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L’attesa di Manfredi di Svevia a Fossadacqua: «qui per quei di là molto s’avanza»

DEL PURGATORIO OVVERO DEL LABIRINTO DI CRETA

[Prova d'autore]. Dopo un logorante tornante, il Nostro percorre l’ultima curva. Imbocca il rettilineo «finalmente» sterrato a poche centinaia di metri dalla sua destinazione, avvertendo la qualità dell’atmosfera paradossalmente più greve. Ma è solo il suo respiro ch’è s’è rarefatto, affannato, l’affanno d’un tragitto non più familiare poiché non riconoscibile, l’orientamento smarrito, il panorama trasformato, strade ricoperte di manti d’asfalto, interrotte ai quadrivi da rotonde «metropolitane», casolari agresti diruti, terreni verdi scomparsi, trasformati in rumorosi moderni dormitoi o affollate mense collettive.  Tornano alla mente del Nostro le parole lette da qualche parte, hanno il senso d’un ammonimento: «[...] gli uomini scompaiono, i luoghi mutano, la memoria s’affievolisce, s’attenua, diventa fragilePersone o cose che ne fanno parte – “quei di là” – si fanno sempre più distanti, rare». Quella sensazione l’aveva sperimentata durante il logorante viaggio verso Fossadacqua! «Ricorda: Qui, per quei di là, molto s’avanza». 

Lui tuttavia insiste, cerca invece  il filo d’Arianna, stappare «i buchi neri» dell’esistenza, liberarne energia ombra e luci, e, finalmente liberato, distendersi infine nell’aria come la sfera d’elio sfuggita di mano-bambina, che prende il volo d’impeto quasi furtivo, e volentieri… Il Nostro s’insinua così nel «piccolo mondo antico», nella terra che ne aveva racchiuso e imprigionato la perifericità infantile e che aveva nutrito fecondamente il futuro ormai trascorso, come fuggito.

DI ARIANNA OVVERO DEL PARADISO PERDUTO

Approssimandosi gli parve di ritrovare, nitide, immagini offuscate dal tempo, conculcate in sotterranei della mente, d’avvertire diffusi profumi di mirto, percorrere sentieri finiti; riconobbe nell’esile arbusto il gelsomino che aveva cessato d’arrampicarsi come invece un tempo s’aggrappava alla facciata verso il tegolato sconnesso. S’inoltrò. Incontra, come fantasma, l’incisione – Fossa dell’Acqua, 1892 – sulla botola in pietra tante volte calpestata, senza ch’egli l’avesse mai osservata e sotto cui giacque il resto d’età romana che venne donato, per esservi custodi­to, al museo metropolitano. 

Segue questo tragitto, un viottolo della valle-verde che gli ha profuso luce e sapori, con l’intensità dell’incipit, la durata quasi d’un attimo, la profondità rocciosa d’un background. E’ in questo percorso che s’impongono al Nostro, nella confusione del pensiero, alcune figure che furono complici, volti di uomini e di donne, il Vecchio che logorava fino a tardi la propria esistenza pronta a sfuggirgli, la Donna china sulla maglia di lana che andava costruendo per l’inverno.

Con la memoria e ov’essa non giungesse con la fantasia, s’impegnò a dare corpo a personaggi, volse lo sguardo verso la finestra sul giardino, vide correre bambini sul prato, prontamente richiamati alla compostezza dalla vecchia balia, divenuta poi bambinaia e istitutrice, quella bambina proprio quella bambina, felice, in bianco e nero – jolie! jolie! s’il vous plait, approchez-vous, approchez-vous! –  correva lì sul prato adombrato dal vecchio salice, al tempo; in quel luogo, ella già dava l’idea della fierezza prossima, mite, d’una fierezza facile da offendere ma sempre fiera; girò lo sguardo la rivide nelle sembianze d’anni dopo, esuberante, giovane, donna, sessantottina, rivoluzionaria, più tardi anche indignada. Accanto a lei, scorse un giovane, ma separato da lei da un’ombra come un velo che li rendeva reciprocamente invisibili, era adulto. Virò in filo d’anni la traiettoria visiva, gli apparve trasformato, invecchiato, stanco, sempre lì sul quel prato nell’immaginaria fissità dell’esistenza.

Poi colse i labirinti degli spazi, le modulazioni degli interni; nelle volte osservò con attenzione, quasi con curiosità, affreschi d’aurore sgretolate di cui rammenta e rivede lo splendore d’un tempo; nelle pareti scene di caccia, stampe in puntasecca, divani, poltrone e tavoli coperti da panni polverosi, la vecchia radio a valvole Telefunken Rhythmus; negli esterni, l’auto in disuso riposta sotto una tettoia malmessa, piccoli prati d’erba rinsecchiti e maestose piante secolari, il salice sfogliato, gli ulivi cadenti, la rasola smembrata, filiere di viti, estati lunghe in quel tempo – in tempo d’estate la vita era facile! – fra piogge agostane e novembri assolati fino alla notte di San Martino, compagni del cammino, del tipo di quelli che solcano linee incisive…

Linee rette, curve, ellittiche, d’ombra e di luce… Anche le mutazioni dello spazio nel tempo, annotò, si delineano come tappe di un percorso, i luoghi come gli uomini mutano e scom­paiono ma entrambi, nel loro ergersi e spegnersi si rivestono d’incanto, violando la materiale fissità dell’esistente. L’incanto che promana dai ruderi di un contesto archi­tettonico che rinasce a nuova vita evoca il cammino, la dinamicità del reale, rivitalizza lo scenario interiore, contribuisce a perpetuare contro il logoramento la memoria, a conservare la familiarità d’un linguaggio, a trasmettere la molecola dell’eterno. La memoria, annotò ancora, non è fragile.

DELL’ETA’ DELL’INNOCENZA

Bisogna alzare le vele e prendere i venti del destino.

Ruby Alice Isabell Forder Clipperton

Era il crepuscolo dell’estate. S’attardò a ripensare. Il luogo e il tempo erano favorevoli. Piccole vicende, sentimenti inespressi, energie affievolite. Rincorre la suggestione di un’oasi di pace, un lembo di terra ai confini del tempo, al di  là dei limiti dello spazio, un vagheggiamento inconsueto sollecitato dalla frescu­ra indecisa, passeggera, d’un settembre che non è uguale agli altri. Nella stanza ch’era stata di suo figlio, ritrova il planisfero luminoso; col gesto d’allora lo ruotò (distrattamente?) e l’attenzione si risvegliò ancora quando il movimento con progressiva lentezza s’arresta sul punto in cui s’era fermato allora; scorge la solita piccola isola dell’oceano Pacifico, Clipperton, ormai lo sapeva – l’aveva appreso oltre vent’anni prima – che è a milledue­cento chilometri dalla costa messicana, nove chilo­metri quadrati di superficie, trenta abitanti (secondo remote

Contadinella montenegrina, giugno 1941

illustrazioni geografiche). Ma sono ancora trenta? si domandò. E in fondo che importava, se quell’atollo era solo una metafora, specchio di un’immagine mitica, meta di un viaggio mai fatto, speranza di una sera d’estate, luogo della giovinezza invecchiata, isola delle passioni lontane o spente, e i suoi trenta abitanti come i trenta desideri dell’uo­mo? Spersa nell’immensità planetaria, insignificante, eppure essa esiste, si disse, proseguendo nel suo cammino.

Il prigioniero, 1933

Sullo scagno dello studio scorse alcune delle carte sparse; nel piccolo tavolino a bacheca che per il cedimento d’un piede s’era piegato, appoggiandovisi, vide alcune foto appena sporgenti da un foglio sovrastante, alcune ingiallite, altre scolorite, le osservò come fotogrammi d’una pellicola priva di montaggio; accanto una busta sgualcita, ne sollevò il lembo, ne estrasse il bigliettino che conteneva, il quale era manoscritto, lo lesse: «28 gennaio 1945. Carissimi, anche questa settimana ho potuto trovare da scrivere… – S. Ten. 81-I-47734». Credette di ricordare chi fosse quel prigioniero di guerra che scriveva dalla sua cattività, da un luogo imprecisato, obliterato dal segreto militare, era il campo di prigionia 126, in Algeria (scoprì, qualche tempo dopo), sotto tutela britannica.

DEL SOGNO GUELFO OVVERO DELLA SPERANZA GHIBELLINA

Osservò il tavolo intarsiato, ai lati due nude cariatidi a mezzo busto, una sorta di celebrazione, l’onore reso alla potenza dell’arte, alla bellezza, alla sensualità non banale. Un libro sgualcito, Lupi e agnelli di Trilussa, una dedica virgolettata oltre la prima di copertina: «Che ogni attività non sia gratuita, arbitraria, irreligiosa follia di superuomini, ma s’indirizzi a una meta, trovi la sua necessità nelle leggi che reggono l’universo, si umili a rispettare in Dio i suoi limiti supremi. G., 24 marzo 1965». Gli suonò come una voce che saliva dall’Ade.     

Percorse ancora qualche tratto di quella stanza, s’accostò all’ultima libreria. Nel terzo scaffale d’essa ch’era sempre più consumata dai tarli, quasi nascosta dalla tenda, capitelli scolpiti da un antico artigiano, c’è una vecchia custodia di fascicoli, tomo d’un archivio, intitolata Piccola historia di Sicilia. Diario d’Anonimo normanno; lesse nell’intestazione: «Manoscritti ravennati e bolognesi. Tavolette normanne. Copie da fonti varie: Cattedrale di Palermo, Cappella palatina, Chiesa della Martorana, Chiesa di San Giorgio dei Genovesi, Duomo di Monreale, Codice Chigi, Cronica figurata di Giovanni Villani […]».

L’epopea normanna a Napoli e in Sicilia. In Sicilia, al seguito di Manfredi di Svevia [1232-1266], nipote d’Altavilla:

«Io mi volsi ver’ lui e guardail fiso: biondo era e bello e di gentile aspetto, ma l’un de’ cigli un colpo avea diviso [...]. Poi sorridendo disse: ”Io son Manfredi, nepote di Costanza imperadrice; ond’io ti priego che, quando tu riedi, vadi a mia bella figlia [Costanza II di Svevia], genitrice de l’onor di Cicilia e d’Aragona, e dichi ’l vero a lei, s’altro si dice. […]. Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto, revelando a la mia buona Costanza come m’hai visto, e anco esto divieto; ché qui per quei di là molto s’avanza”» [Dante Alighieri, La divina commedia, Purgatorio, canto III, vv. 106 ss.].

Continuò a sfogliare quel fascicolo, soffermandosi su d’un capitolo quasi alle prime pagine di quell’historia. Lesse: «I Vespri [1282-1372]: desiderio di indipendenza dei siciliani oppure jattanza baronale isolana?». Poi, alcuni fogli avanti, l’inizio d’un commento: «In questo itinerario – diceva –  diverse volte m’è capitato di constatare la fragilità della memoria come un corso d’acqua sfuggente nei sotterranei della natura…».