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Un café d’orge, s’il vous plaît


[Prova d'autore]. Il Nostro, son quasi due mesi che è diventato ansioso, inquieto, irrequieto, che 
s’è alterato, ha perso il suo aplomb, l’equilibrio della maturità compiuta. S’è rarefatto dal circuito mondano, d’accademia o d’altro tipo; s’è allontanato da quelle frequentazioni e le proposte, gli inviti, le occasioni di partecipare a eventi vari, a impegnati congressi o ameni salotti o esilaranti convegni, li rifiuta, li evita, li declina. Avverte che gli manca qualcosa, cioè – egli dice, formulando da sé la diagnosi del proprio male  - «una compensazione al disagio interiore, l’impegno quotidiano, lo stress, la prova d’un esame da sostenere, una donna da contrastare, la domanda di “perché” d’un bambino…». 

Un tempo era stato diverso, l’intelligenza attiva, la mente impegnata, la fantasia senza briglie, lo stato d’animo gioioso; rideva compiaciuto distendendosi in prati inglesi sotto l’ombra d’antiche querce oppure adagiandosi su poltrone di vimini imbottite di morbida, fresca lana; il viso aperto… il completo di lino bianco…

S’accosta alla biblioteca, dalla libreria estrae alcuni volumi che trattano il tema di cui s’occupa in quel momento… ma poi invero in quel momento non s’occupa granché di alcunché con serietà, come invece fino a qualche mese fa…  Di quei libri che quasi inavvertitamente estrae dagli scaffali consulta gli indici, sfoglia alcune pagine, inizia a leggerne qualcuna, interrompe; ad uno ad uno li accatasta sullo scagno. Dopo una giornata di svogliata consultazione non ha ancora prodotto nulla di interessante, neanche nella sua mente, l’intelligenza regge ancora ma la sua mente è appannata, la fantasia inceppata, lo stato d’animo ansioso. Avverte che gli manca qualcosa… e ripete: «la compensazione al disagio interiore, forse lo stress d’un esame, una donna da contrastare, la domanda d’un bambino…». La stessa cosa ormai avviene da quasi due mesi, un’ansia costante e crescente… fino a quando, un giorno, un’ora imprecisata di quel giorno, provvide un sonno inaspettato a suggerirgli il rimedio.

S’appisolò e cominciò a sognare. Si trovava al centro d’una piazza circondata da tre strade, ne cercò il nome, piazza Lincoln, era un freddo pomeriggio invernale; una struttura in profilato colore antracite o press’a poco delimitava uno spazio all’aperto su parte della piazza a mo’ di giardino d’inverno e ampie vetrate mostravano ai passanti per lo più frettolosi, infreddoliti e distratti un interno elegante che lampade riscaldanti promettevano anche adeguatamente confortevole; giovani attorno ai tavoli consumavano bevande e paste varie; un andirivieni di camerieri in perfetta tenuta. Vi entrò, ma ecco che il panorama, appena oltre la soglia d’ingresso, gli apparve diverso da quello visto pochi secondi prima.

La metamorfosi onirica aveva seguito il disordine dei suoi pensieri, quel disagio che l’aveva depresso prima del sonno. All’interno le lampade sono solo lampade e non riscaldano, la divisa dei camerieri è evidentemente lisa in più parti e corredata di macchie varie che denunciano trasandatezza, incuranza, sporcizia. I giovani ai tavoli sono schiamazzanti e maleducati. Sul piano del bancone residuano briciole di paste e gocce di bevande consumate da avventori in cattivi arnesi. Resta sgomento, per quel contesto di sciatteria che quasi l’offende, per il contrasto fra quanto aveva creduto di vedere da fuori e quello che vi trovava invece, con disappunto, di sconveniente e indesiderabile.

Tuttavia non segue l’impulso di uscire, si trattiene, ancora qualche passo indeciso, incerto, infine decide di sedersi a un tavolino, all’angolo estremo della vetrata da dove può guardare con ampia vista l’esterno, la piazza, le tre strade che la circondano. Ordina la sua consueta colazione e nell’attesa inizia a osservare con insolita curiosità alcuni particolari. A poco a poco quel locale un po’ squallido si va nuovamente a trasformarsi al suo sguardo, avverte che qualcosa, di più, ne riscatta il degrado.    

Guarda il soffitto e s’accorge ch’è fatto di quattro volte, volte a vela, e che ciascun triangolo contiene la rappresentazione d’una scena; i colori sono intermittenti, scoloriti, in alcune parti  mancanti per lo scrostamento dell’intonaco; le immagini, appena riconoscibili, un tempo dovevano essere attraenti. Tuttavia riesce a vederle chiare, il Nostro, quelle immagini poiché, mentre egli le osserva, esse è come si staccassero dalla parete del muro e riprendessero per aria forma compiuta,  si fanno nitide come nella memoria senile à rebours. Dispiegandosi,  come le penne d’un pavone, esse ricompongono il quadrivio degli antichi affreschi. Pensa che fra le stesse ci possa essere l’ordine cronologico d’una storia vera, ma non insiste nel ragionarvi. Intanto procede a caso, le osserva: nell’una scena, un uomo poggia la mano sulla spalla sinistra della sua compagna; nell’altra, una

giovane donna su un sedile circolare di pietra… ma la figura è mobile, s’alza verso l’uscio, si gira per rientrare, una lunga gonna, guarda l’orizzonte; nella terza, una bambina si disseta alla fontana sulla strada; nell’ultima, due prossimi amanti, lui azzarda, lei si schermisce invitante, accattivante. Ne coglie alcune somiglianze, un déjà vu… lì proprio di fronte su quel divano…

Intanto, all’altro angolo della sala a vetrata una coppia non più giovanissima, mostra d’affannarsi in una conversazione che l’avventore, seppure attento e curioso come lui, non riesce a decifrare, le loro labbra pronunciano parole minute, brevi, misurate, lentamente scandite…  lei chiede al cameriere un caffè…  e qualcos’altro ch’egli non riesce a percepire neanche dal movimento delle labbra! 

Si svegliò d’un tratto col senso d’una curiosità inappagata ma era qualcosa di più d’una semplice curiosità inappagata, un interrogativo che s’era posto qualche anno addietro poiché, svegliandosi, ebbe  la sensazione d’avere rivissuto qualcosa di noto seppur d’incompiuto per cui ripercorse col pensiero immagini e situazioni in qualche modo archiviate nella memoria ma la ricerca fu vana anche se persisteva la convinzione d’un déjà vu. Ancora una volta, questa volta da sveglio, non insiste nella ricerca. Piuttosto, il pomeriggio imbrunisce, dall’inizio del sonno è trascorso un tempo imprecisato  e si rammarica di non avere ancora prodotto nulla di interessante, la sua mente appannata, la fantasia inceppata, lo stato d’animo ansioso. 

Avverte ancora che gli manca qualcosa… ma (adesso è quasi certo) non è lo stress da esame da sostenere, una donna da contrastare o la domanda di «perché» d’un bambino… D’improvviso ripercorrendo quel sogno appena concluso, d’improvviso, gli parve d’udire bene finalmente quelle parole che gli mancavano dalla conversazione della «coppia non più giovanissima» che nel locale di piazza Lincoln s’era sistemata «all’altro angolo della sala a vetrata», comprese che gli mancava… «il caffè con qualcos’altro»… che la donna aveva chiesto al cameriere. Non doveva essere il solito caffé, glielo aveva detto il suo medico. Adesso sveglio, l’orecchio teso, udì bene: un café d’orge, s’il vous plaît! Finalmente! Glielo aveva detto pure l’analista, tranquillizzandolo: «… si rilassi con un bel caffé d’orzo, eviti la caffeina!». Ebbe incresciosa cura di procurarselo celermente, un café d’orge, senza caffeina; lo bevve lentamente, sorseggiandolo, assaporandone il gusto con tracimante aplomb. S’accostò al tavolo di lavoro finalmente; dopo quasi due mesi d’ansia, s’accorse d’essersi acquietato.