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La traccia nella storia come nella «stanza dello scirocco»

[Prova d'autore]. Il Nostro ha accompagnato i suoi ospiti a Palermo, di lì sarebbero poi partiti per Parigi. La passeggiata è improvvisata – una breve visita alla città, poi all’aeroporto – decisa all’ultimo momento, scoraggiata dalla sfavorevole congiuntura atmosferica che ha messo financo in forse la loro partenza. L’incertezza li inquieta, ma scelgono d’avviarsi comunque, accantonando ogni indugio, incuranti dell’avversione del tempo che è avverso 

per il turbine di vento che è ostile, bagnato da una fitta pioggia irruente, insistente. Il maltempo li accompagna per quasi tutta la giornata, contrastato dal riparo ricercato nei contesti di borghi antichi del capoluogo isolano. La visita in questi luoghi dove sembra che la storia non abbia storia  s’attarda per le curiosità che invischiano i visitatori nell’attesa ch’esse vengano sciolte, appagate. E’ il Nostro che affabula a poco a poco la narrazione, diffondendosi nel racconto delle trame oscure, sensuali, violente di questi sotterranei - il qanat Gesuitico Alto e quello Basso, la Realcamera dello scirocco di Costanza d’Altavilla che raccontano del privilegio un tempo accordato a quanti vi poterono godere della frescura rilassante nelle torride estati della capitale. Il Nostro racconta delle metamorfosi di questi luoghi, succedutesi nel corso dei secoli, forme d’ingegneria araba, estrosità normanna, inventiva medievale, iniziativa di nobiltà isolana, volgarità d’usurpazione mafiosa… Decorazioni carsiche e maioliche sgretolate nell’intercapedine del sottosuolo fanno da contrappunto allo sgorbio di vie metropolitane ch’essi hanno percorso, impiastricciate di luci d’effetto smaltato, assordate da rumori incombenti, da suoni sgradevoli.

I manoscritti, gli incunaboli, le tavolette normanne e poi le tracce – la storia di Fossadacqua – sembrano rivivere nelle linee che Jasmine ha tratteggiato con la matita disegnandole su di un foglio – «Fossadacqua davanti a Fossadacqua», ha detto consegnando al Nostro lo schizzo d’un ritratto… Ma la concentrazione sul punto tosto svanisce, è stato l’inizio d’un discorso denso profondo reale, che invece s’esaurisce come  la frescura rilassante, solcata la soglia della «stanza dello scirocco».  Sono giunti all’aeroporto.

Tutto si sospende col saluto di Joachim e la domanda di Jasmine: «Questa storia – la “tua” storia – ha un senso? Oppure è “insignificante” come la “tua” Clipperton o “indefinibile” come ha scritto l’Anonimo normanno nella Piccola historia di Sicilia?». Poi il suo volto d’improvviso si corruccia ancora, la fronte si contrae, rughe indulgenti ne tradiscono un’inquietudine ormai amica. Aggiunge: «E’ troppo tardi per levare le vele e prendere il vento».

La storia ha un senso? Non c’è stata replica, il contatto s’è interrotto con la partenza – ma l’interrogativo rimane e il pensiero del Nostro è concentrato sulla domanda consegnatagli da Jasmine, che l’accompagna tutta la sera – la sera schiaritasi – durante il ritorno dall’aeroporto Falcone&Borsellino fino a Fossa dell’Acqua e dopo.

E’ notte, non prende sonno, il Nostro, tenta di sciogliere incertezze e incomprensioni. Che cosa significa “dare/avere senso”? Prova ad addentrarsi nel tema, e s’imbatte nella memoria di pagine – talora angosciose – che hanno voluto dare riposta a uno dei quesiti più tormentosi del pensiero umano. La pagina dostoevskijana è, al riguardo, emblematica per quell’intreccio delle trame che è difficilmente districabile poiché annodato dai conflitti, dalle ambiguità, dalle ambivalenze, dalla radicalità dei registri dell’animo. La disarmonia è insanabile perché in Dostoevskij – egli stesso, nichilista: ribelle o conservatore? – l’uomo è insanabilmente, essenzialmente, costruito sulla logica della tensione.

Lettera a Jasmine

Avverte che l’argomentare, seppure solo con se stesso, s’è fatto nuovamente pesante, vorrebbe sdrammatizzare il movimento ma invano e, con l’intento di mettere ordine mentale, decide di rispondere per iscritto alla domanda lasciatagli da Jasmine. Inizia a scrivere:

 

«Chère Jasmine, la confidenza presto raggiunta e naturalmente stabilitasi dopo la nostra prima colazione a Fossa dell’Acqua mi consentiva di consegnarvi, a te e Joachim, il testo che stavo scrivendo, ancora in bozza, senza titolo e, per di più, ancora incompleto. In realtà era uno di quei momenti d’incertitude che spesso accompagnano le mie ore oziose e in cui m’ha colto la vostra improvvisa visita.

Voleva solo essere un gesto d’amicizia, la richiesta d’una lettura critica, d’una opinione, magari da comunicarmi, poi, con il vostro agio. Invece, il giorno dopo, la piccola colazione attorno a “Pitagora” – ricordi, il tavolo di ferro che per le volute geometriche hai voluto chiamare in questo modo? – s’è trasformata nell’inizio di una inattesa e piacevole conversazione.

Una strana conversazione, la nostra, particolarmente dopo quel giorno che veniste all’improvviso: -”M’hai detto che posso chiamarti quando voglio, anche all’improvviso” esordisti d’impatto, “una colazione con granita?” proponesti – “Con granita?!”, risposi, “No, andiamo al Barbarossa, una vera colazione” – “Wow!”, esclamasti, e sembrasti contenta e fu “carinissimo” commentasti con Joachim. Nei giorni seguenti, scegliesti d’appartarti da me e Joachim che continuammo a discutere, mentre sull’altalena in giardino dondolavi la tua incertezza.   

Quel testo che vi consegnai, adesso il titolo ce l’ha… ma è destinato a rimanere incompiuto, una raccolta di scritti, una silloge, un compendio, che altro?, forse solo il resoconto d’una conversazione eclettica sulla storia in cui l’apparente tensione emotiva che ci ha coinvolto nel commento s’è rivelata come l’occasione per parlare d’altro. Della questione del metodo, in particolare, dei modi di dire la storia (e la vita), che ne era probabilmente il vero intento. E tuttavia, l’impegno profuso nell’esercizio del compte rendu critique du livre prochain e i temi che vi sono stati coinvolti – e poi la tua domanda, “questa storia ha un senso?” – tutto questo m’ha causato un disagio interiore che non riesco a dominare e che mi sollecita alcune riflessioni. Le annoto, quasi come brogliaccio, postille per il futuro.

La storia, la si scrive in vario modo ma spesso ne rimangono sconosciuti i registri, indecifrati i segni. La si può scrivere in vario modo, con linguaggi diversi, attenendosi ai metodi tradizionali oppure affidandosi ad altri codici e al loro intreccio, saranno le note d’un blues, la rima d’un verso, la prosa d’un romanzo, il colore d’un olio… Ricordi? Ti dissi: “A volte ci si trova davanti a un bel quadro, lo scruti, ne cogli la linea, il colore, la figura, la prospettiva e quant’altro di indicibile con tante delle parole che possiamo pronunciare ma che restano per lo più inadeguate, improprie”. 

“Poi”, proseguii, “mentre fantastichi ed hai pensato d’averlo compreso, quel dipinto, di possederlo finalmente – t’accorgi che non puoi averlo, te ne rammarichi ma ti rassegni; in fondo, dici a te stesso e cerchi di convincerti, basta il fotogramma d’una pellicola da conservare magari nel portafògli, oppure in archivio”. “Oppure infine – tu aggiungesti – non è forse meglio limitarsi a che tutto - linee, colori, figure, prospettive e quant’altro di indicibile con le parole incerte, incomplete, improprie – non è forse meglio che tutto ciò si limiti a restare impresso solo nella mente?”.

Non condivisi allora ma non t’obbiettai alcunché, pensavo e ritengo ancora – a dispetto d’ogni evidenza che t’impedisca di possedere “il dipinto”, ma anche il ritmo del blues, la cadenza del verso, la trama del romanzo - penso che il desiderio di possesso, la conoscenza, la passione – corrano nella vita o nel pensiero – occorra che lascino un segno nei labirinti della storia, come la frescura rilassante nella “stanza dello scirocco”. Ed è stata, questa, la scelta che ho fatto, discutibile se vuoi  - avvolgere il mio manoscritto e riporlo in uno dei cassetti dell’archivio. Adesso posso selezionare fra le mie fonti du livre prochian pure la vostra vicenda, tua e di Joachim – l’errante peregrinare alla scoperta in-sensibile, senza traccia sensibile, della conoscenza – nella cui filigrana in fondo colgo una trama non dissimile da quelle visibili nel grande schermo dell’esistenza ove, tuttavia, rimangono sconosciuti i registri, indecifrati i segni. Il mio testo, incompiuto nella sua forma “storiografica”, definitivamente incompiuto seppure adesso titolato, sopravvivrà quanto meno nel mio archivio, per l’appunto come resoconto d’una conversazione eclettica sulla storia».