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Il monologo della notte: la storia ha un senso?

[Prova d'autore]. Il volto di Jasmine d’improvviso si corruccia, la fronte si contrae, rughe indulgenti ne tradiscono un’inquietudine ormai amica. Aggiunge:

«E’ troppo tardi per levare le vele e prendere il vento. Le passioni, i rimpianti, la realtà degli antichi e dei nuovi fantasmi, le lacerazioni delle fierezze ferite con il tempo, lentamente, sfumano, si placano. Scorre ancora il filo della speranza, ma è sottile, fragile, poiché la speranza non è più una naturale esperienza di vita; è, piuttosto, dovere di sopravvivenza, piccola lente a contatto della coscienza da custodire con cura per non farla offuscare, per aiutarci nell’illusione di non vagare incerti e privi di senso fra la gente che ci circonda quasi senza consapevolezza».

E’ sopraffatta da un’evidente emozione. Prosegue:

«Ascolta. La sera lentamente è scesa, imbrunisce le strade e le case, ogni angolo della città è avvolto dalla penombra. Durante il giorno, ogni cosa s’è mossa secondo le regole d’una società pre-ordinata, piccolo-borghese, d’una quotidianità cristallizzata dall’inerzia, dalla paura, dall’abitudine. La vita della città, pullulante nel meriggio, è stata inghiottita dall’imbrunire serale riversandosi nei circoli, nelle discoteche, nei salotti dove un monotono, lungo e noioso conversare e ridere ha riunito in simulate solidarietà persone fors’anche più estranee di quelle incontrate per le vie durante il giorno.

Dopo, quando la sera s’è inoltrata e la gente si ritira nelle proprie case, la città si avvia al riposo della notte, e mentre apriamo quella porta che ci è consueta, rimangono sul selciato, sui laterizi delle case, sui frontoni dei palazzi, solo le ombre riflesse dalle luci dei lampioni che, uno dopo l’altro, in fila, come silenziosi custodi della solitudine, sembrano seguire, fermi nella loro immobilità, il corso delle vie.

Poi mi succede: “[…] Chiudo gli occhi e vedo quel che non c’è […]”.
Prova a rileggere il verso che hai trascritto: “[…] Apri gli occhi, prova, ciò che appare è scomparso. Chiudi gli occhi e ciò che è scomparso riappare […]. Parole di un tempo […] ritornano con questi invecchiati tormenti che ci assolvono, solo qualche istante dall’idiozia della simultaneità mentre il secolo, svelto come un ladruncolo alla porta, come se niente fosse sgambetta incontro alla sua fine. […] L’occhio umido erra commosso di là dai nuovi francisguardi. […] ho la televisione, l’ovatta colorata sugli occhi, mentre di fuori i ragazzini suicidi sulle Honda sgommano in tondo sulla piazza bagnata […]. Già, non conta più niente il XXI secolo, ti si è già fatto buio davanti e non riesci nemmeno a leggere fino in fondo questa riga […] perché […] queste mie esili sillabe sono troppo poco – o troppo” (H.M. Enzensberger).

Ad uno ad uno gli uomini e i loro sentimenti sono usciti di scena, come in una rinnovata “Sinfonia degli addii”, come i musicisti di Haydn al cospetto dell’ingiusto principe Nikolaus Esterházy, che ad uno ad uno abbandonano la scena lasciandolo solo. Infine, una drammatica, malinconica visione si manifesta nella sua nudità – “il cervello in picchiata sempre più giù. […] lieve solenne scivolare, verso un punto più buio” – svelando un misero palcoscenico spoglio e muto, pieno solo d’ombre e di rimpianti, il vuoto che si nasconde nell’ostentata vitalità dell’esistenza, friabile, come la tua vecchia libreria corrosa da tarli perniciosi e devastanti… La storia ha un senso?».