appunto sgrammaticato. Chissà che non vada lo stesso.

“I Miserabili” non l’ha ancora letto – ha letto Camus e tant’altro – perché tra scarpe da piallare e daffare familiare di marito, padre e nonno, non ne ha avuto proprio il tempo, ma si ripromette di farlo una volta che raggiunga il sospirato momento della pensione, oramai è agli sgoccioli, tre anni e poi due e poi uno … e alla fine vi giunge con un finale a sorpresa, come la sorpresa del benvenuto – “Giù il cappello” – che accoglie il cliente il quale  varca la soglia della sua bottega…

Non è che le vicende della sua vita gli siano favorevoli, ma Egli ha una filosofia della vita che forse, in qualche modo, riesce a compensarlo delle sue tante insoddisfazioni, non cade in depressione e neppure in angoscia, piuttosto in uno speciale, differente atteggiamento interiore che è quello della speranza, dell’attesa: mancano solo tre anni alla pensione, poi due poi uno… e poi ancora, non è ancora possibile realizzare il suo sogno poiché… mancano tre mesi…  

Aggiunge: «[...] mi sono preso un pomeriggio di libertà [...], metto gli ultimi libri negli scaffali, non ho ancora completato, mi siedo nella mia poltroncina in garage, mi metto a leggere… nella mia pace… mancano tre mesi […], dopo, forse, potrò riprendere I Miserabili [...]»  e poi? Poi leggerete quello che succede… 

Il Nostro Nando è immerso in un ordine di pensieri che, come il pendolo d’un orologio, oscilla fra monotonia e attesa, la monotonia del battito e l’attesa del nuovo; all’apparenza non ha e non dà pace, ma la sua è un’oscillazione che, a ben guardare oltre l’apparenza, dà sicurezza – come la sentinella di Isaia – cioè senso di ciò che rimane possibile oltre lo scorrere del tempo. Lui ripete il movimento del suo pensiero con indefettibilità, resiste – aspirante libraio, lettore e scrittore – nel labirinto di calzolaio, marito, padre e nonno. 

S’è fatto forte, come se fosse irrobustito al cammino nel sentiero della libreria da avviare, delle letture da completare, del manoscritto da pubblicare, come rassicurato infine dalla domanda e dall’attesa:  «Sentinella, quanto rimane della notte?».

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E sulla stessa linea – che se non vogliamo dire “poesia” possiamo pur evocare la suggestione dello scorrere dell’esistenza come il ritmo d’un verso o il fluire d’un ruscello – sulla stessa linea, dicevo, si muove la protagonista di “Ravanello” che s’allontana dal piatto conformismo d’ogni giorno per scegliere d’unirsi per un tratto della vita a un gruppo d’appassionati giovani teatranti, frequentandone i luoghi che somigliano a «quelle misere e romantiche pensioni in cui alloggiavano i giovani intraprendenti di Balzac e Maupassant o a quelle equivoche sale da ballo dipinte da Toulouse-Lautrec» e s’adatta a pedane scenografiche sgangherate, a vestiti di scena improvvisati, al disordine di «bauli sormontati da cento scatolini»… mentre dal tetto un po’ sconnesso penetra l’acqua che piove giù dal cielo e la bagna ed Ella non intende spostarsi da questo luogo in qualche modo rabberciato a teatro «per timore di rompere (o che si rompesse) qualcosa, un’aria di vetro»…

un’aria di vetro – è la citazione breve, appena accennata da Maria Greco, quasi timida – giusta quanto serve tuttavia per inondare di poesia  il suo nuovo scenario esistenziale nel pensiero – con il verso di Eugenio Montale Forse un mattino andando in un’aria di vetro… – (col pensiero) di lasciarsi «il nulla alle spalle, il vuoto dietro di me, con un terrore di ubriaco […] ed io me ne andrò zitto tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto». In cammino, nell’attesa – «Sentinella, quanto rimane della notte?» - che qualcun altro degli uomini si volti per accorgersi del nulla alle spalle, del vuoto dentro se stesso…


 

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Il canto, la chitarra, la campagna, le cicale per quel di Fossadacqua

Il canto la chitarra la campagna le cicale

[Prova d'autore]. Il Nostro era nato e cresciuto nella primitività originaria della natura di Scordia ch’Egli s’era modellata alla sua maniera – il canto la chitarra la campagna le cicale – col corredo secondario d‘un adagio gaudente e col beneficio d’una suggestione che l’accompagnerà per lungo tempo… E non è che, indifferente, indolente, finanche apatico com’era, avesse tanta voglia di matrimonio e di responsabilità che potesse sgorgargli da quella giocosità (invero ambigua) del carattere ch’Egli aveva coltivata e ch’era stata per Lui foriera, più che di voglia di vivere, di “desiderio d’indolenza”. 

[Desiderio d’indolenza! No! Non vuol essere un giudizio di morbosità veritativa postuma né gratuita irriverente cattiveria esercitata in memoriam…].

Vuol dire trascrizione dell’esistenza d’un bambino che cresce con l’abbandono al silenzio che ti penetra e ti parla quando sei bambino come il Nostro a quei tempi di Scordia e sei disteso, il capo appena sollevato da terra da una pietra che l’accoglie, i fasci di luce lunare che ti colpiscono mentre due cicale friniscono e tu che sei bambino come il Nostro sai già, a differenza d’altri bambini, di che si tratta e della sensualità che v’è impressa, in quel suono, e sai che quelle due cicale vivranno quella sola estate e non raggiungeranno l’autunno prossimo, lo sai perché te l’ha detto la Natura quando riesci a conoscerla e penetrarla e riesci a parlare con lei, come aveva appreso a fare il Nostro, seguendo “solitario” i fratelli maggiori alla scoperta della natura e della libertà dell’essere nelle notti allunate, durante il giorno spesso occupato ad aspettare, attraversando “solitario” sotto i raggi infuocati i viottoli della sua terra segnati dalla cura di suo Padre, mentre lui, il Nostro, l’attendeva, il Padre, solcando quei viottoli, inseguendo la lucertola che gli tagliava il passo e che riusciva a fuggire impaurita o incrociando un serpente che gli strisciava lesto davanti scappando al rumore dei suoi passi, ma il Nostro non lo vedeva come raccapricciante perch’Egli sa che è solo una di quelle piccole serpi, bisce d’acqua, che non fanno male e non ti mordono…).

Il frumento  ondeggiava al soffio d’aria, all’alito di vento…

Poi, «… quando torna Papà?» chiedeva a sua Madre, e Lei di rimando «… tornerà, tornerà» ma non diceva quando e così i giorni passavano senza ch’Egli avesse nulla da fare, senza ch’Egli avesse voglia d’alcunché da fare né d’alcuno con cui discorrere che non fossero i suoi fratelli, che però Egli spesso vedeva allontanarsi mentre proseguiva da solo, quando divenne un po’ più grande, lungo i viottoli della campagna, capace d’avventurarsi nell’ascolto della cicala, nell’attraversamento del campo di grano quando il frumento era già alto e ondeggiava al soffio d’aria, all’alito di vento…

Poi un giorno s’alzava, di buon mattino come sempre, come voleva «mamma Santuzza», e dirigendosi svogliato nella sala della colazione d’improvviso i suoi occhi… gli occhi gli si illuminavano alla vista del Padre ch’era già seduto al suo posto nel tavolo ovale che li accoglieva tutti e cinque, marmellate, miele pane e tazze che si riempivano di latte ch’era stato appena munto dalle mammelle delle mucche, quindi fatto bollire, e che veniva adesso versato da boccali in terracotta, il pane fresco era già pronto ma la mattina s’aveva a consumare quello del giorno prima…

E allora, alla vista del Padre, il Nostro sentiva rinvigorirsi l’animo ancor prima del corpo, aspettando con trepidazione di tuffarsi con lui nel gruppo fra contadini col capo coperto di cappelli di paglia e contadine le cui chiome lunghe erano scomparse, raccolte sotto l’ampio fazzoletto abilmente annodato dietro la nuca, tutti quanti attesi al lavoro del campo di grano sotto il sole di luglio – «… un raccolto che manca… », diceva suo Padre, «… ed è fame per tutti» – e osservava il falcetto per la mietitura, l’uso che se ne faceva e l’accortezza di chi l’usava, qualcuna di loro aveva la mano fasciata, non tutta, solo il pollice e l’indice di quella sinistra con la quale afferrava le spighe destinate al taglio del falcetto impugnato con l’altra mano…                    

 All’acqua!

Poi alla sera, con un carro, raccoglievano i covoni e li trasportavano sull’aia dove sarebbe avvenuta la trebbiatura –  le trebbiatrici a vapore, ch’erano costose, suo Padre non se le poteva permettere e venivano noleggiate da fuori e occorreva far presto per pagare il meno possibile  – e poi la sera, stanco, sfiancato, di ritorno tutt’insieme, contadini e contadine, il Nostro s’aggrappava alla coscia robusta, muscolosa, resistente di suo Padre che non era di troppe parole né d’espansione e che Gli poneva teneramente la mano sulla testa proseguendo celermente subito dopo con una scoppola e un ordine: «All’acqua!».

Il Nostro sapeva ch’era l’ultimo, perché i suoi fratelli maggiori l’avevano preceduto, profittavano dell’età per tuffarsi prima di lui nell’acqua per la pulizia ch’era il sistema per terminar di lavorare prima e scansare l’ultima fatica, mentr’Egli, contento, aspettava proprio quel momento invece per restare da solo con suo Padre, coglierne il calore della mano che gli sfiorava i capelli, attenderne l’ordine – «All’acqua!» – e tutto questo senza la concorrenza prevaricante dei fratelli, che lo prevaricavano, lo anticipavano, lo strattonavano, in fondo loro erano più efficienti di lui che ancora non aveva forza adeguata alla fatica e al peso anche se si impegnava e correva su e giù, e cercava di far prima degli altri a trasportare più covoni ch’era possibile trasportare… aspettando un soffio d’aria, un alito di vento che allontanasse la paglia e facilitasse la caduta del chicco di grano in discesa repentina come un peso di piombo verso il centro del corso dell’aia…

Diceva, suo Padre, che presto sarebbe arrivata una mietitrice meccanica, che sarebbe stata trainata da cavalli o da buoi… e sarebbe stato un gran risparmio, di lavoro e di tempo… un buon profitto!

 Una domenica speciale

La domenica s’andava a messa, ma non era la messa popolosa del mezzogiorno e neppure quella d’élite del pomeriggio, la domenica era un giorno di riposo, ma per gli altri, perché invece il Nostro e tutta la famiglia avevano una levata ad ora mattutina anche la domenica, e quando tutti loro giungevano nella Chiesa di San Rocco, era la prima messa – che d’inverno non c’era ancora luce – quella recitata per i confratelli che vi risiedevano, non v’era altri con cui condividere il ritmo dell’incomprensibile liturgia, la lettura evangelica, il salmo, la teoria della recita eucaristica…  Gliel’aveva sentito dire al parroco: «donna Santa, a missa e va bonu, macari ca cumunione si vuliti, ma nun c’ha ghiessere nuddu ca vi vidi». 

Poi, un giorno, che aveva otto anni, quel giorno in Chiesa giunsero più tardi del solito, circa le otto del mattino, ma non era domenica, era di sabato e la messa non era di precetto, ma era una ricorrenza speciale per suo Padre e sua Madre, gliel’aveva detto suo Padre; quella mattina non c’erano solo loro in Chiesa, c’erano altri e altri due signori, l’uno era Rocco l’altro Nicola che poi a un certo punto s’alzarono dalla panca avvicinandosi all’altare, al prete che celebrava, don Sebastiano Salvo, e si chinarono a firmare un gran quaderno… e lui, il Nostro, ci stava male con quella cravatta che gli stringeva il collo e lui non c’era abituato; non capiva poi perché suo Padre e sua Madre giuravano di fare le cose che già facevano a casa, amarsi e rispettarsi, e che l’Uomo è il capo della famiglia com’era suo Padre che comandava i contadini e le contadine ma poi…

Poi, quando Papà andava via, era sua Madre che comandava contadini e contadine e dava le paghe e il Nostro chiedeva a sua Madre «… quando torna Papà»; Lei gli rispondeva «… tornerà, tornerà», il tono era dolce ma non era incerto, anzi rassicurante e lui, il Nostro, in fondo se n’era accorto più o meno – Gli sarà chiaro più tardi – che novantanove su cento, le famiglie sono lo specchio della donna che le dirige…, e si chiedeva chi fosse veramente il Capo della famiglia… suo Padre o sua Madre?

E questa cosa non gli andava proprio giù perché lui era l’Uomo come suo Padre e quando anche lui avrebbe avuto una donna bella come sua Madre – ma lui, si chiedeva, l’avrebbe mai avuta una donna bella come sua Madre? – allora sarebbe stato lui a comandare, in campagna come a casa, come suo Padre comandava i contadini e le contadine che s’annodavano i capelli e si fasciavano il pollice e l’indice… sarebbe stato lui a comandare «come la cicala, ch’è “la cicala-lui” che canta il suo suono», gli spiegava suo fratello il maggiore, «il canto della femmina manco s’avverte, “lui” frinisce e “lei” lo sceglie perché quel canto le è entrato dentro e non può più farne a meno»…

Come faceva suo Padre che di ritorno a casa la sera in testa ai suoi contadini e alle sue contadine che Lo seguivano dopo il lavoro ai campi lanciava un fischio, ma non era un fischio, era come l’assolo d’un musicista che riusciva a far vibrare l’aria, era come una melodia ch’Egli era capace di suonare col movimento delle labbra appena pronunciato…


 

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MARIA ANTONIETTA FERRALORO – L’orologio del Gattopardo e i contrappunti umani

Suggestiva performance di Maria Antonietta Ferraloro alla libreria Ubik di Acireale nella presentazione del suo L’Opera-Orologio. Saggi sul Gattopardo (Pacini Editore, 2017) con gli interventi di Giuseppe Giglio e Marilina Giaquinta.

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Già autrice di Tomasi di Lampedusa e i luoghi del Gattopardo (Pacini Editore, 2014), la Ferraloro offre adesso al lettore uno strumento meno noto del noto romanzo ma più approfondito per la conoscenza del Lampedusa che fuoriesca da banalità, ovvietà e simili che spesso ne accompagnano i commenti.

Si tratta, infatti, del ragionamento colto e adeguatamente calibrato ch’Ella sviluppa su Lampedusa, attraverso le “Lezioni e gli epistolari”, applicando il criterio, indicato dallo stesso Lampedusa, di «smontare un’opera letteraria esattamente come si fa con un orologio: osservare da vicino congegni e automatismi [che] permette di carpire i segreti del suo funzionamento», anche se “si ha un bel smontare i meccanismi dell’orologio del genio; rimane sempre un ‘quid irrazionale’ “.

Il libro – ottimo lavoro della Ferraloro – si sviluppa attraverso due saggi – “La Magia trasformatrice. Il ‘Gattopardo’ e il ‘tradimento’ della letteratura di genere” e “Morfologia del solidarismo. Tomasi e la cognizione del dolore” – corredato quindi di ampia, essenziale bibliografia.

Fra i suoi meriti, quello di presentare Tomasi di Lampedusa in una dimensione culturale che ne riconosca la dimensione europea non riduttivamente siciliana e ne colga la contestualità letteraria oltre lo stesso “mito” del Gattopardo.

Il quale è anche il romanzo della fine d’un’epoca, d’uno stile, d’un linguaggio su fili spezzati di pensiero, di vita e di morte, ma è anche (e forse soprattutto) l’analisi scandagliata e penetrante dello spirito umano – come sottolinea l’Autrice –  fra eroismi apparenti e fragilità nascoste, fra tensioni letterarie e crisi esistenziali, fra passione sensuale e cenere coniugale. 

Un romanzo di contrappunti, per l’appunto. Ce ne sono tanti: in primis, dall’eccellenza di don Frabrizio, principe di Salina, alla volgarità ignorante di don Calogero Sedàra. Poi altri a seguire: alla docile e pudica principessa Maria Stella che si negava l’ombelico fa da contrappunto la generosa Mariannina palermitana; all’esuberanza primitiva e al «fascino sensuale» della «bella Angelica [...] con l’appetito dei suoi diciassette anni», la ritrosia bigotta di Concetta Salina; dall’ingenuo e integerrimo, fiero savoiardo ma sprovveduto in fatti di Sicilia, messo piemontese, cavaliere Aimone Chevalley di Monterzuolo al «galantuomo povero e miserabile» di don Ciccio Tumeo che insiste a resistere come «borbonico schifoso» forse «più signorilmente del principe di Salina» (commenta lo stesso don Fabrizio!)…

Da tutto questo, forza e debolezza umana – secondo il suggerimento della Ferraloro – si dispiegano nel passaggio – come in una metafora - da un’aristocrazia come classe ad un’altra come superiorità d’altra specie («l’aristocrazia del sapere e della probità», avrebbe detto qualcun altro insigne) dove ciò che conta non è il gradino della scala sociale ma quello delle qualità dell’essere umano come, da ambiti diversi,  ci dicono Luchino Visconti  e Pier Paolo Pasolini, per certi aspetti contrapposti, per altri sovrapponibili.

Come sono sovrapponibili, poi, le due immagini tomasiane: l’una la carcassa di Bendicò – «con gli occhi di vetro carichi dell’umile rimprovero delle cose che si scartano» – che vola giù dalla finestra «ricomponendo per un istante la sua forma» prima di toccar terra ed essere «buttato in un angolo del cortile che l’immondezzaio visitava ogni giorno»; l’altra, il corteggiamento della morte da parte don Fabrizio – «Tu, zione, corteggi la morte», gli si rivolge Tancredi – e «la bella aveva detto il suo “sì”, la fuga decisa, lo scompartimento del treno riservato»: l’una (la carcassa che vola giù) e l’altro (il corteggiamento della morte) convergenti nel senso della caducità – e fragilità – dell’umana natura e del comune destino.

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IVO CELESCHI. Cronaca d’un video con conferenza ovvero il ritmo irrequieto dell’architettura come poesia

Frammenti d’architettura, d’arte, di vita, di solitudine…

IVO CELESCHI – architetto e professore - artefice irrequieto e straniero a se stesso… di fronte al suo passato, al presente, al futuro: un architetto che «da vecchio continua a cercare», perché non si finisce mai di conoscere e capire, avverte un’assenza o forse più d’una… Le sue assenze sono schegge, feriscono, a partire da se stesso;  le trascrive, assenze piante e presenze superflue, in un video – dal titolo emblematico: «Sconosciuto a se stesso» – che ha la durata 16 minuti (e qualche secondo), lo spessore dell’esistenza, la cifra cinematografica d’un cortometraggio, il valore documentale d’alcuni frammenti… frammenti d’architettura, d’arte, di vita, forse anche  di solitudine…

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L’architetto Ivo Celeschi, già titolare della cattedra di Restauro presso l’Accademia di Belle Arti di Catania e autore di numerose pubblicazioni, ha curato il restauro del Castello di Leucatia di Catania, dell’ex Chiesa S. Michele Minore, della chiesa di San Nicolò a Mascalucia, il restauro e la riqualificazione della Villa Pacini e realizzato i monumenti a San Giovanni Formisano, al venerabile Capizzi e a San Giovanni Bosco. 
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…frammenti d’architettura, d’arte, di vita, forse anche  di solitudine… E non sfugge ad alcuno quanto il frammento – si tratti d’archeologia o di vita – abbia importanza perché sollecita l’intelligenza a conoscere e riconoscere i tratti differenti di ciascuno al confronto con l’altro, le cesure procurate dal tempo oppure dalla mano sapiente o insipiente dell’uomo, a porlo con discernimento accanto agli altri frammenti per incastrarlo infine nel puzzle o nel mosaico, componendovi o restituendovi il senso compiuto… Non sempre il gioco riesce – nell’arte come nella vita – non sempre riesce di assemblare il puzzle, di ricostruire il mosaico, di chiudere il cerchio come suol dirsi, inseguendo, a volte invano, il solco circolare della linea che, nell’arte come nella vita, dovrebbe condurre la fine della storia a collegarsi col suo punto d’inizio.

Ho detto: arte, architettura, vita, solitudini… si potrebbe dir altro. In realtà il testo proposto dal video di Ivo Celeschi e che egli stesso legge con voce fuori campo è ad ampio spettro, tratta di tutte queste cose, che sono, sì, cose diverse ma non sono separate fra loro, e – in una personalità libera e complessa – rappresentano elementi che corrono come in un unico conduttore, contaminandosi l’un l’altro, pronti ad aggregarsi in una riuscita sintesi oppure a deflagrare.

Scorrono le immagini e la voce fuori campo trasmette coacervi di senso, tra cui districarsi. E mentre Egli legge,  Le Penseur di Rodin, evocato in fotogramma, domina l’atmosfera quasi rarefatta, al Castello di Leucatia.

Il filmato propone parole immagini, musicheconosceremo o riconosceremo, vedremo o rivedremo, monumenti, edifici, chiese, cupole, absidi, grattacieli, spesso gli uni vicini agli altri nella loro fisicità ma distanti negli stili e nel tempo oppure lontani nello spazio gli uni dagli altri; osserveremo scale di pietra e viandanti testardi/incerti, graffiti, colori e segni di culture underground, strade medievali attraversate da note di jazz… panorami, albe o tramonti, nuvole riprese dall’aereo che le sorvola quasi planandovi oppure vecchi giardini e panchine sgangherate… altro.

Una confessione ovvero dell’ingenuità perduta

E mentre tutto questo buca lo schermo, l’architetto Celeschi è spoglio del suo ruolo, uomo nudo come la statua di Rodin e, a dispetto dell’apparente vigoria, dell’uno e dell’altra, la voce ha tono incerto, seppure fermo, fermo nel dubbio della domanda, quasi una confessione. 

«Ho peccato forse», riconosce, «perché della vita ho capito troppo togliendomi ogni illusione ma ho conosciuto grandi stupori sfuggendo al tedio» oppure ho peccato d’ingenuità la quale tuttavia «mi ha dato la voglia, una voglia che è rimasta intatta,  di capire il tempo che sta per venire». Una confessione che, davanti allo schermo bianco, a poco a poco prende corpo, per la prima volta, con lo smarrimento della prima volta, s’abbaglia come di luce improvvisa, si ritrae quasi per paura come gli capita innanzi alle variazioni delle tonalità cromatiche… «tutto ha un’eco dentro di me».

Anne-Marie Zilberman, Larmes d'or

La sensazione che l’architetto-professore trasmette è quella dell’ingenuità perduta, forse tardi, forse non è la prima volta, la perdita dell’innocenza…, interrogarsi ogni giorno di cose di cui non s’è avuta a quel tempo contezza, al tempo in cui forse sarebbe stato giusto accorgersi!

Si volta indietro, l’architetto-pensatore, sguardo a ritroso, le assenze si fanno sempre più pesanti, più presenti, più pregnanti; le certezze sfumano… davanti all’intelligenza attonita, costernata, tragicamente e paradossalmente felice, dinanzi alla scoperta, drammaticamente irrequieta, ironica, sarcastica, a seconda… icastica: «tutto ha un’eco in me», corpo, luce, colore, rumori…

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Ma chi ha detto che il passato è lì, statico, immobile nella sua fissità? Mentre il Nostro architetto ci dice del suo video, continuo a osservare nella mia mente Rebecca al pozzo nella rappresentazione di G.B. Piazzetta e mi confermo nella scoperta d’un’intenzionalità inedita, Eleazaro e Rebecca, l’uno qui non è servo-messia, l’altra qui non è destinataria della promessa di nozze di Isacco…

Qui, Eleazaro e Rebecca – come soli nonostante coralità, ancelle e cammelli – sono protagonisti d’un insieme allusivo che oltrepassa lo stilema della classica tradizione sacra a questa ribellandosi con la raffigurazione di Rebecca che s’erge nella pienezza della propria femminilità, sopraffatta dalla domanda inespressa che, incredula, rivolge a Eleazaro, fissandone gli occhi che la guardano con sfumatura d’incanto profano…

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«Siamo uomini liberi?», si interroga Celeschi. Siamo certi d’essere stati noi stessi, e solo noi, arbitri del nostro destino? Le nostre azioni, le convinzioni, la spinta che ci ha diretto sono frutto del nostro pensiero o non sono stati piuttosto dettati da «giudizi e pre-giudizi che altri hanno formulato per noi»? 

«Il passato mi ha assatanato l’anima di convinzioni che non sono mie»! confessa il Nostro quasi con rabbia, con amarezza, biasimandosi dell’ingenuità… E allora «io chi sono?»: libertà in esercizio o frutto della «violenza del passato, di influenze che vengono da lontano – mio padre, mio nonno… – e che non sono mie», allo stesso modo in cui analoghe influenze non sono nostre, di ciascuno di noi, ma ci hanno condizionato con la forza del «patrimonio genetico»? 

La ribellione, il viaggio

Salvatore Albano, Gli Angeli Ribelli

«Arriva un punto dell’esistenza in cui prendiamo coscienza di ciò e finalmente ci ribelliamo e, ribellandoci a ogni forma di pressione esterna subìta, cominciamo a camminare da soli, a pensare autonomamente, ad agire da uomini liberi».

Ribellarsi: «sete di vivere ancora per sperimentare, sete di futuro; ripartire, intraprendere un nuovo viaggio perché vivere non è ricordare  ma scoprire che cosa c’è oltre l’orizzonte che s’è dilatato».

«Ma riusciremo finalmente ad essere uomini liberi?».

Giorgio De Chirico, Le muse inquietanti

L’inquietudine, l’irrequietezza, l’ansia, domande senza risposte, risposte inesaustive, sono una spinta tenace, caparbia quasi violenta che manifesta intenzione, determinazione di penetrare ancora nello spazio appena incoato del futuro, quasi lo forzasse, il futuro, come portone resistente d’una fortezza inespugnata, dove scorrono pensieri in libera uscita, musiche, suggestioni fantastiche e miraggi reali, e parole ragionate intorno a disegni, grafici, progetti, idee, speranze, voglia di cambiamenti: una metafora dove arte e bellezza, architettura e vita, «note di jazz e stradine medievali» si fondono in una sintesi inesplorata che, queste suggestioni, contaminandosi, le contenga tutte… con il loro fardello di incomprensioni, domande senza risposte, risposte a volte inutili, inefficaci… perché ognuno deve fare, agire, pensare da se stesso, liberandosi da quelle formule innate che ci sono state tramandate da altri, a priori dentro di noi… ma senza di noi,  che a volte ci sono sembrate venire dal di dentro… e invece.

Il passato eterno

Carlo Carrà, Il movimento del chiaro di luna

Guarda al passato Ivo Celeschi, ma la sua mente, la volontà, la coscienza sono proiettate nel nuovo viaggio da intraprendere, attratte dal futuro dove, a dispetto d’ogni novismo ignorante e irriguardoso, il passato – quello eterno – ci sta tutto e continuerà ad esserci… perché – com’è stato acutamente osservato – se abbassi il chiaro di luna, come predicavano i futuristi, cosa resta del cielo?

Resta il cielo, per l’appunto, come resteranno sempre nel futuro cupole, absidi, palazzi, monumenti, ruderi, altro, che il passato ci ha consegnato e continuerà a consegnarci, a noi, ai nostri figli e nipoti, a chi verrà dopo, e che non tramonterà mai e che, perciò, sarà sempre così, sempre futuro!

Il Castello d'Aci Castello

La Chiesa dei Minoriti, Catania

Il futuro del passato: come noi stessi, che siamo, che siamo diventati il futuro del nostro passato, quello cui pensavamo quand’eravamo giovani, inaspettatamente arrivato in questo nuovo spazio del tempo e nel quale – quasi colti in una senile perdita d’innocenza – ci accorgiamo che continuiamo a scorgere il panorama d’allora, interni ed esterni, i luoghi dell’anima e quelli del corpo, i luoghi che abbiamo abitato e continuiamo ad abitare, che sono loro ma non sono gli stessi, che abbiamo percorso cento mille e ancor di più volte, dove, in genere per caso, abbiamo amato, gioito e sofferto, pianto e riso, dove siamo invecchiati, come Catania per caso per Celeschi, anche se non è la sua città d’origine… con la Cattedrale, la Chiesa dei Minoriti, l’Anfiteatro romano, il Castello d’Aci Castello nei dintorni, altro…, «un’armonia ineguagliabile», che non può guardarsi – ora come allora, oggi come domani – senza ammirazione… «[...] tutto era materiale ricavato dalla terra, pietra lavica, pietra da taglio, sabbia lavica, terra bruciata dal calore della lava, argilla, tutto, utilizzato in una tecnologia limitata, che ci ha dato come conseguenza architetture di un’armonia incomparabile [...]».

«Essere se stessi dopo essersi riconosciuti»

Che se non fossero stati di quei tempi –  osserva Ivo Celeschi – un Vaccarini, un Battaglia, un Malerba, altri, forse sarebbero stati «più audaci, più folli, più liberi di quanto non riuscirono ad essere, di quanto non diventammo noi stessi».

Negozio Frigeri, Via Manzoni, Catania

La Cattedrale di Catania

In realtà anch’essi a loro modo lo furono, si pensi – ricorda Celeschi – al fabbricato di Tommaso Malerba situato alle spalle della Basilica della Collegiata di Catania, una «gemma liberty» [Negozio Frigeri] ch’egli non esitò ad appoggiare al sistema absidale della basilica di stile tardo-barocco, realizzando nei primi anni del Novecento un insieme misto di «libertà ed eleganza» che mentre non trasmette senso alcuno di violenza rispetto al passato allo stesso tempo rende concreta «la ribellione» rispetto ai vincoli e ai condizionamenti dell’a priori.

La medesima voglia di cambiamento  aveva spinto Vaccarini, secoli prima, a progettare in stile settecentesco il rifacimento della Cattedrale distrutta dal terremoto del 1693 resistendo alla forza di quel passato tracimante nella forma e con «la forza ineffabile consistente commovente» di quelle absidi nelle quali s’avverte tutta quanta «l’austerità e la potenza del medioevo»!

La Chiesa di Sant'Agata al carcere

Sono tanti gli esempi che incrociamo – prosegue Celeschi – in una passeggiata per la città. Battaglia per esempio «ha incastrato nel prospetto settecentesco della Chiesa di S. Agata al Carcere – che è equilibrato nella sua composita, misurata, controllata architettura – un portale medievale, nettamente medievale» tutt’altro che impaurito, il Nostro, dal dovere d’attenersi a una armonia formale dalla quale infatti egli si allontana per «essere se stesso dopo essersi riconosciuto», come avevano fatto Vaccarini, Malerba, come farà Curzio Malaparte commettendo ad Adalberto Libera la progettazione – alla quale egli non restò estraneo – della propria casa a Capri.

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Celeschi si sofferma sul punto. Anche la sua apertura alla modernità avanzante sembra per un momento vacillare di fronte a questa costruzione  che Malaparte volle  e che manifesta in evidenza, fin troppa evidenza, un carattere irriguardoso e la determinazione pervicace, ostinata

Villa Malaparte, Capri

finanche violenta, indifferente alla totale mancanza di rispetto che essa introduce con l’atmosfera isolana, la sua quiete, l’ambiente riposante, i colori sfumati dell’orizzonte, pure con l’aria che respiri…

L’armonia, Curzio Malaparte, la realizzò con se stesso, con l’idea di una vita non comune, «una casa come me, una vita come me, un lavoro come me, scelte che siano mie»; Celeschi insiste sul punto, c’è un che d’autobiografico in questa sua rappresentazione, un sentimento profondo e una convinzione finalmente maturata, rinnovata in consapevolezza: ingenuità denudata, innocenza perduta!

La tecnologia, l’affronto… «andare da soli senza rimorsi»

Vennero – come verranno, come sono venute – le avanguardie, e continueranno a sopraggiungere, a sopravanzare; sono i nuovi linguaggi, nelle lettere come nelle arti, nella vita come in architettura, dove «la potenza della tecnologia trova forse la sua più felice, libera, creativa espressione».

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Quale senso di perfetta armonia – sottolinea Ivo Celeschi al riguardo – non sprigiona l’insieme della Stazione di Roma Termini? Essa venne progettata e realizzata in un momento di gioia, di slancio, di speranza del secondo dopoguerra, con «l’accostamento affascinante» fra la sua pensilina in cemento armato, modulare, sporgente, essenziale, semplice, e il rudere della fortificazione difensiva d’età romana, fra «la testimonianza» dell’angoscia d’invasioni barbariche e la vitalità del transito di viaggiatori moderni, mentre un coro architettonico classico di fronte la Stazione con la sua ripetitività tecnologica, spaziale, funzionale – le Terme di Diocleziano, Piazza Esedra, Santa Maria degli Angeli – contribuiscono a conferire all’insieme – conclude il Nostro al riguardo – «un fascino senza eguali», il ritmo dell’ «architettura come poesia».

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Norman Foster, Il Cetriolo di Londra

Frank Gehry, Casa danzante, Praga

La tecnologia, prosegue il Nostro, ha aperto spazi smisurati alla possibilità di fare, quasi senza più limiti, e «l’architettura è la scienza, l’unica arte ad esaltarsi così fortemente nella tecnologia», che maggiormente utilizza le tecniche moderne, ne sfrutta le potenzialità – «sbalzi coperture spazi al limite di ogni avventura…» –  in una libertà quasi assoluta e tutto questo può sembrare «un affronto» alla memoria, allo stesso modo in cui – nell’ansia di libertà che lo sospinge – può sembrare «un affronto la scelta del figlio che, per andare da solo, si ribella al padre lasciandolo pietrificato dalla delusione e dallo sconforto… per andare da solo, da solo… e senza rimorsi».

E così sono andate da sole – da sole e senza rimorsi – generazioni successive d’architetti come

Renzo Piano, Beaubourg, Parigi

Norman Foster, Frank Gehry, Renzo Piano, altri, ricorda Celeschi. Succederà poi ancora una volta che anche tutto questo  - avanguardie architettoniche come quelle giovanili assorbite nelle metamorfosi degli anni, dei secoli – tutto questo diventerà nel tempo a venire anch’esso passato, memoria, storia, e potrà apparire armonia - «armonie incomparabili» - che adesso non capiamo, «un passato di alternanze» che un giorno forse capiremo se, fieri di non stancarci, continueremo il nostro cammino di disincanto, col coraggio di depositare strada facendo, come larva consumata, ingenuità e innocenza, coltivando semi di ribellione necessaria a migliorarci, a cambiare  per continuare a sognare, intravedendo il miraggio di un mondo migliore.

E tutto ricomincerà daccapo, come nel solco della circolarità della linea che ricongiunge la fine d’ogni storia al suo punto d’inizio…

Il disincanto

Conclude l’arch. Celeschi:

«Me ne vado ogni tanto, perché se vivere è un viaggio  cerco di capire, prima che il mio viaggio sia finito. Appena mi allontano è come un risveglio, tutto ha un’eco in me, le strade, i grattacieli, i rumori, la stanchezza, le città, la solitudine mi danno una tensione che mi dà la forze per capire quello che prima non mi ero chiesto [...] scoprire che il futuro è una realtà aumentata [...]. Partirò ancora, fino a quando potrò, per trovare. Fra non molto saprò che non ho niente da dimenticare, continuerò ad amare le mie incantevoli tristezze, a riempire le mie memorie di ricordi che non diventeranno mai passato, rimarrò così un uomo che come tutti sarà  per se stesso sempre uno sconosciuto».

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Trovare, conoscersi, riconoscere se stessi, l’altro, l’universo; dramma antico e sempre contemporaneo quello della conoscenza di sé e degli altri, dell’universo e delle sue leggi meccaniche e perfette ma nel contempo incontrollabili e assurde, col fardello di angoscia, paura, peccati, desideri, passioni, speranze, che conoscenza e universo portano con sé, i problemi maledetti dell’uomo che non s’acquieta dinanzi all’inevitabilità, impenetrabilità del reale, della vita, dell’amore, della morte… Rimase deluso Michelangelo nelle notti insonni davanti al suo Mosè, lo rivediamo battere il suo scalpello sul ginocchio dell’immensa statua posta a sigillo del sepolcro di Giulio II e chiedergli – implorante e corrucciato, quasi iroso – «Perché non parli?», implorante, corrucciato, iroso, tanto forte era l’ansia di coglierne la vitalità, l’attesa di riconoscervisi, in quel manufatto d’arte, d’architettura… di vita, l’ansia di riconoscervisi e d’esservi riconosciuto; ne restò deluso, di quel silenzio infinito, sordo, indifferente né, durante la vita, ebbe modo d’udire mai la voce di Mosè rivolgerglisi, ignorando tuttavia che, a dispetto della vita vissuta e della morte apparente, nei seicento e passa anni successivi le generazioni seguenti fino ai nostri giorni, quel Mosè, l’avrebbero sentito dire tante cose sul suo artefice e sulla sua irrequietezza!

Cristo Pantocrator della Cattedrale di Cefalù, Palermo

Noi abbiamo sentito d’Ivo Celeschi e della sua irrequietezza, della voglia di vita che è voglia di futuro, della sua speranza di capire il tempo che sta per venire, un architetto che «da vecchio continua a cercare» reagendo alla tentazione di fermarsi, cullarsi nella nostalgia o assopirsi nella sedentarietà, rifugiarsi in un passato che sarebbe privo di vita, come arrendersi al tempo che, in fondo, sarebbe decisione di finire, finire anzi tempo mentre «il futuro s’è dilatato» e c’è ancora altro da capire, saperi da apprendere, conoscenze da approfondire, tecniche da sperimentare, sensazioni da percepire, sentimenti da provare, dolori da soffrire, tempeste cui resistere e tentare di sopravvivervi, strade non ancora solcate da percorrere… anche un Dio cui affidarsi seppure nell’assenza della fiducia a credere in un Dio impegnato a proteggerci!    

Galilei dal Granduca Cosimo II.

Ma poi, «quale Dio?» si chiede Celeschi. Anche la storia dell’architettura sacra – come quella della filosofia o della teologia – ci dà rappresentazione della diversità dello stesso Dio, egli precisa, si tratti dell’evidenza certa, immediata di «quello della Collegiata con le sue navate, gli affreschi al soffitto, le colonne, la striscia per terra, la luce», oppure di quello seminascosto della Badia di Sant’Agata che sembra «venir fuori dal dubbio che ci ha insinuato Galileo Galilei».

Il dubbio, la ricerca, l’incerta circolarità della linea che dovrebbe condurre a ricongiungere la fine d’ogni storia al suo punto d’inizio, il disincanto infine, tutto sembra convergere nella composizione d’un ritmo alternato, irrequieto, che – a partire dall’architettura – accompagna il volgere della vicenda umana come una poesia a schema libero.

 È la vita e non la morte a non avere confini

Bertrand Lavier, Panton sur réfrigérateur, 1989

Ero giovane decenni addietro quando, all’ingresso del Palazzo tardo-barocco del Municipio d’Acireale, un artista installò come opera d’arte, in occasione d’una Mostra,  un bianco frigorifero sovrastato da sedia in plastica di colore rosso. Pensai a un imbroglio, a un affronto, lo stupro del barocco – commentò qualcuno – e il dubbio mi rimase fino a quando in visita al Beaubourg qualche anno dopo ebbi ad imbattermi nella stessa opera esposta ad Acireale, stesso artista, Bertrand Lavier. Compresi allora che qualcosa m’era sfuggita nella comprensione della contemporaneità… E forse, allora, non era ancora troppo tardi!

E forse non è ancora oggi troppo tardi, adesso, decenni dopo, a settant’anni, avendo visto il filmato di Celeschi, non è ancora troppo tardi avere ripreso memoria e acquisito coscienza d’alcune righe che lessi quand’ero ancora giovane e che forse allora non compresi e cioè che è la vita e non la morte a non avere confini, come non l’ha forse questo filmato di Celeschi o, se volete, i confini ce l’ha – come ogni cosa a questo mondo – ma sono sfumati, lontani, al limitar dell’orizzonte lì dove il cielo sembra ricongiungersi all’Oceano.

Una metafora, che si combina in felice coincidenza con il racconto dissimulatamente accorato che fa Celeschi a proposito della Fornarina di Raffaello, la figlia del fornaio trasteverino così distante in apparenza da lui, uomo importante, di successo, ricco, noto, conteso dalla migliore aristocrazia del tempo

La Fornarina

che, invece, scelse Lei che Egli amò a tal punto da dedicarle una delle sue migliori rappresentazioni –  con la gemma, il bracciale inciso (Raphael Urbinas), l’anello, come dicesse: «è la mia donna – in un quadro che riservò a se stesso, senza cederlo ad altri, per quanto richiestogli, egli stesso da Lei ricambiato con una dedizione totale che la condusse, ancorché richiesta da altri in sposa, a finire la sua vita in convento».

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Celeschi ripete nella sua mente un gioco che faceva da bambino in campagna – un bambino del ’32 – cioè il lancio, il più lontano possibile, d’una canna di bambù appuntita con temperino… S’accostava, quindi, al punto in cui essa s’era conficcata, scoprendo ogni volta d’avere sempre colto qualcosa, una foglia, una bacca, una zolla… Quel gioco del lancio d’una canna di bambù, ancora oggi – quel bambino del ’32 divenuto anziano signore – nella sua mente lo ripete e non manca, ancora oggi, d’accorgersi d’avere ancora colto qualcosa…!

 

 

 

 

MARINELLA FIUME, La bolgia delle eretiche (2017)

Eretiche ovvero uomo e donna, maschio e femmina

Scrivere d’eresia non è facile perché facile non è che i vinti scrivano la storia come non l’hanno scritta le eretiche di Marinella Fiume – «figure forti di donne realmente vissute» – relegate dalla storia nella bolgia infernale che poi fra i viventi è la damnatio memoriae. 

Ma la storia poi ritorna – ancorché non si ripete – e ritornando s’imbatte nel tempo che è passato, e il tempo che è passato è galantuomo, riscatta l’umano dal conformismo acritico, dal perbenismo ipocrita, dalla banalità dilagante. 

Pure come colombe, prudenti come serpenti

Del galantuomo il tempo che ritorna ha la forza morale come quella d’Ulisse, ne ha anche le forme, la purezza e la semplicità delle colombe; la prudenza e l’astuzia, ove occorra, del serpente. Oppure assume le sembianze della curiosità discreta ma irremovibile come quella d’una intellettuale come Marinella Fiume, anch’essa eretica e graffiante, nella vita e nella scrittura, che supera la soglia dell’ovvietà, della parola paludata.

Tante eretiche, tante Sicilie

Le eretiche di Marinella Fiume – «Ursula venditrice di pianelle o suor Agueda arrestata come quietista; Francisca la “strega” o Garronfola l’affittaletti; Gertrude la terziaria o Sofonisba la pittrice; Peppa la cannoniera risorgimentale o Mariannina la poetessa» – queste «eretiche», entrano, finalmente, nel racconto storico, che ricompone – anche come metafora – la vicenda di queste donne siciliane (siciliane come le “tante Sicilie” di Bufalino, tante da non potersi contare), grandiosamente piccole e indifese che hanno attraversato Inquisizione e condanne, prigione e roghi, ritrovandosi infine – grazie alla narrazione che d’esse fa l’Autrice – su un piedistallo di schiettezza umana, purezza intellettuale, superiorità morale (G. Bassani). 

La dimensione femminile del vivente

Donne dimenticate d’un tempo che fu: tornano a vivere nei nostri giorni, fra di noi, con la maestria del linguaggio e l’originalità della narrazione di Marinella Fiume; ricordano la “dimensione femminile del vivente” (P. Barcellona) la quale – ancora oggi purtroppo compressa, conculcata, violata – accomuna invece il destino dell’essere umano in quanto tale, uomo e donna, maschio e femmina. Come sembra anche dirci questo esemplare e accattivante libro di Marinella Fiume.

LUIGI MARSIGLIA, «Liberate Pound» (ed. La Fronda)

«Stringo un patto con Te, Ezra Pound» 

Sollecitato  dalla narrazione dello storico dell’arte Luigi Marsiglia autore di Liberate Pound (ed. La Fronda) – di recente presentato a Naxos su iniziativa di  ”Naxos Legge-Festival delle narrazioni, della lettura e del libro” e di Fulvia Toscano che ne è l’anima – propongo alcune brevi riflessioni, rinviando inoltre il lettore  a due interviste, quella di P.P. Pasolini a Ezra Pound dell’ottobre del 1967 (regia di Vanni Ronsisvalle) e quella più recente a Massimo Cacciari sempre su Pound (ottobre 2008, un programma tv di Valeria Paniccia).

Dice Pasolini, a Lui rivolgendosi: «La sua poesia è enormemente vasta, cioè è come se la sua poesia si estendesse in superficie occupando un territorio poetico immenso». Poi, parafrasandone una poesia, recita: «Stringo un patto con Te, Ezra Pound. Ti detesto ormai da troppo tempo./ Vengo a Te come un fanciullo cresciuto che ha avuto un padre dalla testa dura./ Sono abbastanza grande ora per fare amicizia./ Fosti Tu ad intagliare il legno./ Ora è tempo di abbattere insieme la nuova foresta./ Abbiamo un solo stelo ed una sola radice./ Che i rapporti siano ristabiliti tra noi». La risposta del vecchio Pound fu: «Bene… Amici allora… Pax tibi… Pax mundi».

James Joice ed Ezra Pound

Giovanni Papini e Ardengo Soffici

L’esemplarità di questi testi si salda con l’ottimo lavoro di Luigi Marsiglia autore di una storia i cui protagonisti – protagonisti della liberazione di Pound – sono: lo scultore Francesco Messina, Ardengo Soffici, Aida Juliette Mastrangelo, Giovanni Papini, Vittorio Cini di Monselice, lo stesso Ezra Pound, Dorothy Shakespear Pound (la moglie), Olga Rudge (l’amante), Vanni Schiwiller (editore).

Un’intelligenza delle cose con l’arte e la storia

L’esemplarità del testo di Marsiglia  va colta nella sua specifica e originale trattazione in cui arte, bellezza, poesia, sentimenti coinvolti, tempus acti, biografie circolari si saldano in un intreccio fin qui nascosto, dai profondi e celati risvolti umani e culturali. Con tutte le criticità del tempo.

Inoltre, tale esemplarità va colta in altri vari elementi (ne ricordo due): 
– nel segno d’una nuova riflessione d’ampio spettro sulla “pacificazione nazionale” (si pensi ai recenti contributi di Paolo Mieli, Pierluigi Battista, Nadia Terranova, per citarne alcuni, ciascuno d’essi nel contesto del proprio vissuto intellettuale e umano);

Dorothy Shakespear Pound

-nel rilievo da assegnare alla cultura quale fondamento storico nazionale , nella prospettiva di superare – da qualunque longitudine politico-ideologica – il punto critico della coscienza civile ahimé scarsa del nostro Paese a causa della fin troppo lunga teoria di narrazioni separate su memorie contrastanti.

In realtà, la storia della Penisola è contrappuntata da grandi divisioni, papato e impero, guelfi e ghibellini…, fascisti e antifascisti, cattolici e comunisti, sessantottini e antimoderni…

Olga Rudge

Tuttavia, niente male fin qui. Il conflitto è nella dinamica della storia, è la storia stessa. Il punto non è questo.

Il punto è che queste divisioni, più di quanto non sia avvenuto altrove, non solo hanno cifrato il tempus acti, ma si sono prolungate nei tempi successivi, all’origine di una conflittualità ideologica permanente che ha ostacolato, se non addirittura impedito, certamente ritardato la composizione dell’immaginario collettivo come memoria comune e condivisa, la scrittura della storia nazionale come narrazione di popolo, senso d’appartenenza alla medesima cittadinanza, per l’appunto una narrazione condivisa di memorie comuni seppure differenti.

*   *   *

Il pregevole lavoro di Luigi Marsiglia – apprezzabile a prescindere dalla longitudine politico-ideologica d’ogni attento lettore – si iscrive in questo fecondo solco, sollecitando attraverso l’utilizzo sapiente dell’arte e della storia una rivisitazione del passato (e del presente) utile soprattutto a una rinnovata intelligenza delle cose. 

 

Cinque citazioni a incastro alternato: la verità e il sonno

Un sonno profondo, insensibile e sordo 

(1) «La mia indipendenza, che è la mia forza, implica la solitudine, che è la mia debolezza» (P.P. Pasolini).

«[...]  I vecchi diventano strani animali [...] scontrosi, intolleranti, a volte impauriti dalla solitudine che hanno voluto loro stessi e che tornano a difendere quando è minacciata. E’ stata durante una di queste brevi crisi che vi ho invitati a venire qui questa sera. [...] Voi mi avete svegliato, bruscamente, da un sonno che era profondo, insensibile e sordo come la morte [...]» (da “Gruppo di famiglia in un interno” di L. Visconti, 1974).

Le parole

(2) «Se alcune vite formano un cerchio perfetto, altre assumono delle forme che non possiamo prevedere né comprendere appieno, il dolore è stato parte integrante del mio percorso, ma mi ha fatto capire che niente è più prezioso di un grande amore per il quale sarò sempre grata alla vita [...]» (dal film “Le parole che non ti ho detto” di Luis Mandoki). 

«[...] Il giorno in cui la signora Bromonte venne da me – dice il professore ai suoi familiari eletti – a chiedermi di affittarle l’appartamento, io rifiutai. Avevo paura della vicinanza di gente che non conoscevo, che avrebbe potuto disturbarmi. Tutto invece è stato molto peggio di quanto potessi immaginare. Se mai sono esistiti inquilini impossibili io credo che siano toccati a me [...] » (L. Visconti, cit.).

Imagine

(3) «[...] Vabbé… adesso ti do uno schiaffo io e mettiamo tutte le cose a posto [...] ma tu non guardarmi in questo modo [...]» (dal film “La famiglia” di Ettore Scola).

«[...] Ma poi mi sono trovato a pensare […] che avrebbero potuto essere la mia famiglia, riuscita o meno, diversa da me fino allo spasimo, e siccome amo questa sciagurata famiglia vorrei fare qualcosa per lei come lei senza rendersene conto ha fatto per me (L. Visconti, cit.)

E invece niente

(4) Dopo cena inizia a parlare, dice che l’uomo è come la città, con i suoi ingorghi e i suoi silenzi, le periferie e il centro, i suoi monumenti, e con tutto ciò che fa di una città una città, con le sue ossessioni il chiaro e lo scuro, la panchina d’una piazza dov’era seduta, le conversazioni, la pietra, e il ricordo si fa vivo e stringente, e se sei ancora in tempo non farlo, per lo meno fino a quando le mie forze reggeranno su quella bici se la terrai e se non la terrai sarà la stessa cosa perché, forse, hai ragione tu, non sono necessari gli oggetti, basta la nostra mente, l’eco d’una conversazione la rilettura d’una una lettura una mano che ti sorregga, lui che mi rimprovera e mi viene di piangere e ruoto insensatamente il telefonino perché non voglio piangere ma sorridere…

…« [...] Ma quando ti viene quella voglia di piangere pazzesca, che proprio ti strizza tutto, che non la riesci a fermare, allora non c’è verso di spiaccicare una sola parola, non esce più niente, ti torna tutto indietro, tutto dentro, ingoiato da quei dannati singhiozzi, naufragato nel silenzio di quelle stupide lacrime. Maledizione. Con tutto quello che uno vorrebbe dire… E invece niente, non esce fuori niente. Si può essere fatti peggio di così? [...]» (Alessandro Baricco, “Castelli di rabbia”).

«[...] C’è uno scrittore del quale tengo i libri in camera mia e che rileggo continuamente. Racconta di un inquilino che un giorno s’insedia nell’appartamento sopra al suo. Lo scrittore lo sente muoversi, camminare, aggirarsi; poi tutto a un tratto sparisce e per lungo tempo c’è solo il silenzio. Ma all’improvviso ritorna. In seguito le sue assenze si fanno più rare e la sua presenza più costante: è la morte, la coscienza di essere giunto al termine della sua vita, che gli si è annunciata in uno dei suoi innumerevoli quanto ingannevoli travestimenti [...]» (L. Visconti, cit.)

Una verità qualunque

(5) «Quello che m’inebriò quando tornai a Parigi, nel settembre del 1929, fu innanzitutto la mia libertà. La sognavo dall’infanzia… E ora, finalmente, ero libera: ad ogni gesto che compivo, mi meravigliavo… Essere soli davanti a un foglio di carta permette, mentre si parla all’altro, di parlare a se stessi, di cercare e di trovare la verità. Per ottenere una verità qualunque, bisogna che la ricavi tramite l’altro. L’altro è indispensabile all’esistenza come alla conoscenza» (Simone de Beauvoir e Jean-Paul Sartre).

«[...] La vostra presenza qui sopra ha significato il contrario per me e non credo di essere caduto in un inganno. Voi mi avete svegliato, bruscamente, da un sonno che era profondo, insensibile e sordo come la morte [...]» (L. Visconti, cit.).

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Presidenziali Usa: Donald Trump e la sovranità popolare

Non è impraticabile – e forse è anche opportuna – un’analisi del voto presidenziale americano che mantenga ferma, nonostante tutto, la fiducia di razionalità politica che, con l’elezione di Donald Trump, sembrerebbe contraddetta.

Secondo tali analisi, la politica avrebbe, un meccanismo interno di autoregolazione – come il mercato, secondo i liberisti – capace di metabolizzare, assorbire e in definitiva orientare tendenze verbalmente espresse in termini di trasgressività, anti-politica, anti-sistema etc. etc. che sarebbero, quindi, riconducibili nel volgere della “prassi politica” (quanto meno in parte), entro alvei tradizionali di buona politica ed amministrazione. E’ accaduto in passato (non

Slovacchia, il premier Robert Fico

sempre, ma è accaduto), accadrà in futuro, ci si augura, peraltro in un sistema politico e in una democrazia come quelli statunitensi.

Il punto, tuttavia, a mio avviso, è un altro. Ed è il rischio delle democrazie in genere (di quelle più fragili, in particolare, come quella italiana, ma non solo), esposte a recepire assorbire e infine modellarsi su un linguaggio – struttura del pensiero

Maclenburgo, la leader dei populisti Frauke Petry

politico, elaborazione culturale (e in-culturale), manifestazione del pensiero a 140 caratteri, agire politico etc. etc. – contraddittorio, spesso inconcludente, abrasivo, permeabile alle tendenze, anche le più basse, delle «masse» (il politico che pensa, se pensa, e adatta il proprio pensiero al mutamento dei sondaggi!), etc. etc.

Austria, il leader populista Norbert Hofer

Torniamo in America. L’America di oggi – nella sua massima espressione – parla il linguaggio di Orban o simili, nella forma semantica più volgare (e non è solo questione di forma!) e al di là delle strategie politiche (di dx o sx) che si vogliano legittimamente perseguire.

Il punto statunitense – che ha determinato la vittoria di Trump – è forse, com’è stato scritto, anche quello dell’impoverimento della classe media o forse meglio della paura dell’impoverimento, anche a causa delle politiche di Obama di redistribuzione del reddito. E’ di certo legittimo – a seconda dei punti di vista e con l’attenzione dell’osservatore – programmare un cambio di rotta, tuttavia… Tuttavia, senza

Ungheria, il premier Victor Orban

sollecitare odi sociali o paure apocalittiche ma solo nell’onestà e coerenza intellettuale di un pensiero politico il quale ritenga più opportuna «nell’interesse generale» una maggiore liberalizzazione del sistema (come hanno fatto Reagan, Thatcher e lo stesso Bill Clinton).

Vignetta di Ellekappa su Repubblica

In politica estera, l’alternativa isolazionismo-interventismo Usa è stata un’altra delle frontiere del Nuovo Mondo, a volte (l’interventismo) di positivo impatto mondiale (si pensi alla seconda guerra mondiale nella lotta europea contro il nazismo) a volte con minore successo o pessima gestione (penso, seppure nella specificità di ciascuno di tali eventi, al Vietnam, ma anche all’Afghanistan o alla Libia)…

Nel concludere, intanto, questa breve e perplessa nota, esprimo due osservazioni:

(1) il mondo delle idee è oggi fragile (a dir poco), lo è per tanti motivi che andrebbero approfonditi, il cui esito comunque è stato quello di avere aperto la porta della politica a tanti voltagabbana, carenti di cultura, cultura politica, pensiero e pensiero politico, disinteresse al rispetto della cosa pubblica, sensibilità etica (senz’altra aggettivazione!), etica! 

(2) la condivisione di «perplessità democratiche» maturate in questi anni dall’osservazione dell’agire politico contemporaneo, conduce a pensare che la democrazia novecentesca sia anch’essa al declino. Lo è da tempo, come eterogenesi dei fini di quel magnifico evento che fu l’abbattimento del Muro di Berlino. La degenerazione del «pensiero unico», che da quell’evento trasse spunto e vigore, ha travolto l’idea stessa della democrazia liberale nata dalla Rivoluzione francese e dai suoi principi fondamentali – liberté, egalité, fraternité – i quali hanno cessato di essere fondamento e componenti dei sistemi democratici come da quella data si sono andati sviluppando.

La democrazia – nel nuovo contesto globalizzato che ha annullato (per certi aspetti) tempo e spazio – va ripensata a partire da alcuni strumenti ormai invecchiati, per lo meno nella loro forma originaria. Ne cito, esemplificativamente, due: diritto di elettorato attivo e passivo, sovranità popolare. Non per limitarli ma per valorizzarli al meglio, per modificarne l’esercizio nelle mutate condizioni sociali, culturali, strutturali… cioè «quando il sistema rappresentativo diventa “cattivo conduttore della volontà generale”» (Il disincanto della democrazia, Zygmunt Bauman ed Ezio Mauro, Babel, 2015). 

Tornando all’America. Condividiamo – con la forza della volontà, piuttosto che con la logica della ragione – la speranza che Trump faccia ancor più grande, come promette, questo grande Paese, perché da lì in fondo parte il futuro di tutti noi, «periferia dell’Impero», di un impero che è auspicabile possa continuare ad essere esempio e presidio di democrazia. Tuttavia, è vero, come scrive Ezio Mauro (la Repubblica, 10 novembre 2016), «abbiamo un dovere drammatico nei confronti della democrazia, dopo aver toccato con mano quant’è fragile, così esposta come non è mai stata».

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