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A Fossa dell’Acqua, la biblioteca è nostra… la nostra vita all’incontrario

[Prova d'autore]. Ho conosciuto Jasmine e Joachim a Roma per una strana coincidenza… ma questo per ora poco importa. Abbiamo trascorso alcune ore insieme… Poi ci lasciammo con una promessa di rito: à bientôt. Ma non è stata una promessa di rito.

Sono trascorsi l’inverno e la primavera, l’estate volge al tramonto. Mi raggiungono a Fossa dell’Acqua, facilmente individuabile lì dove il tornante comincia a inclinarsi lievemente e dove, lungo il suo leggero pendio, scorre per alcuni metri un alto muro d’intonaco giallo curato d’antico.                                                                            

La facciata è interrotta da finestre incorniciate di pietra e attraversate da inferriate incastrate nel mezzo del piano di marmo che sporge arrotondato sulla via. Un portone massiccio di legno, due battenti d’ottone invecchiato, s’apre al campanello sul cortile dell’ingresso la cui sistemazione è stata appena completata, con muretti a mezz’altezza che delimitano piccoli viali accompagnati da soffi di luce, lampioni di ferro e luci a muro la cui luminosità si stempera al tocco della pavimentazione rinnovata in mattonelle di cotto.

Tutt’intorno, rampicante cadente si distende sulla parete di confine, ma lascia aperti interstizi che mostrano chiazze d’intonaco vecchio e nuovo mentre al suolo aiuole fra finestroni sulle stanze s’alternano a gradini d’accesso verso piccole terrazze. Rinasce, dov’era un tempo, il gelsomino verso il tegolato.

 Jasmine, d’origine francese, è nata nell’Algeria nordoccidentale, nella sua capitale dell’ovest, Oran, la città della “Peste” di Camus [...]. Ancora bambina, si trasferì a Parigi, al tempo della rivolta per l’indipendenza, perché il padre decise di abbandonare il Paese. Voleva garantire alla sua famiglia, e vivere egli stesso, una vita di stampo occidentale, aperta e cosmopolita. Era il ’57. L’anno dell’ “Isola di Arturo” di Elsa Morante, ricorda Jasmine, lo leggerà alcuni anni dopo, col rimpianto di suo padre.

Jasmine è piccola di statura, scura, dinamica, occhi vivi ed espressivi, impegnata nel suo lavoro, collaboratrice di riviste scientifiche e di costume. Dice con entusiasmo della sua attività.

Joachim invece è poco loquace, riservato, quasi timido. E’ ebreo; anch’egli, bambino, racconta, ha abbandonato il suo Paese, Gerusalemme, per l’ostilità che la famiglia aveva maturato presto nei confronti dello sciovinismo nazionalista che cresceva in Israele al tempo della crisi del canale di Suez (1956). 

Joachin racconta:
«Ci siamo conosciuti a Parigi, frequentavamo lo stesso corso all’Università Paris X Nanterre, condividiamo la passione per l’arte italiana. Roma è per noi una meta frequente.

Circa dieci anni dopo – la lunga pausa – ci siamo rincontrati per l’appunto a Roma, era un pomeriggio estivo con il cielo scuro e qualche goccia di pioggia che cominciava a cadere su di noi, lei restava seduta su uno dei sedili di ferro nel chiostro della pensione delle Suore Camaldolesi, sull’Aventino, che ci ospitava entrambi.
Sotto la protezione d’una piccola tettoia, consultava l’indice di alcuni libri, libri visibilmente nuovi, appena acquistati, ai quali visibilmente si stava accostando per la prima volta. Quel gesto dell’approssimarsi alla scoperta d’un libro nuovo lo conoscevo, ne coglievo il gusto particolare che precedeva, come un rito ossessivo, la lettura. Poi sarebbe seguita la ricopertura del libro in modo che non se ne macchiasse la copertina, per difesa dall’impressione dell’impronta, dalla macchia d’una distrazione.

Glielo dissi, che avrebbe rivestito il libro – come faceva al campus parigino – e fu l’inizio della nostra nuova conversazione. Sarebbe rimasta a Roma ancora qualche settimana. Qualche settimana mi trattenni anch’io.
Siamo diversi, abbiamo costruito comuni abitudini, tentiamo di costruire un racconto comune.

La piccola colazione è un’occasione destinata alla condivisione del progetto quotidiano. Ci incontriamo nuovamente la sera, per il nostro dopo-cena nel quale profondiamo una cura particolare; il piccolo tavolo quadrangolare di rovere ci vede l’uno accanto all’altra, tanto accanto da poterci quasi sfiorare la mano, preparato con l’attenzione reciproca, con la spontaneità della delicatezza decisa e tenera che le appartiene, col mio atteggiamento indefinibile come quello d’un «pescatore di sogni», fra quello che sono e ciò che vorrei essere, che mi spinge ad apparecchiare con scrupoloso (e rassicurante) tradizionalismo.

Siamo diversi e stiamo bene insieme. La biblioteca è nostra… la nostra vita all’incontrario. Poi Jasmine s’allontana, dimentica… D’un tratto sembra che viva senza ricordi, dice del passato come d’un giorno di vacanza, la spensieratezza, la tenerezza, la gioia di quel momento… niente di più, il suo volto si corruccia, la fronte si contrae, rughe indulgenti ne tradiscono un’inquietudine ormai amica. Aggiunge: «E’ troppo tardi per levare le vele e prendere il vento».